giovedì, 27 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Marco Andreini
Con il sistema tedesco
si rischia una rivolta sociale
Pubblicato il 30-05-2017


Mauro nel suo ultimo editoriale ha cercato di metterci in guardia rispetto alle scelte da fare in merito alla legge elettorale e noi come partito dovremo riflettere sulle sue osservazioni Così come dovremmo riflettere sui ragionamenti fatti in un intervista da Mattias Piller, il più importante corrispondente tedesco nel nostro paese che sostiene che da noi il sistema tedesco non funzionerebbe e porterebbe a una rivolta sociale perché renderebbe il paese ingovernabile. È assolutamente inutile raccontarci frottole accettare il 5% imposto come sbarramento da un accordo fra i maggiori partiti equivale di fatto ad ammettere la fine dell’esperienza politica del partito, e del resto cancellare la storia politica del riformismo e del laicismo è l’obiettivo a cui aspira il Pd attraverso questo perverso accordo fatto sulla pelle degli italiani.

E forse ciò avrebbe una sua logica se non ci fosse stato il 4 dicembre, ma per loro e nostra sfortuna il 4 dicembre c’è stato e ha rappresentato la sconfitta del progetto riformatore della macchina amministrativa burocratica istituzionale del paese. Forse avrebbe una sua logica la volontà egemonica del Pd di natura ex comunista o ex democristiana poco importa, se nel frattempo non ci fossero state le scissioni in casa loro e se non ci fosse stato appunto il 4 dicembre.

Forse avrebbe una sua logica se ad esempio nella mia città, La Spezia, si discutesse solo di percentuali di voti da prendere al primo turno, visto che si è quasi sempre eletto il sindaco al primo turno, ma le cose stanno così solo nel libro dei sogni. La realtà è un’altra ed è che il candidato sindaco è del Psi e la loro grande macchina da guerra se non avesse le nostre liste di supporto neanche arriverebbe al ballottaggio, come successo a Napoli Roma e in tanti altri posti.

E quindi noi cosa dovremmo fare come partito, consentirgli di vincere nei territori, pur eleggendo un nostro compagno, e di trattarci come semplici ascari a Roma visto che loro sono il Pd e oltre che, pronti per il voto sono anche pronti per allearsi con Berlusconi. Bene Parigi varrà bene una messa, ma noi dovremmo anche cominciare a capire e a mio parere lo vedremo già in queste elezioni che la loro grande macchina da guerra di una volta è finita e che i conti in politica si fanno alla fine e fare un accordo su una legge elettorale a dieci giorni da una tornata elettorale che porterà alle urne un quinto del paese è opera di scarsa lungimiranza politica e noi come partito non possiamo barattare la rappresentatività di un sistema con la governabilità, dando il nostro assenso a questo accordo.

Marco Andreini
Segreteria nazionale Psi

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Commenti all'articolo
  1. Non sta certo a me dire se lo “accettare il 5% imposto….” equivalga “di fatto ad ammettere la fine dell’esperienza politica del partito”, ma tale fine, semmai dovesse esserci, è iniziata a mio avviso col Referendum del 4 dicembre, ossia con quella forte adesione al SI’ in una campagna elettorale che, lo si sapeva bene, era stata chiaramente politicizzata e personalizzata, e dunque il tutto ruotava intorno al PD e a chi lo rappresentava (e non sembra essere un caso il fatto che non si parli più delle tematiche referendarie, le quali, se non erro, venivano allora presentate come essenziali e determinanti per il futuro del Paese).

    Proseguendo nel ragionamento, se avessero prevalso i SI’ c’è da pensare che quel “successo” se lo sarebbe attribuito il PD, in esclusiva o quasi – e in particolare chi lo guidava – quale maggior “azionista” della formazione per il SI’, e vista la sua “natura ex comunista ed ex democristiana”, per usare un’espressione dell’Autore, ci sarebbe stato verosimilmente poco spazio per inserirvi il pensiero liberal riformista, che è altra cosa, o almeno dovrebbe esserla, ma è nondimeno fisiologico che il PD voglia capitalizzare anche il 40% dei SI’, una cifra che rende abbastanza autosufficiente, sul piano numerico, l’insieme della cultura ex comunista ed ex democristiana.

    Naturalmente non ne avremo mai la controprova, e quindi si tratta di una semplice supposizione, ma se la percentuale dei SI’ si fosse fermata a valori significativamente più bassi, rispetto a quello raggiunto, tale insieme di cultura ex comunista ed ex democristiana si sarebbe forse sentito meno “autonomo”, nel senso che avrebbe potuto pensare di ricorrere al sostegno e “rinforzo” da parte degli alleati “minori”, il che poteva a sua volta indurlo a valorizzare le coalizioni, piuttosto che la lista unica, prevedendo ad esempio una soglia di sbarramento più bassa per i partiti che vi aderissero (come mi sembra avvenuto anche in passato, se non ricordo male).

    Paolo B. 01.06.2017

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