domenica, 28 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Unione politica dell’Europa
e la via elvetica
Pubblicato il 02-05-2017


europa_unitaCarlo Lottieri, studioso del pensiero liberale e docente di filosofia politica e del diritto, ha pubblicato nella collana de “Il Giornale”, “Fuori dal coro”, un libretto intitolato “L’Europa è il problema, la Svizzera la soluzione. Una via elvetica per ripensare il Continente”; la tesi dell’autore, sintesi di quanto egli ha sostenuto in suo saggio di più ampio respiro, è a dir poco singolare, considerato che la soluzione dell’unificazione politica proposta per i Paesi aderenti all’Unione Europea, anziché proiettata verso la costituzione di un nuovo soggetto politico che tutti li ricomprenda, auspica, non tanto un ritorno alla vecchie frontiere degli Stati nazionali, ma una loro ulteriore polverizzazione localistica di stampo medioevale.

La decisione del Regno Unito di abbandonate l’Unione Europea – afferma Lottieri – “obbliga a ripensare le istituzioni del Vecchio Continente”; ciò perché se gli elettori britannici hanno preso la decisione di uscire dall’Europa, una delle ragioni deve essere cercata nel “fallimento di un progetto, quello europeista, che pure in passato aveva suscitato tanti entusiasmi”. A questo punto, perciò, i cittadini europei “devono trovare il senso della loro identità: ricostruendo in altro modo le istituzioni comuni oppure, ed è un’ipotesi da prendere sul serio, facendo del policentrismo politico che li caratterizza da secoli non un elemento di debolezza, ma un fattore di solidità e integrazione”; come dire, per realizzare l’unità nella diversità, i Paesi dell’Unione devono focalizzare “l’attenzione sulla piccola Svizzera: una società posta al centro dell’Europa, ma al tempo stesso, da sempre refrattaria di fronte a ogni ipotesi di dissolversi nell’Unione”.

A parere dell’autore, il senso più profondo della storia moderna dell’Europa deve essere rinvenuto nel riconoscere che la “frammentazione istituzionale”, che era valsa a conservare il particolarismo medievale, è stata sostituita dal modello organizzativo dello Stato unitario; ma se l’Europa è stata connotata come “area di libertà e pluralismo lo si deve soprattutto al localismo che ha marcato il Vecchio Continente in epoca medievale e in parte anche dopo. Per questo motivo, la Svizzera attuale, tanto contraria a lasciarsi coinvolgere dall’Unione, rappresenterebbe, secondo Lottieri, il cuore dell’Europa, in quanto “assai più fedele al meglio della tradizione europea di quanto non lo siano i fautori del progetto volto alla sua integrazione politica”. Ciò perché il processo di unificazione politica dell’Europa sarebbe l’evidente negazione “dell’eredità culturale e politica dell’Europa stessa”.

A parere di Lottieri, l’attuale Unione Europea sarebbe in crisi perché sono in crisi i tradizionali paradigmi politici dei vecchi Stati nazionali. La statualità sarebbe a pezzi, ma, secondo l’autore, non è chiaro cosa dovrà essere messo al suo posto; fatto, questo, che sembrerebbe suggerire che le strutture statuali del passato non avrebbero alternative. Al contrario si è affermata l’idea che gli uomini debbano continuare a vivere all’interno del modello organizzativo democratico-liberale dello Stato, maturato nel corso del secolo Diciannovesimo.

