Intervista a Martelli:
la vittoria del riformismo

Claudio Martelli-Psi“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

125 ANNI DI BUONA STORIA

riccardo-nencini 125 anni“Oggi celebriamo 125 anni di buona storia che ha reso l’Italia più libera e più civile e non c’è una grande riforma di cui oggi godiamo i diritti che non sia passata dalle piazze o dal Parlamento con conquiste o leggi che i socialisti hanno firmato, sottoscritto e difeso fino alla fine” lo ha detto Riccardo Nencini, segretario dei Socialisti Italiani parlando con i giornalisti a Bari questo pomeriggio nella sessione di apertura del convegno “L’eresia dei liberi” dedicato ai 125 anni dalla fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi Psi, nato a Genova nel 1892 Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giacomo Matteotti, Giuseppe Saragat, Bettino Craxi e gli altri padri nobili del Socialismo italiano campeggiano al centro del manifesto della manifestazione che a Bari tra oggi e domani sta riunendo quanti si ispirano ancora a quella storia. In una sala all’interno della Fiera del Levante, vi sono fra gli altri Ugo Intini, Claudio Martelli, Claudio Signorile e, tra gli esponenti del socialismo pugliese, Alberto Tedesco già senatore, Gianvito Mastroleo, animatore della “Fondazione Di Vagno”, Franco Borgia, già parlamentare di Barletta che aprendo i lavori ha salutato “il compagno Rino Formica che tanto ha dato e continua a dare alla storia del socialismo italiano” e poi Daniela Mazzucca, prima e sinora unica donna sindaco di Bari nel 1992, quando il capoluogo pugliese fu, per una breve stagione, “la città più socialista d’Italia” sino ad ospitare nel 1991 l’ultimo congresso del Psi con Bettino Craxi poco prima del terremoto politico-giudiziario di ‘Tangentopoli’ e della fine della Prima Repubblica.

“Ma c’è una parte del futuro ancora più significativa che ci interessa – afferma Nencini – ed è riprendere questa storia su tre assi: un’Europa diversa che intanto, grazie agli eurobond, passi alla fase degli investimenti; una attenzione particolare al mondo dei migranti e dico che siamo favorevoli all ius soli a condizione che chi vive in Italia giuri sulla nostra Costituzione; poi serve defiscalizzare le assunzioni presso le imprese dei neoassunti”. In riferimento al destino del centrosinistra nell’ambito del dibattito sulla legge elettorale, Nencini ha affermato “bisogna presentarsi agli elettori con un progetto di centrosinistra e con una sinistra forte, coesa e la legge migliore è quella con un impianto maggioritario.” Il tema del leader e del ruolo di Matteo Renzi per Nencini è cruciale: “Renzi è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”. Pensando a Pisapia che però “domani non tiene a battesimo una sinistra alternativa. Una cosa è lui, un’altra è Articolo 1, un’altra ancora sono i vendoliani. Penso che si tratti di una giornata importante ma non decisiva. Oggi ha senso parlare di unità ma non certo dell’Unione di Prodi con 10-12 partiti diversi. Quando parlo di sinistra unita mi riferisco a una sinistra riformista unita ovvero il Pd, il Partito Socialista, una parte del mondo che si raccoglie attorno a Pisapia, sicuramente Emma Bonino, ovvero un mondo che ha fatto del riformismo la sua bussola di comportamento”.

Nencini, sinistra riformista si presenti forte e coesa

Segreteria Psi-Nencini“Bisogna presentarsi agli elettori con un progetto definito di centrosinistra, una sinistra riformista forte e coesa, e la legge migliore per farlo è una legge che abbia un impianto maggioritario, perché chi va a votare deve sapere per chi vota e per fare che cosa subito dopo il voto”. Lo ha detto il senatore Riccardo Nencini, segretario del Partito Socialista italiano parlando a Bari dove si celebrano i 125 anni dalla fondazione del Psi. Nencini ha parlato della necessità di una “sinistra riformista unita, Pd, Psi, Pisapia, Emma Bonino, un mondo che del riformismo ha fatto la sua bussola di comportamento”.

