martedì, 25 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Macron vince, ossigeno
per l’Europa!
Pubblicato il 10-05-2017


La vittoria di Macron è ossigeno per un’Europa boccheggiante sull’orlo della deriva sovranista. E’ stato giustamente detto che Macron ha vinto ed ora resta il compito più difficile convincere i francesi e l’intera Europa. Le premesse programmatiche ci sono, enunciate con chiarezza senza ambiguità specie per quanto riguarda la fede nell’Europa e nella sua volontà di rinnovarsi nelle istituzioni e nei suoi obbiettivi. Nelle istituzioni per far sentire cittadini europei tutti i suoi abitanti ed accorciare le distanze che li separano dagli organi comunitari; negli obbiettivi a cominciare dalla sicurezza interna ed esterna che postula tra l’altro una comune difesa europea, il sogno di De Gasperi che se lo vide nel 1954 bocciare proprio dalla Francia gollista. Strettamente connesso l’impegno europeista per fronteggiare un fenomeno di lungo periodo come lo tsunami migratorio. A questo punto entra in gioco una valutazione dell’esaltato asse franco-tedesco che Macron ha rilanciato con forza come portante per un rilancio del ruolo dell’Europa. Nessun rilievo ha dato la stampa al ruolo strategico che la Francia è chiamata ad assolvere nei confronti del ruolo potenziamente disgregatore che può

Ma precisare le priorità di indirizzo generale serve per parlare anche al Paese e non passare per opportunisti che privilegiano la propria supposta convenienza rispetto alle esigenze del Paese. Il minor male può essere giustificato se si è perseguito anche a costo di sacrifici il bene comune. Vogliamo provare ad indicarlo? Per chi sa che lo tsunami migratorio è destinato a durare a lungo e che non c’è argine o disciplina possibile senza uno sforzo comune a partire dall’Europa se non vuole sparire dalla mappa mondiale, bisogna salvaguardare l’elettorato e le forze in cui si esprime il sentimento di solidarietà e di accoglienza sottraendolo all’OPA, solo per fare un esempio, che stanno a tenaglia tentando Salvini-Meloni su FI. Ne discende una conseguenza immediata: il passaggio del premio dalla lista alla coalizione. Peraltro lo stesso Renzi non può tarpare le ali al PD, che lo si voglia o meno, è, già nelle componenti del governo attuale, il perno centrale dello schieramento. Pienamente legittimo ed auspicabile che si possa preferire per il futuro l’ipotesi Pisapia di un nuovo Ulivo che tenga tutto insieme il centro sinistra e vedremo come si può costruirlo dentro e fuori del PD, ma se il tentativo fallisse non si manda il Paese allo sbaraglio e bisogna avere un piano B delle forze più affini e disponibili ad evitare avventure devastanti per il Paese. Se è vero che si intende dar vita ad un nuovo inizio senza spirito di rivincita l’obbiettivo prioritario è la costruzione di un partito plurale senza più cooptazione verticistiche. Ci sono alcune misure che esulano dalla trattativa con gli altri partiti e di cui possiamo essere l’avanguardia com’è avvenuto con le primarie incominciandoci a chiedere perché non le discipliniamo per legge pur senza essere obbligatorie. Per non ripetere quanto più volte espresso, basterebbe fissare intanto per statuto che ogni volta che una carica è unica, come quella di Sindaco o Presidente, o è sottratta alla scelta popolare come accadrebbe con i capilista, se non è possibile evitarli, si procede alla scelta dei candidati per l’intera lista risultando a capo il primo più votato. Ed ancora se c’è il ricorso ad una coalizione non si può, in caso di mancata convergenza, non ricorrere a primarie di coalizione. Chi nel PD volesse assimilare la figura di Renzi a quella polivalente di un Macron, che cercherà di pescare dappertutto, trascura un particolare decisivo il diverso contesto istituzionale, che favorisce non solo la scelta del migliore ma in assenza al secondo turno il meno peggio pur di sbarrare il passo ad un candidato assolutamente non gradito.

Roca

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