venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Mario Brunetti e la favola su Antonio Gramsci
Pubblicato il 30-05-2017


Gramsci«La sorte peggiore che possa capitare ad un pensatore non è l’oblio; peggiore dell’oblio è l’agiografia. La celebrazione acritica del maestro è una violenza al suo pensiero a cui si impedisce di fluire nell’alveo della critica, unico banco di prova della verità contenuta in esso». Questo giudizio, espresso dallo storico Giuseppe Tamburrano in un saggio del 1959, si adatta nitidamente al nuovo libro Antonio Gramsci. L’uomo, la favola, presentazione di Antonio Gramsci junior (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, pp. 217) di Mario Brunetti, politico di professione e storico d’improvvisazione.
Il libro presenta un carattere agiografico della figura di Gramsci, che si caratterizza anche per stridenti pregiudizi storici, analisi superficiali e gravi errori interpretativi. Esso è dedicato al «più grande pensatore del ’900», verso cui «Mussolini e il fascismo avrebbero deciso di non far funzionare il suo cervello per oltre 20 anni» (p. 17). Da questo sommario giudizio, mai pronunciato dai giudici fascisti, si desume che l’Autore conosce poco e male la biografia del pensatore sardo. Il giudizio si ritrova infatti nell’articolo scritto da Palmiro Togliatti all’indomani della morte di Gramsci (cfr. «Lo Stato operaio», maggio-giugno 1937, XI, n. 5-6, p. 273) e non tiene presente che egli fu arrestato l’8 novembre 1926, tradotto a Regina Coeli e, dopo un breve periodo di confino a Ustica, venne rinchiuso dal 7 febbraio 1927 all’11 maggio 1928 a San Vittore, di nuovo a Regina Coeli e poi a Turi dal 19 luglio 1928 al 19 novembre 1933 per trascorrere gli ultimi anni della sua vita nella clinica di Formia (7 dicembre 1933-24 agosto 1935) e poi nella clinica «Quisisana» di Roma, dove morì nelle prime ore del mattino del 27 aprile 1937: tra carcere e ricoveri in clinica, Gramsci trascorse undici anni e non «oltre venti anni» (cfr. Cronologia della vita di Antonio Gramsci, in A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile, Antologia degli scritti 1914-1935, a cura di G. Vacca, Einaudi, Torino, pp. LXXXVII-XCIV).
Nel prosieguo del suo lavoro, l’Autore presenta la figura di Gramsci con tono accesamente agiografico e con un’esaltazione di un pensiero elaborato da «una mente filosofica e storica originale», in grado di «indicare ipotesi possibili di uscita dalla crisi del nostro tempo» (p. 19) come «punto di forza per il cambiamento della società italiana» (p. 22). Quali siano queste ipotesi non vengono specificate dall’Autore, che nel suo racconto biografico considera Gramsci «un pensatore universale» (p. 27), in grado di occupare il «primo posto tra i cinque italiani inseriti nell’elenco dei 250 autori della letteratura di tutti i tempi» (p. 36). In un continuum di elogi esagerati e noiosamente inutili, Gramsci «rimane senza “se” e senza “ma” il più grande intellettuale italiano del secolo scorso» (p. 22), faro luminoso di una Sinistra incapace di «rinnovare se stessa e proporre una visione del mondo» (p. 23).
Con un ammasso di fandonie, l’Autore crede che il richiamo alla «grande lezione di Antonio Gramsci» (p. 24) possa risolvere ex abrupto la spinosa questione meridionale (pp. 23-27), sopravvissuta ai «150 anni di Unità nazionale» (p. 28) per cause oggettive della politica contingente attuata nel corso dell’Italia postunitaria. L’attuale crisi può essere superata solo con l’applicazione dei dettami gramsciani, volti ad indicare «una via alternativa» al processo di «mondializzazione finanziarista» (p. 37); anzi la possibilità di uno «sviluppo alternativo […] può avvenire se si sostituisce all’Europa dei mercati una Europa dei popoli portatrice di scelte alternative che fuoriesca dal capitalismo predatorio» (p. 37): una tesi che l’Autore attribuisce a Gramsci, ma già espressa da Giuseppe Mazzini, laddove afferma: «L’unità europea, com’oggi può esistere, non risiede in un popolo: essa risiede e governa suprema su tutti. La legge dell’umanità non ammette monarchia di individuo o di popolo» (cfr. G. Mazzini, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa, 1834, in Id., Scritti politici, a cura di T. Grandi e A. Comba, Utet, Torino 2005, p. 408).
