sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Nuova legge elettorale
e il PD plurale, dall’io al noi?
Pubblicato il 24-05-2017


L’ultimo giro di valzer con cambio di dama vede l’accoppiata Renzi-Berlusconi uniti dall’ossessione di una conventio ad escludendum da introdurre con lo sbarramento alla tedesca del 5%. Se a Berlusconi il 5% consente di incentivare l’operazione già in atto del riassorbimento dei centristi senza Alfano indigesto a Salvini, la misura per Renzi per tentare di escludere gli scissionisti ha non poche controindicazioni.

Un 5% che spingerebbe alla saldatura tra Pisapia e gli scissionisti per pura sopravvivenza oltre che spingere in braccio a Berlusconi gli alleati centristi. L’ottica con cui cerco di prenderle in esame è quella del promesso PD plurale, del passaggio dall’io al noi, nemmeno tentato sotto forma di una gestione unitaria dopo la riconferma alle primarie. Né poteva essere altrimenti senza la disponibilità,peraltro nemmeno richiesta, verso l’opposizione a quelle riforme statutarie che possano nell’interesse del partito consentire ad esse di esercitare il ruolo di attrazione verso la base scissionista e di evitare che altre scissioni silenziose si verifichino. Un partito plurale ma unito nella traversata, della nuova legge elettorale prima, e delle elezioni dopo, presuppone precise garanzie di rappresentanze acquisite democraticamente con il consenso e non per graziosa concessione sulla base di un redivivo manuale Cencelli.

La cura più urgente è di una dose più forte di Ulivo, animata dal tenere insieme le forze più affini di un centrosinistra senza trattino il più ampio possibile. Sulla base di questa strategia, prioritari erano un programma condiviso ed un leader espresso dal basso da parte dell’intera coalizione. Ogni forzatura tendente alla semplificazione nel nome della vocazione maggioritaria, come l’8% di sbarramento ipotizzato da Veltroni, sopravvivente il Governo Prodi, ha provocato il distacco dei minori, l’esatto opposto di quanto auspicato. La maggiore dose d’Ulivo è quella di un’estensione a livello parlamentare delle primarie, l’investitura popolare dal basso ogni qualvolta ci sia in ballo una carica unica, specie se sottratta alla scelta come nel caso dei capilista, avendo cura nel caso dell’applicazione dell’Italicum, di richiedere il consenso per tutta la lista dei possibili candidati risultando capolista il più votato. Una misura meno suscettibile di valutazioni discriminatorie strettamente personali e di gruppo, che se prospettate in tempo dagli scissionisti come condizioni di permanenza nel partito ci avrebbero evitato la scissione a danno del PD e dell’intero Paese.

Eppure il referendum aveva detto chiaramente ai futuri scissionisti che non erano stati affatto determinanti e che gli avversari da battere erano fuori del PD e che, se uniti, quel 40% conseguito ci consentiva tranquillamente di essere il cuneo vincente tra destra e grillini. Come sono lontani i tempi in cui un vero statista chiuse la stagione politica dell’indispensabilità della DC asserendo dinnanzi ai gruppi parlamentari che nelle elezioni del 1976 (quando entrai alla Camera sull’onda zaccagniniana) c’erano stati due vincitori delineando la strategia della solidarietà nazionale non fine a se stessa ma finalizzata alla “democrazia matura” dell’alternanza pagandone il prezzo con la vita.

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