Sull’accettabilità di questo modello vi è, a livello europeo, un ampio consenso che, pur non escludendo “differenze e tensioni” tra gli Stati, li vede comunque convergere verso un’unica economia sociale di mercato. Tutto ciò, però, non è stato privo di conseguenze negative. La convergenza ha creato all’interno di alcuni degli Stati un deterioramento dei loro conti pubblici ed un indebitamento previdenziale divenuto insostenibile. Il disordine delle finanza pubblica starebbe dissolvendo l’ordine politico tradizionalmente basato su rapporti di forza elettorali; un ordine che “ha distribuito privilegi secondo meccanismi volti ad acquisire consenso, premiando il presente e sacrificando il futuro”. Di fronte alle difficoltà interne degli Stati europei, l’unica risposta possibile è sembrata consistere, a parere di Lottieri, nella sostituzione delle “sovranità nazionali con una super-sovranità che le includa e le trascenda”. A causa di tutto ciò, il processo di unificazione, pur iniziato da tempo, è ben lontano dal suo compimento, a causa delle difficoltà interne dei singoli Stati; per questo motivo, il monolite statuale, pur in crisi, continuerebbe a rappresentare solo un valido punto d’appoggio per le traballanti società europee, considerato che ciò che dovrebbe prenderne il posto “continua ad avere tratti di difficile definizione”.

Le difficoltà che si oppongono al procedere del proceso di unificazione dovrebbero spingere le classi politiche europee a dirigere il loro sguardo verso la piccola Svizzera, la cui considerazione ed il cui studio potrebbero suggerire un valido modello alternativo all’unificazione politica dell’Europa secondo la logica propria dello Stato nazionale. Ma in che senso? Lottieri non ha dubbi in proposito e giustifica l’opportunità di rivolgere l’attenzione verso la Svizzera facendo appello alla storia contemporanea. “Quello che oggi ci colpisce guardando la Svizzera e i suoi ordinamenti – afferma Lottieri – era assai meno inusuale nei secoli scorsi. Ma mentre ovunque lo Stato moderno e le sue logiche si sono imposte sulle rovine degli ordinamenti di matrice medievale, la società elvetica è cresciuta evitando gli strappi: innovando senza distruggere, cambiando senza snaturare”; tutto ciò ha avuto come esito finale il consolidamento dell’autogoverno locale, una formula di governo cioè che può essere utile studiare, allo scopo di reperire indicazioni utili per ripensare a come organizzare sul piano istituzionale il Vecchio Continente.

Al contrario, il tentativo attualmente in atto in Europa è quello di trasferire a livello continentale l’”essenziale del progetto statale”, tanto che tra gli obiettivi perseguiti vi è – con somma meraviglia di Lottieri – quello di “dotare l’Unione di un’imposta propria e di un autentico governo comune”; a sostenere questo disegno, a parere di Lottieri, vi sarebbero forti interessi organizzati, espressi soprattutto dalle classi politiche dei singoli Paesi; il loro scopo sarebbe quello di acquisire la possibilità di disporre delle maggiori risorse garantite dalla costituzione del super-Stato (essendo ormai non ulteriormente aumentabili quelle che possono essere “estratte” all’interno dei singoli Stati, attraverso una tassazione ormai prossima al 50% del prodotto sociale), ma non quello di eliminare guerre future tra gli Stati europei, com’era negli intenti dei padri fondatori del progetto europeo.

Infatti, per Lottieri, lo stato in cui versa attualmente l’Europa sul piano organizzativo è il risultato dell’azione “dei ceti dirigenti nazionali di dar vita a un cartello politico che tolga ai cittadini europei la facoltà di optare tra distinte giurisdizioni e sottragga i governi all’obbligo di competere, offrendo migliori servizi a pressi più contenuti”. In tal modo, l’Europa politica sarebbe giunta a configurarsi come progetto volto a riproporre a livello continentale “la vecchia mistica dello Stato ed a trasferire alle istituzioni europee “molti dei miti che hanno animato la storia del collettivismo attuale”. Con lo sguardo rivolto verso la piccola Svizzera, perciò, le élite nazionali potrebbero comprendere “come soltanto il pluralismo istituzionale, caratterizzato da piccole città e villaggi autogestiti alleati tra loro…possa rappresentare un autentico criterio orientativo e una garanzia di libertà”. Comprendere perciò il “carattere premoderno e prestatuale” della Svizzera potrebbe essere d’aiuto per progettare le istituzioni che più converrebbero all’Europa unita, avendo chiaro che lo Stato della tradizione altro non sia che “una delle molte figure che il potere ha saputo assumere nel corso della storia”.