Per Nencini “Renzi è uno dei leader assolutamente potenziali, è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”, mentre con riferimento all’appuntamento in programma a Roma con Giuliano Pisapia, il leader del Psi ha parlato di “una giornata importante ma non assolutamente decisiva”. Da Bari il Psi lancerà anche tre proposte programmatiche. “I 125 anni di storia che oggi celebriamo – ha detto Nencini – sono quelli che hanno reso l’Italia più libera e più civile. C’è però una parte del futuro ancora più significativa che parte da questa storia e, attraverso un’Europa diversa, passi, grazie agli Eurobond, alla fase degli investimenti, con un’attenzione particolare al mondo dei migranti. Noi siamo favorevoli allo ius soli – ha spiegato Nencini – ma a condizione che chi vive in Italia, lo faccia giurando sulla nostra Costituzione”.

Nencini ha inoltre detto che occorre “defiscalizzare tutte le assunzioni presso le imprese che riguardano giovani neoassunti”. Per questo evento nazionale che celebra la storia del partito è stata scelta Bari “per due ragioni – ha concluso Nencini – abbiamo avuto un ottimo risultato elettorale alle amministrative e questa terra ha espresso in questi 125 anni di storia leader, grandi battaglie di civiltà, ha dato i suoi morti per combattere per la libertà degli italiani e per questo era giusto essere a Bari”.

A Bari i 125 anni di storia socialista

camera conferenza stampa tagliata“A ben guardare siamo l’unica forza politica che nasce più o meno nei giorni in cui nasce l’unità d’Italia. A Bari presenteremo una storia degli anni che vanno dall’800 a oggi. Tutte le leggi e tutte le battaglie civili che hanno reso l’Italia più libera portano la firma, nelle piazze e nei Parlamenti, delle tante anime del socialismo italiano. A cominciare dalle otto ore di lavoro, alle prime proposte sul divorzio fino alle prime misure prese in età giolittiana per garantire uno stato sociale. La prima legislatura che protegge i minori porta la firma dei parlamentari socialisti nel primo novecento”. Sono le parole con cui Riccardo Nencini ha aperto la conferenza stampa di presentazione della due giorni di Bari che si aprirà giovedì prossimo in cui i socialisti celebreranno i 125 anni di storia del socialismo italiano. “Non siamo nati ieri. Siamo l’unico partito che rappresenta per intero la storia d’Italia, la storia di un popolo”. Ha detto ancora il Segretario del Psi, Riccardo Nencini.

Alla conferenza stampa, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, hanno partecipato parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali  Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini. Storici, rappresentanti del PSE, presidenti di fondazioni e associazioni, Claudio Martelli, Ugo Intini assieme ai tanti amministratori locali ed ai sindaci socialisti saranno impegnati in una due giorni dedicata al riformismo italiano. Ma non sarà appuntamento per parlare del passato. Anzi. Sarà un momento profondo di riflessione sul futuro e l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. “Nelle radici la bussola per interpretare il futuro – ha sottolineato ancora Nencini – un’altra Europa con una politica fiscale comune ed Eurobond a sostegno dello sviluppo; ius soli ma giuramento di fedeltà alla Costituzione per i migranti che vivono in Italia; incentivi fiscali per le imprese che assumono; valorizzazione del Made in Italy. I socialisti lanceranno dalla Puglia il loro programma: elezioni a scadenza naturale, legge elettorale maggioritaria, un tavolo di tutti i riformisti che si impegni in un Patto con gli Italiani”.

Si parlerà della storia fino ai nostri giorni: “Nel secondo ‘900 la storia è più nota. A cominciare dal voto alle donne fino alle grandi riforme del primo centro sinistra fino a fatti che ormai appartengono alla storia quotidiana che risalgono al governo Craxi dal 1983 al 1987”. Una storia, sottolinea Nencini, fatta di “luci e di ombre” ma anche di grandi sconfitte. E però tutte le grandi innovazioni del ‘900 italiano passano decisamente per quella storia.

Nencini continua parlando del domani. Di quello che i socialisti proporranno all’indomani delle Primarie delle idee che ha raccolto circa 55 mila contributi. L’esito per Nencini è stato “non sorprendente, ma un esito che fa riflettere”. E spiega: “Quando leggo che ci si stupisce ancora di come il centrodestra vinca in città come Genova o Sesto San Giovanni, l’unica sorpresa è la sorpresa”. Non esistono più, spiega Nencini – zone rosse franche. “Anzi è l’esatto contrario. Ha cominciato l’Emilia Romagna parecchi anni fa. La Toscana è stata già ampiamente bucherellata”. “Se ci presentiamo ai cittadini con parole d’ordine ormai superate che non affrontano i temi caldi di questo secolo, non c’è più una zona franca che possa garantire elettoralmente il predominio”.

