domenica, 24 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Melania e Ivanka, oh, my God!
Pubblicato il 25-05-2017


Sono furibonda. Indignata. Avvilita. Perché oggi ho visto le foto di Melania e Ivanka, moglie e figlia di Trump, in visita al Papa in Vaticano, a fianco di Donald. Ebbene, le due, oltre a essere vestite come due becchine, in nero strettissimo e sotto al ginocchio (ci mancava poco per sembrare vestite con il nijab), portavano il velo!!!! Avete capito bene. Indossavano un velo nero!!! Ora, la mia indignazione è feroce e mi ferisce nel più profondo del mio essere cittadina di un mondo laico, nel XXI secolo, perché le due signore, solo due giorni fa, in visita agli Emiri dell’Arabia Saudita, se ne erano scese dall’aereo presidenziale, belle belle, senza velo, a capo scoperto e in abiti di fattura molto più occidentale!. Avete capito bene. Con gli islamici, proprio quelli che non accettano le donne senza che abbiano il capo coperto, senza che siano velate, hanno fatto le eroine. Avevano il mio plauso. Il mio modestissimo sostegno.

Con la chiesa cattolica, che si presenterebbe con ben altra caratura di modernità (ma non è ‘sto Papa che twitta, facebucca, sta sui social), ebbene, lì si sono velate. Ma la colpa non è tutta delle due fanciulle. La colpa è della coorte di prelati, (i vescovoni di bossiana memoria) che non hanno alzato un dito.

Ah, Francè, che occasione che hai perso! Bastava un bigliettino alle due signore: “ Vi prego, venite in blue jeans e fate sapere che avete destinato ai poveri la somma necessaria per un vestito di rappresentanza. Oppure mettetene uno già usato. Mi raccomando, via il velo!”.

Invece no. Papa e prelati si sono goduti la passerella medioevale delle signore, gongolando e beandosi della modernità della cosa. Ma mi facciano il piacere!

Isabella Ricevuto Ferrari

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Commenti all'articolo
  1. A me pare che in circostanze come questa viga per solito un determinato cerimoniale, talora anche abbastanza rigido, che bisognerebbe dunque conoscere per potersi esprimere in merito con maggiore cognizione di causa, e sapere altresì da quanto tempo sia in uso, così da avere un’idea del suo radicamento nella vita e nelle tradizioni di una comunità (tanto da divenirne per certi versi un elemento identitario).

    C’è chi al cerimoniale, e più generalmente alla forma, anche riguardo agli abiti e al vestire, dà poca o nulla importanza – in quanto “esteriorità” e non contenuto – ma vi è pure chi ragiona invece diversamente, col ritenere che la forma è anche sostanza, nel senso che le “apparenze” possono improntare le nostre relazioni sociali e plasmare altresì comportamenti e modi di pensare.

    Per restare in argomento – e se non ricordo male, perché da allora sono trascorsi non pochi anni – l’abbigliamento degli studenti negli istituti superiori includeva quasi sempre, per abitudine e pressi, l’utilizzo di giacca e cravatta, che potevano anche essere le stesse per l’intera annata, salvo il cambio stagionale, vuoi perché la rispettiva famiglia non poteva permettersi economicamente di più, vuoi per un comune spirito di sobrietà.

    Poi è arrivata la “liberalizzazione” dei costumi, e forse in parecchi ce ne siamo allora compiaciti perché quelle “aperture” ci facevano sentire più autonomi e meno vincolati nel poter esprimere la nostra personalità, salvo poi accorgerci che l’aver vissuto una stagione di “regole” o consuetudini, che semmai all’epoca mal sopportavamo, ci aveva in ogni caso abituato ed allenato ai “doveri”, dei quali l’esistenza è piena.

    Ci siamo cioè ritrovati, in seguito, con un “valore” di non poco conto, ossia una “scuola di vita” come si suole dire, che abbiamo apprezzato, un po’ come succede quando, da adulti, si viene a rivalutare la eventuale severità dei propri genitori, mentre da giovani per solito ci pesava e avremmo voluto farne a meno.

    Paolo B. 27.05.2017

  2. A me pare che in circostanze come questa viga per solito un determinato cerimoniale, talora anche abbastanza rigido, che bisognerebbe dunque conoscere per potersi esprimere in merito con maggiore cognizione di causa, e sapere altresì da quanto tempo sia in uso, così da avere un’idea del suo radicamento nella vita e nelle tradizioni di una comunità (tanto da divenirne per certi versi un elemento identitario).

    C’è chi al cerimoniale, e più generalmente alla forma, anche riguardo agli abiti e al vestire, dà poca o nulla importanza – in quanto “esteriorità” e non contenuto – ma vi è pure chi ragiona invece diversamente, col ritenere che la forma è anche sostanza, nel senso che le “apparenze” possono improntare le nostre relazioni sociali e plasmare altresì comportamenti e modi di pensare.

    Per restare in argomento – e se non ricordo male, perché da allora sono trascorsi non pochi anni – l’abbigliamento degli studenti negli istituti superiori includeva quasi sempre, per abitudine e pressi, l’utilizzo di giacca e cravatta, che potevano anche essere le stesse per l’intera annata, salvo il cambio stagionale, vuoi perché la rispettiva famiglia non poteva permettersi economicamente di più, vuoi per un comune spirito di sobrietà.

    Poi è arrivata la “liberalizzazione” dei costumi, e forse in parecchi ce ne siamo allora compiaciuti perché quelle “aperture” ci facevano sentire più autonomi e meno vincolati nel poter esprimere la nostra personalità, salvo poi accorgerci che l’aver vissuto una stagione di “regole” o consuetudini, che semmai all’epoca mal sopportavamo, ci aveva in ogni caso abituato ed allenato ai “doveri”, dei quali l’esistenza è piena.