Nel paragrafo Riformismo e trasformismo del secondo capitolo (pp. 28-30), l’Autore distorce completamente la storia d’Italia, attribuendo a Gramsci una frase mutila di Mazzini, di cui non cita la fonte (p. 28), che appare così sibillina da non rendere l’intrinseco significato. La frase si ritrova nel Quaderno 15 e dice: «Nella lotta Cavour-Mazzini, in cui Cavour è l’esponente della rivoluzione passiva – guerra di posizione e Mazzini dell’iniziativa popolare – guerra manovrata, non sono indispensabili ambedue nella stessa misura? Tuttavia bisogna tener conto che mentre Cavour era consapevole del suo compito (almeno in una certa misura), in quanto comprendeva il compito di Mazzini, Mazzini non pare fosse consapevole del suo e quello di Cavour; se invece Mazzini avesse avuto tale consapevolezza, cioè fosse stato un politico realista e non un apostolo illuminato (cioè non fosse stato Mazzini) l’equilibrio risultante dal confluire delle due attività sarebbe stata diverso, più favorevole al mazzinianesimo: cioè lo Stato italiano si sarebbe costituito su basi meno arretrate e più moderne» (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, p. 1767).
Le riflessioni di Gramsci dimostrano una scarsa conoscenza dell’opera di Mazzini, che in molteplici scritti aveva denunciato le mire politiche di Cavour e proposto un originale progetto repubblicano di un’Italia unita: basti citare la lettera Al conte Cavour del 1858, là dove Mazzini enuncia la famosa tesi sull’unità italiana come conquista regia, rivolgendosi così allo statista piemontese: «Tra noi e voi, Signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi radicalmente diversi. Perché, come noi facciamo, nol dite? Perché persistere a ingannare l’Italia e l’Europa sul vostro intento? Noi rappresentiamo l’Italia: voi rappresentate la vecchia cupida e paurosa ambizione di Casa Savoia. Noi vogliamo anzi tutto l’unità nazionale: voi non cercate, se non un ingrandimento territoriale nel Nord d’Italia ai regi dominii: voi avversate l’unità, perché disperate di conquistarla e di dominarla» (op. cit., p. 812).
Su un distorto impianto storico l’Autore riferisce di un fantomatico «Governo De Pretis-Minghetti, seguito alle elezioni del 1882» (p. 29), che – a parte la trascrizione erronea del cognome Depretis – non è mai esistito nella storia d’Italia. Minghetti non fece mai parte dei ministeri presieduti dallo statista lombardo, essendo la sua ultima carica quella di presidente del Consiglio nel governo della Destra storica (10 luglio 1873-25 marzo 1876). Su Minghetti, morto il 10 dicembre 1886, scrive frasi erronee e confuse, attribuendogli la paternità di un teorema «enunciato […] nel numero dell’anno 1900 della rivista “Quid agendum” » p. 31): in realtà non si tratta di una rivista, ma di un saggio scritto da Sidney Sonnino e pubblicato sulla «Nuova Antologia» (16 settembre 1900, n. 9, pp. 342 sgg.). Avventurandosi in elucubrazioni storiche, prive di significato, include in un elenco farraginoso personaggi come Concetto Marchesi (non Marchese) e Piero Calamandrei, Lelio Basso e Arturo Carlo Jemolo (p. 31), diversi per cultura e scelte politiche.