Il tema della sicurezza, della paura e della fragilità sociale per Nencini sono “temi propri ormai di fasce trasversali della popolazione”. Nencini spiega che con Bari i socialisti provano a “scrivere una sorta di bussola, figlia delle primarie delle idee, che consegniamo alla sinistra riformista. Una bussola fatta di pochi punti: Europa, lavoro, le nostre paure e le nostre insicurezze”.

“Difendiamo fino alla fine la norma dello Ius Soli, ma difendiamo anche la norma del giuramento alla Costituzione italiana” dice Nencin perché “serve un percorso di piena integrazione che permetta di vivere secondo i diritti e i doveri base del nostro Stato. Lo Ius Soli non può essere separato da questo”. In conclusione della conferenza stampa Nencini sottolinea tre questioni: “Si vota nel 2018. Quindi nessuna apertura a chi volesse pensare di anticipare questo termine. Secondo: il nostro auspicio per la legge elettorale è una soluzione non dissimile dal Rosatellum, che aveva un impianto maggioritario con quota proporzionale, immagino che oggi una maggioranza sia possibile anche al Senato”. “Terzo, non pensiamo ad una riedizione dell’Unione, che va da rifondazione a tutto il mondo riformista”. Ma l’alternativa all’Unione non è il nulla, è la saldatura tra pariti, tra forze riformiste, e nel centrosinistra ne sono rimaste veramente poche, e da quelle iniziare a costruire un programma e da lì un patto con gli italiani”.

Un passaggio sul centrodestra: “Ove si presenta unito, vince pressoché ovunque. È una novità rilevantissima. Fino ai giorni precedenti le elezioni questo aspetto era stato sottovalutato da tutti.

E sul centrosinistra aggiunge: “L’altro fattore, ed è l’altra novità, è che il centrosinistra si è presentato nei 4/5 dei comuni (con più di 15000 abitanti ndr), su un asse Pd – Psi, terzo ingrediente liste civiche. Non si trovano liste che fanno riferimento a Pisapia e si trova poco rappresentato il neo partito di Bersani, Articolo 1. È la conferma che non c’è bisogno di rifare l’Unione, anzi sarebbe un errore, ma tenere assieme le forze che si richiamano al socialismo europeo, aperte al mondo dei radicali, aperte alle liste civiche democratiche, continuiamo a pensare che quella sia la strada maestra da seguire. C’è tempo per costruire questo scenario, però prima lo mettiamo in piedi e meglio è”.

L.elettorale: Prodi, garantire stabilità con accorpamenti 

romano-prodi“O abbiamo una legge elettorale che ci obbliga ad accorpamenti o non c’è niente da fare”: lo ha detto Romano Prodi durante un confronto con il presidente di Acer Bologna, Alessandro Alberani, organizzato nel capoluogo emiliano. “La democrazia – ha ricordato il Professore – ha le sue regole: nei primi due o tre anni” occorre “fare le ‘robe’ scomode che si devono fare e che scontentano qualcuno, e poi si aggiustano le cose. Invece qui – ha sottolineato l’ex premier – c’è questa instabilità per cui mai si riesce a porre mano alle riforme”. Poi si registrano “liti, personalismi, aggravamenti ma – ha ribadito Prodi – nel lungo periodo il problema italiano” è legato alla “stabilità dell’autorità”.

Inoltre “in un Paese frammentato la legge elettorale non è fatta per fotografare” il Paese stesso ma “per dare un governo stabile”. “È un richiamo al maggioritario?”, hanno chiesto i giornalisti al termine dell’incontro: “L’ho detto 6mila volte, lo dico 6mila e uno. Il Paese – ha replicato Prodi – si salva solo se c’è una legge che dà un Governo stabile nel lungo periodo”. E poi con una battuta l’ex presidente del Consiglio, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento al documento-appello al Pd firmato a Bologna da molte figure considerate vicine al professore: “Ma non ci sono più i prodiani. Non c’è più Prodi, come fanno ad esserci i prodiani?”.

