venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Tutti dicono: la ripresa c’è.
Ma gli italiani non si fidano
Pubblicato il 26-05-2017


Fiducia in calo, aspettative in peggioramento. L’Istat segnala così la fase economica che stiamo attraversando, inconcludente e priva di una reale direzione di marcia. Singolare che anche le assicurazioni internazionali su una crescita che si sta irrobustendo faccia poca presa su imprese e famiglie. Sembra quasi che i miglioramenti in atto scivolino via senza lasciare traccia nella opinione dei più come acqua su un vetro, appannato per giunta. Si tratta di umori congiunturali, vero, ma pur sempre sintomo di un malessere che appare e scompare come un fiume carsico nella nostra economia.

È che per ritrovare speranze e fiducia occorrerebbe il ponte della politica, da noi lesionato in troppi punti per essere percorribile. L’incertezza corrode anche le migliori intenzioni, l’ insofferenza per come si trascina la dialettica fra i partiti fa il resto.

Ma quello che dovrebbe mettere all’erta più di tutto sono le previsioni intonate al pessimismo: le famiglie vedono la disoccupazione in aumento, le imprese – tranne il commercio che sta beneficiando di una timida ripresa dei consumi – di tutti i settori non mostrano alcuno slancio con un umore perfettamente allineato alla modestia complessiva del procedere della economia.
A soffrire sono soprattutto le potenzialità economiche e sociali di cui comunque disponiamo. Il fatto è che la spinta a rischiare, a cercare lavoro, a inventarsi una attività si rafforza se tutta la società si muove, si rinnova, cambia passo, ritrova motivazioni comuni. Su questo versante siamo indietro invece e non di poco. Confindustria e sindacati intanto paiono intenzionati ad aprire un nuovo confronto. Potrebbe essere questo un buon segnale per smuovere i timori sul futuro e sarebbe anche più utile provenendo dalle forze sociali. Per ora di tratta però solo di un fragile auspicio.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. Riguardo ai rapporti tra politica ed economia, vi sono stati Paesi del Vecchio Continente in cui lo stallo della prima ha influito poco o nulla sulla seconda, mentre da noi pare non essere così, nel senso che le “traversie” politiche inclinano alla sfiducia e al pessimismo, fanno soffrire “le potenzialità economiche e sociali di cui comunque disponiamo”, e frenano la ripresa.

    A questo punto, vista l’importanza dell’argomento, sarebbe interessante capire il perché da altre parti non è stato invece così, e comprendere altresì quale può essere la “formula” ideale, ossia quella in cui la naturale correlazione tra politica e sistema produttivo non si trasforma in una vera e propria “interdipendenza”, dove la crisi dell’una si trasferisce automaticamente sull’altro, provocando quindi un duplice “danno”.

    Forse una tale “formula”, in cui le due suddette parti sono tra loro abbastanza autonome, specie il sistema produttivo rispetto alla politica, esiste fisiologicamente in quei Paesi dove la società si è organizzata secondo consolidati e stabili “modelli” di vita, anche in materia di lavoro, dei quali deve tener conto anche la classe politica e chi si trova ad avere responsabilità di governo ai vari livelli.

    Paolo B. 28.05.2017

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