Oggi, di fronte alle pretese pervasive dello Stato, occorre preoccuparsi di tenere costantemente presenti i “nessi” esistenti tra l’organizzazione istituzionale e il sistema economico, tra le istituzioni politiche e il gioco degli interessi, senza trascurare il fatto che le società moderne sono sempre più integrate a livello mondiale; fatto, quest’ultimo, che “sembra esigere poteri maggiormente ancorati al territorio”. Le crescenti difficoltà delle istituzioni contemporanee suggerirebbero, perciò, che le istituzioni europee privilegino il “pluralismo istituzionale, il cosiddetto voto coi piedi, l’autonomia normativa e fiscale”; ciò perché, per superare le difficoltà delle istituzioni statuali, occorre “mettere in discussione il dogma implicito di quella cultura politica post-illuminista che ha voluto leggere la modernità come un susseguirsi di successi: con l’emersione prima dei diritti civili, poi di quelli politici e, infine, di quelli sociali”. A conclusione della sua critica alla modernità istituzionale, Lottieri afferma che oggi è proprio l’espansione di “veri e presunti diritti a consegnarci a un universo in cui la libertà individuale è sempre meno rispettata e garantita”.

Lo spirito critico libertario che lo anima spinge, pertanto, Lottieri a proporre che le istituzioni europee siano modellate su quelle della Svizzera, perché, a suo dire, la piccola federazione può essere “un autentico modello per un’Europa migliore, più libera e più prospera”, essendo le sue istituzioni caratterizzate, innanzitutto dal localismo, per cui, pur disponendo di una vasta autonomia, sono costrette ad assumere decisioni responsabili perché “costrette a competere”; inoltre, la Svizzera dovrebbe essere assunta dall’Europa come paradigma di riferimento, per via della sua neutralità, che la sottrae al moderno terrorismo, ma anche all’obbligo di partecipare ad iniziative volte a “portare la pace e la democrazia nel mondo”; senza trascurare gli altri caratteri dell’organizzazione istituzionale elvetica, quali il frequente ricorso al voto popolare e l’assenza di conflitti nel mondo del lavoro. Per tutte queste ragioni, le élite politiche europee, nel forgiare le istituzioni dell’Europa unita, dovrebbero convincersi che “la Svizzera è Europa ed è Occidente, ma lo in un modo del tutto peculiare: con meno tasse, meno regole, meno centralismo.

Ecco, questa è la reale giustificazione che Lottieri riserva al tentativo di unificazione politica dell’Europa comunitaria secondo il vecchio modello dello Stato democratico di diritto, maturato nel corso del XIX secolo, grazie al quale è stato possibile riscattare gran parte dell’umanità dagli stati di deprivazione, non solo materiale, in cui versava; nonostante che la capacità critica di Lottieri sia figlia di qual riscatto, egli non esita a rinnegare, per ragioni egoistiche, la validità del “contenitore istituzionale”, lo Stato, che ha consentito di rendere l’umanità più libera. In sua vece, egli propone un ritorno al Medioevo per adottare, non solo a livello europeo, un’organizzazione istituzionale quale quella della piccola Svizzera.

Prescindendo dalla considerazione che le fortune della piccola repubblica federale alpina è il risultato della convenienza del “resto del mondo” a conservarla come una sorta di “zona franca” nella quale trattare rapporti e situazioni internazionali difficili da governare, Lottieri propone, per l’Europa e per i singoli Stati che la compongono, un ritorno all’antico, cioè ad un’età pre-moderna, quasi un ritorno alla “vita nei boschi” prospettata da Hanry David Thoreau; ma non per sperimentare la possibilità per l’uomo di poter vivere in condizioni di povertà materiale, imparando ad apprezzare le piccole cose, bensì solo per pagare meno tasse, in presenza di un minor numero di regole, e disporre degli agi resi possibili dall’economia sociale di mercato, realizzata per il tramite di un’organizzazione istituzionale, che Lottieri considera strumento ormai superato.

Gianfranco Sabattini

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