Insomma il dibattito sulla legge elettorale e sulla coalizione è in corso. Anche se sotto traccia. A Prodi ha risposto il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato: “La presunzione di autosufficienza noi del Pd non ce l’abbiamo, guarderemo a chi ha governato con noi. Dopo le elezioni speriamo di essere autosufficienti, ma se non lo saremo ci confronteremo in parlamento”. “Pisapia – ha detto ancora – è una persona con cui abbiamo sempre dialogato, il problema è qual è la linea politica. Agli elettori non interessano le sigle ma le idee, le soluzioni ai problemi. Siamo disponibili a dialogare con tutti su un progetto, poi arriveranno anche le sigle. Ma se c’è il pregiudizio sul nome, se non va bene Renzi e ce ne siamo andati via per questo, non si va da nessuna parte”.

Sempre dal Pd, il Ministro della Giustizia Orlando è su una posizione diversa: “Non può esistere un Pd senza centrosinistra. Il Pd da solo non è autosufficiente”. Orlando ha confermato anche di partecipare a Roma alla manifestazione organizzata da Campo Progressista di Giuliano Pisapia. “Perché un Pd indipendente dalle altre forze di sinistra, come sembra volere Renzi, non può stare in piedi”. Per Orlando le elezioni nei Comuni sono state in questo senso il banco di prova. E lancia un’esortazione al segretario del Pd: “Ora tocca a lui indicare la via del rilancio. Io non credo sia quella di un Pd solitario, è una via che porta all’insuccesso”. Da Forza Italia il deputato Francesco Paolo Sisto, capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Costituzionali alla Camera parla di crisi di nervi del Pd e rilancia il sistema tedesco. “Rosato che torna sul maggioritario con posizioni ambigue e poco chiare, Prodi che parla di ‘accorpamenti’: sulla legge elettorale si conferma la confusione di un Pd in piena crisi di nervi. Oggi i Dem non sarebbero in grado di dar vita a nessuna riforma, semplicemente perché non riuscirebbero a tenere i loro numeri”. E ripropone il sistema tedesco: “Per quanto ci riguarda restiamo coerenti con un modello che ha registrato ampio consenso Parlamentare e che è il solo in grado di far ‘pesare’ il voto degli italiani”.

Tutto può succedere,
il fnale. Già al lavoro sulla terza serie

tuttopuosuccedere2-finaleTutto può succedere. Nuove verità da scoprire. Ma bisogna sempre sapere scegliere. Un dovere irrinunciabile per vivere. Ma l’infinità di opportunità a disposizione é sorprendente. L’ultima puntata della seconda stagione della fiction “Tutto può succedere” lascia intravedere proprio questo. Non poteva finire meglio: con il matrimonio (finalmente!) di Feven e Carlo, quasi una foto di famiglia (cui spesso tali fiction ci hanno abituato ad assistere -pensiamo ad esempio a “Un medico in famiglia”). Tutta la famiglia unita: “questa è bella” -dice Emma Ferraro-; “tutto questo (amore e affetto vero e puro) è bello”, -replica Ettore Ferraro.
Ma per arrivarci occorre prendere decisioni importanti davanti a un duplice bivio: la famiglia o i soldi?, ad esempio é uno di essi. Per questo discutono i fratelli Alessandro e Carlo: il primo vorrebbe vendere il Gran Control per fare un affare economico da sei cifre; il secondo non ne vuole saperne perché certe cose non sono in vendita. E così anche Ale imparerà che certi valori, ideali, affetti non si possono contrattare e apprenderà a chiedere ‘scusa’ e dire ‘grazie’ per questo al fratello. Ma non è solo ciò che ci viene trasmesso dalla fiction. Spesso -ci fa riflettere Sara – é la felicità a trovare noi e sconvolgerci la vita più che il contrario. Intanto, se il romanticismo ci mette di fronte coppie divise a metà tra due amori (prima Feven tra Valerio e Carlo; poi Sara tra Elia e Marco; infine Giulia tra Luca ed Alberto), l’unica certezza é che bisogna essere disposti a tutto per stupire e (ri)conquistare chi si ama, ma amare vuol dire anche fare delle rinunce. E saper accettare l’altro per quello che è. Se vi sono tanti differenti tipi di amore, allora é proprio con Giulia che si arriva alla conclusione che spesso c’é una terza soluzione possibile all’amore di e per due uomini: quello per se stessa e per i propri figli. Scegliere di voler pensare a sé e stare bene, occuparsi di chi ha veramente bisogno di noi come un figlio o una figlia. E sono proprio i più piccoli, come Matilde, a risolvere tutto e trovare le giuste parole, i giusti termini, il modo e il momento più adatto per ogni cosa, anche per le questioni più complicate, complesse, che mettono a disagio gli adulti. Oppure Denis che dice a Marco di non abbandonare la madre, seppure non sia facile stare con lei. Bello il pezzo in cui Ambra (Matilda De Angelis) canta dal vivo la colonna sonora, senza base musicale inizialmente. E la musica è essenziale e fondamentale per dare valore aggiunto. Il senso della serie è quello di vivere la vita sino in fondo, senza paure, essendo sempre se stessi. Infatti nell’omonima canzone dei Negramaro si parla esplicitamente della “vita che non torna più se non sei più tu a viverla così e come piace a te; vivila senza più paure”.
L’impressione é che gli attori abbiano davvero vissuto la serie, interpretandola e ‘sentendola’ e non solo recitandola semplicemente. In attesa della terza stagione a cui si sta già lavorando. Tutto concentrato nell’ultima entusiasmante puntata, qualche retroscena é lasciato aperto (quale futuro per Marco e Sara? O per Stefano e Federica? O per Ale come dirigente dell’azienda di famiglia di Stefano? O per Ambra da musicista? Dimitri sarà felice con la famiglia divisa di Matilde? Giulia e Luca saranno due buoni genitori separati dei due figli, di cui uno adottato?); anche se è forte il senso di riconciliazione. Forse perché si dimostra che si può cambiare ed essere migliori. Insieme. Dopo di che, tutto può succedere.

