venerdì, 23 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Viviamo in un epoca
di forti contraddizioni 
Pubblicato il 23-05-2017


Da decenni si assiste a un inarrestabile crescita del livello medio d’istruzione della popolazione: l’analfabetismo è un problema pressoché debellato nelle società occidentali, mentre il numero dei laureati è raddoppiato dagli anni Sessanta ad oggi. Questo fattore, unito alle nuove disponibilità tecnologiche potrebbe liberare un potenziale enorme. Ci riferiamo alle inedite e straordinarie capacità di partecipazione alla vita democratica della collettività che le tecnologie e l’ “intellettualità di massa” consentono. Molte forze politiche in Europa hanno in questi anni insistito affinché si potessero definire nuovi strumenti di partecipazione democratica – ad esempio, attraverso forme di democrazia diretta o di partecipazione “oltre i confini della rappresentanza” -, che si avviassero processi democratici finalizzati ad estendere ed allargare la partecipazione dei cittadini.
Sappiamo come è finita: la maggior parte di questi programmi sono rimasti semplicemente “parole d’ordine”. Le forze politiche che le promuovevano, una volta entrate nelle istituzioni hanno fatto ben poco in questa direzione. Rimangono riferimenti, più populisti che effettivamente programmatici, alla “democrazia diretta”, ma solo quando c’è da aizzare il malcontento popolare contro qualche azione autoritaria dei governi. In realtà, la popolazione fa esperienza di una vera e propria contrazione delle possibilità di accesso, per cui persino i referendum anti-governativi che si sono vinti – il caso dell’acqua “bene comune” in Italia o il referendum “anti-troika” in Grecia – sono poi stati bypassati dalle forze governative o dichiarati illegittimi, a fronte delle “responsabili” decisioni internazionali e del mantra “Ce lo chiede l’Europa!” o, di quello ancora meno ambiguo che dice : “ce lo chiedono i mercati!”

Del resto, i governanti possono dormire sonni tranquilli. Perché, pur continuando a persistere questa contraddizione, loro stanno facendo il possibile per creare sempre maggiori barriere all’accesso per gli studenti che volessero studiare all’Università ma non hanno abbastanza soldi. Il ritorno all’Università “di classe” quella, per capirci, nella quale solo chi era “borghese” poteva studiare è la miglior garanzia affinché i poveracci restino ignoranti e, sul piano dei diritti e delle tutele del lavoro, più ricattabili e sfruttabili. Dimenticavo, il lavoro! Non sia mai che al figlio del manovale, finita la facoltà di giurisprudenza o medicina, voglia fare l’avvocato o il medico!

Quanto all’uso della rete, meglio che il popolo si rincoglionisca coi “social”, unico spazio in cui è consentita e viene sfogata l’indignazione. Intanto Facebook capisce quali sono i gusti delle persone e fa ricerche di mercato… per i Governi e le Multinazionali.

Abbiamo accennato al questione del “lavoro”. Ebbene, oggi si lavora sempre di più, ma sempre meno si percepisce reddito. Che tu sia un precario, libero professionista, lavoratore autonomo, prestatore d’opera, co.co.pro, co.co.co e perfino “co.cco.dé”, puoi star sicuro che i soldi che percepirai corrisponderanno solo in minima parte all’attività svolta. Perché? Per capirlo facciamo un passo indietro. Un tempo esisteva in Europa il lavoro operaio. Anche se non eri propriamente un operaio, ma un impiegato o un addetto ai servizi, il tuo lavoro dipendeva però dalla centralità economica della fabbrica. Si trattava di quella che gli chiamano “economia reale”, proprio per distinguerla giustamente da quella “roba” speculativa che sono i mercati finanziari. Ecco, un operaio, un bracciante o un impiegato lavoravano otto ore al giorno, come da contratto sindacale, per ottenere una paga dignitosa. Il “padrone” doveva ovviamente ricavare il suo profitto dal lavoro dei “dipendenti” che correttamente percepivano una paga certa per il lavoro che svolgevano. Certo, l’unione dei lavoratori, la loro sindacalizzazione, la possibilità di far sciopero, di sabotare e bloccare la fabbrica era una jattura per il padrone. Quindi, meglio delocalizzare all’estero dove il costo del lavoro è più basso. Et voilà, ecco la  “mitica” globalizzazione, da quel momento la parola d’ordine, con i sindacati confederali in “ferie” è indebolire il potere degli operai… che in cambio hanno guadagnato la possibilità di lavorare part-time, ma con turni anche di 12 ore consecutive, dentro un call-center, comodamente accomodati su uno sgabello “precario”.

