mercoledì, 28 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Renzi, questa volte la cambiale non è in bianco
Pubblicato il 02-05-2017


Quasi due milioni sono stati gli iscritti e i simpatizzanti del Pd che in una domenica di fine aprile si sono recati alle urne per scegliere il nuovo segretario nazionale. Il risultato, scontato per alcuni, ma non scontatissimo, ha premiato con una riconferma ampia, frutto di oltre il 70% dei votanti, Matteo Renzi, incoronato di nuovo leader del Pd, aspirante futuro premier, assoluto punto di riferimento per il centrosinistra. Lontanissimi Orlando ed Emiliano, presenze che comunque restano lì a testimoniare che nel Pd rimane un’anima contro Renzi, contro il renzismo, con l’auspicio che non diventino novelli Bersani e Speranza, uomini con le valigie in mano e pronti a salutare la compagnia al primo diverbio. Proprio qui sta il nodo dell’investimento che il popolo del Pd ha fatto di nuovo su Renzi. Renzi vince perché è l’unica speranza per riprovare a vincere le elezioni.

Renzi vince perché è l’unico che riesce a fare del Pd un partito che comunica in chiave moderna. Ma Renzi vince anche perché si pensa che possa tenere insieme le anime del partito, già depurato dei frazionisti che se ne sono andati. Qui, in questo passaggio, credo stia davvero la grande sfida per Renzi: la capacità di integrare senza rompere, la capacità di offrire spazi senza snaturare. E servirà un grande segnale di maturità, da parte del segretario. La stagione della rottamazione è finita, superata definitivamente. È giunto il momento della nuova costruzione, che dovrà essere intelligente, guardare sì al futuro, magari coinvolgendo negli organismi del partito dirigenti locali preparati, amministratori competenti, ma senza buttare esperienze che potrebbero essere preziose anche per non far patire coloro che si sentono, in qualche modo, legati alla tradizione, ma anche al partito.

La sfida del segretario partirà da qui, e ci saranno errori da evitare: Renzi dovrà avere il coraggio di circondarsi di teste pensanti, non di yes man che sono lì al servizio del narcisismo di un leader. Il Pd dovrà inoltre decidere come comportarsi nei confronti del governo Gentiloni, dovrà accelerare sulla legge elettorale, perché il popolo si aspetta il voto. Occorrerà inoltre fare i conti con le alleanze: chi saranno gli interlocutori privilegiati di questo Pd? Sarà possibile ricucire il rapporto con la sinistra che ha inglobato chi ha spaccato il partito? Anche su questo, però, occorre chiarezza: non credo che la gente sarà pronta a premiare alleanze posticce frutto degli esiti elettorali (anche se molto dipende dalle legge con cui si voterà).

Credo tuttavia che il Pd non possa ripudiare la strada del riformismo. Sarà quella la strada maestra di un partito che avrà, nella prossima tornata elettorale, la prima fase di svolta della sua storia recente. Una vittoria o un risultato comunque positivo saranno l’unica possibilità per Renzi di confermare la sua leadership. Diversamente, sarà molto difficile reggere a nuove pulsioni scissioniste o cedere allo sconforto. In quel caso ci sarà un mazzo di carte che verrà rimescolato e non sarà facile, per il segretario fiorentino, trovare la quadra.

Leonardo Raito

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Commenti all'articolo
  1. Riguardo alla legge elettorale “con cui si voterà”, ogni previsione è ovviamente azzardata, ma essendo nondimeno concessa mi verrebbe da pensare che, in questa fase politica, la versione vigente della norma, dopo il pronunciamento della Corte per l’una e altra Assemblea, possa in fondo non dispiacere a più di un Leader, per la ragione che i partiti sembrano voler innanzitutto misurare singolarmente, ossia non in coalizione, il proprio indice di consenso, anche indipendentemente dal raggiungimento, nella fattispecie per la Camera, della soglia utile ad ottenere il premio di maggioranza (elemento quest’ultimo che darebbe al sistema il carattere maggioritario).

    L’impressione è infatti quella di una fase in cui il maggioritario sta per così dire “perdendo quota”, rispetto a quando l’obiettivo prioritario pareva essere quello di privilegiare la “governabilità”, nei confronti della “rappresentanza”, forsanche perché il maggioritario funziona meglio dove il panorama politico è meno frazionato, come questi anni ci hanno fatto capire, e in ogni caso va preso atto che da noi il corpo elettorale tende a distribuire il voto in maniera pluri-polare, e lo fa dunque sembrare più propenso al proporzionale, checché se ne dica, e quindi abbastanza favorevole, o non troppo avverso, alle eventuali alleanze e intese del dopo voto.

    Paolo B. 04.05.2017

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