Ba. Co. 

Migranti: Juncker, sforzi extra per aiutare Italia

Juncker-UEIl presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha promesso “sforzi supplementari” con l’obiettivo di aiutare “Italia e Grecia nella battaglia difficile ed eroica” che stanno conducendo sui migranti. Ma l’idea del governo di dirottare le navi delle Organizzazione non governative verso i porti di altri Stati membri rischia di scontrarsi a ostacoli politici e logistici senza cambiare in modo sostanziale i numeri degli sbarchi in Italia.

“I migranti soccorsi dalle imbarcazioni delle Ong che battono bandiera francese o spagnola potrebbero essere sbarcati in Francia o Spagna, ma dipende dalla disponibilità dei singoli paesi”, ha spiegato una fonte comunitaria: “Capiamo la situazione perché se i numeri restano quelli degli ultimi giorni la situazione diventerà ingestibile”. Tuttavia il numero di sbarchi di navi di Ong che battono bandiera di un altro paese sono solo una “piccola porzione” rispetto al totale delle imbarcazioni che operano al largo della Libia, ha sottolineato la fonte. La maggior parte dei salvataggi viene effettuato dalla guardia costiera italiana, da navi che partecipano alle missione Ue Sophia e Triton e da mercantili.

Nel 2016 le navi delle Ong hanno condotto appena il 22% dei salvataggi nel Mediterraneo centrale contro il 46% da parte di imbarcazioni della polizia di frontiera, della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera italiana, secondo un documento della Commissione pubblicato lo scorso febbraio. Teoricamente il porto di destinazione dei migranti dovrebbe essere a Malta, perché gran parte dei salvataggi al largo della Libia avvengono nella zona di ricerca e soccorso maltese. Ma c’è un accordo tacito tra Roma e la Valletta che prevede gli sbarchi in Italia, perché l’isola del Mediterraneo è troppo piccola per gestire migliaia di migranti.

Quel che ha chiesto il governo di Paolo Gentiloni – si sottolinea a Bruxelles – è una modifica dell’automatismo che porta alla designazione dei porti in Italia, non necessariamente per procedere a sbarchi a Malta, ma in altri Stati membri. La discussione politica avverrà in una riunione informale dei ministri dell’Interno dell’Ue la prossima settimana in Estonia. I problemi sono legali, logistici e politici. Le missioni Ue che operano al largo della Libia designano esplicitamente l’Italia per gli sbarchi: per modificare le regole di ingaggio di Sophia serve l’unanimità dei 28, mentre per cambiare il mandato di Triton occorre il consenso di tutti gli Stati membri partecipanti. Una volta escluse le imbarcazioni italiane e quelle delle missioni Ue, restano solo le navi delle Ong: 14 imbarcazioni che battono bandiera di Malta, Olanda, Germania, Francia, Spagna, Regno Unito. “Difficile imporre a una Ong tedesca di sbarcare i migranti a Amburgo”, spiega un funzionario comunitario. Restano dunque Spagna e Francia. Se dal premier spagnolo Mariano Rajoy è arrivata un’apertura, il presidente francese Emmanuel Macron ieri a Berlino ha voluto fare la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici. “La posizione della Francia sugli sbarchi non è ancora chiara”, ammette il funzionario. E anche le navi delle Ong spagnole e francesi dovessero sbarcare i migranti nei loro porti, “la pressione sull’Italia diminuirebbe solo un po’”.