In fondo è come essere ritornati allo stato primordiale: nella savana sopravvive il predatore più forte e che corre più veloce. Ecco, in questa giungla ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo andare a procacciare il reddito, proprio come i nostri antenati predatori.

Scusate – potrebbe chiederci stizzito qualcuno più scaltro – ma state sostenendo che era meglio alzarsi la mattina alle cinque e stare tutto il giorno dietro a una pressa di una catena di montaggio per poi tornare a casa e non avere neanche la forza di mangiare o fare l’amore? Certo che no! Il lavoro dell’operaio in fonderia, nonostante il salario sicuro, era una piaga, una condizione appena superiore a quella della schiavitù.

Quando la tecnologia accorre a liberare l’uomo dalla fatica e dalla sofferenza è sempre una manna dal cielo, una liberazione. Ma l’uscita dal regno delle necessità materiali non c’è stata corrispondenza all’ingresso nel regno delle libertà. Eppure oggi, grazie all’impiego delle tecnologie automatiche, unito all’uso di apparati informatici e digitali ha aumentato a livello esponenziale la produttività, quindi la ricchezza generale.

Proviamo a seguire un ragionamento. Se negli anni Cinquanta cento operai producevano, con le tecnologie a disposizione, in una giornata quattro automobili, oggi lo stesso numero di automobili possono essere prodotti in due ore da dieci operai. Così, lo stesso per tutti i beni, le merci e i servizi di cui abbiamo bisogno. Le capacità produttive sono aumentate a dismisura, grazie soprattutto alle conoscenze scientifiche e tecnologiche sviluppate, eppure a questo non è seguito una riorganizzazione del lavoro e dei processi produttivi. A questo processo è seguito solo un aumento della disoccupazione, della precarietà, degli orari di lavoro, dello sfruttamento e della povertà. Ma com’è possibile? – ci chiederà ancora il nostro amico. Semplice, si chiama “new economy”, la concentrazione dei profitti e delle rendite è passata nelle mani di pochi privilegiati, infatti il 10 percento  della popolazione europea possiede il 90 percento della ricchezza.

E dire che potremmo vivere felici, lavorando tutti appena due-tre ore al giorno e godendo dei frutti di quel lavoro, per poi dedicarsi alle attività che più ci aggradano! Invece, lavoriamo anche dieci ore al giorno: addirittura si va sempre più sovrapponendosi il tempo di lavoro con il tempo libero, tant’è che c’è chi non stacca mai dal telefono o dal tablet con il quale lavora. Ma lavoriamo facendo cosa? Quanti di voi fanno un lavoro materiale, di quelli di una volta? Ad aumentare non sono solo precarietà e disoccupazione, ma è proprio il lavoro “improduttivo”.

Si è detto che la produttività e la ricchezza dipendono, oggi più che mai, dalle nuove tecnologie unite all’applicazione dello sviluppo scientifico. Eppure, che si tratti dello Stato o di un’azienda importante, s’investe sempre meno in “ricerca e sviluppo”? Che si abbia forse paura della forza dei “cervelli” e del loro potere di sganciarsi dai condizionamenti e dai vincoli imposti da quei pochi di cui si diceva e  di rendersi, finalmente, liberi? Si ha paura, forse, che una volta acquisita consapevolezza del potenziale della scienza, assieme ai dieci operai rimasti e all’esercito di precari e disoccupati, possano coalizzarsi per organizzare una “rivoluzione”, e fare a meno di speculatori, politici e parassiti?

Per questo, per arrestare la forza dei “cervelli” e scongiurarne il pericolo i “parassiti” preferiscono indurli alla “fuga”.

Il progresso tecnologico e scientifico ha liberato un potenziale enorme di ricchezza non solo dal punto di vista della liberazione del tempo, ma anche dalla liberazione dal lavoro. Pensiamo a tutti gli investimenti che potrebbero essere fatti, mentre in Europa ne vengono fatti pochissimi in campi del tutto nuovi, come ad esempio nelle energie rinnovabili. Intanto, nelle Wall Street del mondo, tra una tirata di coca e una “giocata” si continuano a fare le guerre per il petrolio.

Abbiamo puntato i riflettori sulla modernità, una modernità, per esempio, che permette alla grande distribuzione di esercitare un potere “Divino”: al posto del vecchio alimentari del quartiere, dove mio nonno prendeva il pane e il salame, oggi sorge un grande supermarket, un centro commerciale. E in questo immenso supermarket, abbiamo la fortuna di trovare per merito della mitica globalizzazione, pomodori prodotti in Cina e inscatolati in Romania. E mio nonno, da villano qual era, comperava i pomodori dall’ortolano proprio dietro casa. Che provinciale! É questa la bellezza della modernità?

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