    Ci siamo cioè ritrovati, in seguito, con un “valore” di non poco conto, ossia una “scuola di vita” come si suole dire, che abbiamo apprezzato, un po’ come succede quando, da adulti, si viene a rivalutare la eventuale severità dei propri genitori, mentre da giovani per solito ci pesava e avremmo voluto farne a meno.

    Paolo B. 27.05.2017

  3. Caro Paolo, qui non si tratta di cerimoniale. Il cerimoniale in Vaticano c’è, è di tipo medioevale ( donne coperte con velo, abiti lunghi neri ,niente scollature, mentre gli uomini vanno con abiti moderni). Risale agli anni bui del medioevo, dei re cattolici ( addirittura c’è le privilège du blanc per le sole regine cattoliche). Niente modernismo, niente stare al passo dei tempi: se non nel XXI secolo, almeno adottare uno stile da ventesimo sì!!! Quello che ti voglio sottolineare con forza è che il Vaticano si comporta peggio dell’Islam nel codificare come debbono presentarsi le donne al cospetto del Papa. Ma questo Papa, non sta modernizzando tutto? se sta a Santa Marta e va alla mensa e va in 500, non può cambiare il cerimoniale? via il nero, via il velo!!! ma sai che brutta figura hanno fatto fare le due poverette ( Melania e Ivanka) al Papa, presentandosi vestite stile Islam, quando dagli emiri si sono presentate vestite all’occidentale, a capo scoperto, stringendo le mani, infrangendo i tabù degli islamici?
    Ma non ti viene in mente la nostra brava Oriana (Fallaci) che andò da Khomeini a intervistarlo e si tolse il velo davanti a lui? Atti di coraggio che bisogna ricordare!!! Dietro la mera questione del “cerimoniale” ci sta tutta la menzogna della chiesa cattolica, il medioevalismo che la innerva, la sua completa disistima della donna, l’averla per secoli considerata un mero orpello da altare ( o santa o madonna) oppure una fattrice ( ancora oggi la chiesa cattolica non si esprime volutamente sul controllo delle nascite e condanna l’aborto) o ancora una serva . Ah Paolo, dalle tue parole emerge quanta strada dobbiamo ancora fare!!!Non è che i socialisti siano mai stati queste schegge di femminismo, ma almeno sono persone intelligenti, che affondano le loro idee e convinzioni nel secolo dei lumi, con fede nel progresso, nell’uguaglianza , compresa quella dei sessi e nel valore e unicità di ogni individuo. L’ultimo povero di questa terra vale quanto un potente. ” En haut qu’on soit, on n’est jamais assis que sur son cul”. I cerimoniali possono anche esistere, ma non possono annullare questi principi fondamentali, altrimenti l'”onore” che essi esprimono è solo una stupida farsa.

  4. Cara Isabella, sono stato probabilmente un cattivo allievo, ma nella mia non breve militanza socialista ho imparato, o almeno così mi è parso, che le idealità andrebbero sempre associate al realismo, per non tramutarsi in astratte ed incorporee utopie che possono anche soddisfarci e inorgoglirci sul piano “intellettuale” salvo il farci poi “inciampare” al primo incedere sul terreno della concretezza (forse sbagliando, è stata questa la maniera nella quale ho inteso ed interpretato il riformismo pragmatico e concludente).

    La mia giovinezza ha temporalmente coinciso con gli anni che hanno preceduto e accompagnato il cosidetto “miracolo economico italiano”, una stagione definita da qualcuno “dorata” ed irripetibile, e che comunque ricordo, pur senza far ricorso a toni superlativi, come un periodo molto operoso e fiorente, fatto di impegno e laborosità, associati in più di un caso a genialità, inventiva, intraprendenza, e questo insieme fece nascere un importante e solido tessuto .produttivo, fonte di molta occupazione e posti di lavoro.

    Ebbene, quel “mondo” tanto vitale ed industrioso, e che “fece molta strada”, non si proponeva o preoccupava, se la memoria non mi tradisce, di mettere in discussione usanze, consuetudini, tradizioni, ereditate dai progenitori, ma riusciva a farle convivere con il nuovo e il “modernismo” che stava via via avanzando, in una sorta di giudizioso equilibrio, e anche al prezzo di qualche benefica rinuncia (mi è capitato talvolta di dire che siamo cresciuti “col freno tirato”, ma col senno del poi non è stato un gran danno, anzi).

    Poi è arrivato il tempo delle contestazioni, quando venne confutata una buona parte dei valori e principi classici e canonici, e allorchè questo succede si può anche rimanere senza coordinate e punti di riferimento, col rischio che una società si disorienti e divenga mano a mano liquida, e vulnerabile, come è stata descritta quella dei giorni nostri, talchè potrebbe forse risultare più opportuno e conveniente il mantenerci talvolta le vecchie abitudini, ancorchè talune possano semmai apparirci retoriche e superate (mi sembra peraltro che gli stessi “anni bui del medioevo” stiano incontrando una nuova e diversa lettura).

    Andando a concludere, può essere benissimo che io abbia percorso poca strada, e che sia altresì “sorpassato”, ma a me pare più importante il cercar di imboccare la direzione giusta piuttosto che mirare alle lunghe distanze, e l’affermare che “l’ultimo povero di questa terra vale quanto un potente” è sicuramente una frase ad effetto ma che sa di un egalitarismo piuttosto teorico, e destinato a rimanere tale, ossia senza effetti pratici, se non c’è qualcuno che senza puntare troppo in alto si propone innanzitutto di debellare l’indigenza e la povertà.

    Paolo B. 30.05.2017

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