Nel frattempo, malgrado il sostegno alle richieste italiane, Juncker ha mostrato segnali di irritazione nei confronti di chi accusa l’Ue di non muoversi sulla crisi migratoria. “Abbiamo agito, non lascerò dire che non è stato fatto nulla”, ha detto il presidente della Commissione: “La Commissione ha stanziato nel 2016 e 2017 10,2 miliardi di euro per la crisi dei migranti”. Si è trattato di “un grande sforzo” – ha spiegato Juncker – perché “le risorse non sono state messe a disposizione dagli Stati membri” ma da “tutti i commissari che hanno dovuto cedere somme importanti”. Juncker ha rivendicato anche il lancio del corpo di guardia-coste e guardia-frontiera dell’Ue. “È una politica già fatta. Abbiamo dispiegato in Grecia più di 800 soldati, poliziotti e guardia-frontiere, più di 300 in Italia, 200 alla frontiera bulgaro-turca e un centinaio in Spagna”. Per Juncker, “la protezione delle frontiere sta funzionando”.

Cooperative: strumento dell’ ONU per la Globalizzazione

L’importanza dei principi cooperativi ha ottenuto un riconoscimento “ definitivo “ dalla Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione , la Scienza e la Cultura (UNESCO ). Le cooperative (e nessun’altra forma giuridica di impresa) sono state aggiunte alla lista del Patrimonio Culturale Intangibile dell’ Umanità. L’ Unesco riconosce che l’esperienza umana “ non è definita solo dai luoghi e/o dai monumenti tangibili ” ma pure dalle tradizioni e dalle pratiche di vita esistenti. Ogni Stato quindi può richiedere all’Unesco di inserire nella lista citata , ad esempio , il Movimento Cooperativo !!?

Si , la Germania lo ha fatto ottenendone il riconoscimento ; l’ Italia ancora no, perché? La risposta può essere molto articolata e la rimandiamo al prossimo approfondimento. Il 1 luglio 2017 cade la 23^ giornata ONU delle Cooperative ed il messaggio dell’ICA (International Co-operative Alliance ) per questa occasione risalta giustamente i “ principi “ della società cooperativa ponendo l’attenzione al settimo: “Impegno verso la comunità “.

Trattasi di un principio quasi sconosciuto tra i soci stessi di una cooperativa e totalmente sconosciuto alla cittadinanza, anche la più colta o ritenuta tale. La cooperativa quindi , deve impegnarsi nel sostenere lo sviluppo delle comunità in cui opera (NO alle delocalizzazioni speculative così diffuse dalle grandi e medie imprese private) interessandosi e/o utilizzando le risorse del territorio in cui opera e sostenendone (ovviamente nell’ambito delle sue possibilità ) le iniziative socio-culturali promosse.

In altre occasioni abbiamo ricordato la nascita dei movimenti cooperativi e le persone che caratterizzarono e ne sostenerono la formazione, lo sviluppo ed anche gli insuccessi (spesso dovuti ad ostacoli volutamente creati da avversari…). I reggiani Prampolini e Ruini il molinellese Massarenti e tanti altri ne svilupparono la filosofia imprenditoriale come vero e proprio contenuto politico ed anche partitico.

La non discriminazione di genere, sociale, razziale, politica e religiosa nella formazione del corpo sociale della società cooperativa, accanto all’intervento operativo laddove il “privato” e la “società di capitale“ non si attiva (per carenza di possibilità di lucrare) per far fronte ai bisogni della popolazione meno abbiente, costituiscono e costituiranno anche in futuro i capisaldi aziendali della iniziativa imprenditoriale cooperativa.

Il messaggio dell’ ICA evidenzia come la “disuguaglianza dei redditi “ stia aumentando in tutto il mondo ed indica il “modello cooperativo “ come il primo strumento da applicare per combattere il fenomeno perseguendo una maggiore distribuzione delle ricchezza. Già oggi laddove la povertà attanaglia le popolazioni, milioni di persone, organizzate in cooperative, trovano la possibilità di sopravvivere e partecipare al controllo ed allo sviluppo delle loro imprese.