Nei capitoli quarto e quinto l’Autore presenta le origini della famiglia paterna di Gramsci, la cui presenza risale forse al XV secolo al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg (1405?- 1468), il condottiero albanese che riuscì a fronteggiare i turchi per venticinque anni consecutivi e a coalizzare contro di loro i principi albanesi. Di queste vicende, caratterizzate dall’oppressione turca, ho parlato in alcune sintetiche pagine della mia “Storia dell’Albania” (Roma 1997, pp. 15-17): eppure l’autore crede che il «mondo arbëresch» sia un arcipelago «ai più misterioso» e conosciuto solo da pochi. Di certo restano le considerazioni erronee di Gramsci, che attribuisce lo spostamento dei suoi avi «dopo o durante le guerre del 1821» (cfr. lettera a Tania, in A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937, Palermo 1996, p. 480).
In realtà gli avi di Gramsci – come rileva in modo disordinato l’Autore – si erano stabiliti un secolo prima, se è vero che il suo bisnonno era nato a Plataci nel 1769 e morto a Portici (oppure a Napoli) nel 1824; che il nonno Gennaro (1810-1873), anch’egli nato nel paese calabrese, era sposato con Donna Teresa Gonzales, discendente «da qualche famiglia italo-spagnola dell’Italia meridionale» (A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937 cit., p. 481). Il padre Francesco, nato il 6 marzo 1860 e considerato stranamente «tra i meno assistiti dalla fortuna» (p. 65), lasciò Gaeta nel 1881 per dirigere il locale Ufficio del registro di Ghilarza in seguito ad un concorso vinto nell’amministrazione statale: all’Autore non sorge mai il dubbio che egli potesse essere «raccomandato» da qualche suo fratello, uno dei quali era funzionario di Stato presso il Ministero delle Finanze. Le peripezie giudiziarie di Francesco Gramsci, arrestato il 9 agosto 1898 e stranamente tradotto nel carcere di Gaeta (suo paese natio), non ricevono una spiegazione adeguata dall’autore, che preferisce riportare lunghe lettere prive di commento.
Nel capitolo sesto l’Autore analizza l’infanzia di Antonio Gramsci, la deformazione fisica imputabile al morbo di Pott, pubblicando la nota lettera a Tania (23 aprile 1933), senza apportare un minimo contributo alla conoscenza della travagliata esistenza del pensatore sardo. Il difficile rapporto con il padre (pp. 72-73), causato dall’arresto per alcuni reati amministrativi, è addirittura spiegato con il ricorso al Kanun, sui cui l’Autore si lascia andare a considerazioni stravaganti: l’elogio di Gramsci per la vergogna del padre rapportato al Kanun (p. 73), la conoscenza della lingua albanese per il mancato uso delle doppie nell’infanzia (p. 74), la sua identità «italo-albanese» (p. 77) ricondotta all’antico insediamento dei suoi avi (p. 78): un quadro fantasioso, di cui non si ritrova alcun cenno nei «Quaderni».
Nel capitolo settimo, intitolato «Dalla Sardegna a Torino» (pp. 79-106), l’Autore riporta la nota lettera al padre (31 gennaio 1910), attribuendo al giovane stabilitosi nella città subalpina una precoce iniziazione politica ai valori di palingenesi sociale. L’attività universitaria, quella giornalistica e politica è presentata con un tono smaccatamente agiografico, che esula da ogni forma esplicativa degli temi e dei problemi dibattuti durante la Grande Guerra, il «biennio rosso», la marea montante del fascismo mussoliniano. Dall’incontro con le sorelle Eugenia e Iulca Schucht (pp. 107-112), nitidamente ripercorso da Noemi Ghetti nel suo libro La Cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924 (Donzelli, Roma 2016, pp. 221), all’elezione di Gramsci a deputato nelle elezioni del 6 aprile 1924, al suo rientro in Italia, alla sua attività parlamentare e allo scontro con Mussolini (pp. 116-123), al suo arresto (8 novembre 1926) e agli anni trascorsi in carcere si ha un susseguirsi di lunghe citazioni e di pagine superficiali, che non contribuiscono alla conoscenza del pensatore sardo.

Nunzio Dell’Erba

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