L’ ONU indica la strada maestra per affrontare la Globalizzazione in corso: “l’insieme dei valori come quelli del Movimento Cooperativo“. Da cooperatori attivi sappiamo che in ogni settore della vita la concretizzazione dei “principi” viaggia sulle gambe delle persone con le loro conseguenti responsabilità . Di certo, accadimenti di malaffare oltre che di mala gestione imprenditoriale hanno offuscato il Movimento Cooperativo ma non i “principi “ e la passione che oltre 250 milioni di soci mantengono intatta.

Mauro Veronesi Paolo Cristoni

Il Psoe e la legalizzazione dell’eutanasia

Pedro SanchezI socialisti spagnoli hanno in mente una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese iberico. Secondo quanto riportato dal quotidiano El País, Pedro Sánchez e compagni starebbero per portare in Parlamento – per la prima volta nella storia – un progetto a riguardo. Per sostenerla sembra esserci già un accordo con altri partiti di sinistra, in particolare con Izquierda Unida.

Il leader del Psoe ha infatti cercato una strada che possa garantire l’approvazione della legge. Tutto passa anche attraverso la ricucita di vecchie ferite tramite il dialogo con Alberto Garzón, coordinatore generale di IU e co-portavoce della gruppo parlamentare della coalizione Unidos Podemos. Il patto raggiunto con lui dovrebbe estendersi a tutti i partiti che fanno parte della coalizione, compreso anche lo spinoso Podemos di Pablo Iglesias.

Si potrebbe in tal modo tentare di arrivare ad una maggioranza alternativa, dato che il Psoe starebbe cercando di far rientrare nell’accordo anche alcuni tra i partiti delle comunità non castigliane, che garantirebbero i numeri qualora il Partito Popolare e Ciudadanos dovessero opporsi alla proposta.

Per quanto riguarda questi ultimi c’è tuttavia ancora qualche spiraglio di dialogo. Il gruppo di Albert Rivera ha infatti già presentato una proposta di legge legata al trattamento di fine vita, volta a garantire la dignità e la volontà del paziente terminale ma escludendo l’eutanasia.

Non è tuttavia detto che il dialogo con Sánchez non possa evolversi, coinvolgendo anche Ciudadanos tra i promotori della legge.

Appare difficile al momento, ma il dibattito sull’eutanasia potrebbe porre più d’un bastone tra le ruote del governo di Rajoy. A partire dalla prima proposta di legge sul tema in un paese fortemente cattolico come la Spagna fino alle prove tecniche di coalizione da parte del resto dell’emiciclo parlamentare, la partita potrebbe avere dei risvolti piuttosto interessanti.

Giuseppe Guarino

Gli effetti negativi
dei “luoghi comuni” sull’economia

boitaniLa crisi che ancora grava sulla società e l’economia del nostro Paese ha dato la stura a un insieme di luoghi comuni in fatto di economia, originati dal vezzo intenzionale di utilizzare i teoremi economici per condannare o approvare questa o quella misura di politica economica, evidenziando alcuni aspetti di quei teoremi, ma tacendo su quelli “sconvenienti”. Ciò ha dato luogo, afferma Andrea Boitani, in “Sette luoghi comuni sull’economia”, ad una serie di espressioni quali: “L’economia va male perché c’è l’euro”; “Se il debito pubblico è alto ci vuole l’austerità”; “Senza le riforme non si esce dalla crisi”: “Per rilanciare l’economia servono grandi investimenti infrastrutturali”; e così via. Si tratta di espressioni che, a furia di essere ripetute, sono diventate “espressioni sacre”, dei mantra, pronunciate per esorcizzare la società dagli esiti “malefici” della persistenza della crisi economica e politica.

Considerato che alcuni dei luoghi comuni più ricorrenti hanno un impatto, a volte positivo, ma normalmente negativo sulla “vita e il benessere di milioni di individui, o addirittura di intere comunità nazionali e sopranazionali”, l’autore è del parere che sulle espressioni economiche divenute infondatamente quasi degli atti di fede occorra un esame razionale, per disvelarne i limiti, oppure per evidenziarne, quando possibile, il poco di verità che esse contengono. La riflessione critica su quelle espressioni è tanto più necessaria, se si pensa che decisioni di politica economica poco equilibrate, assunte sulla base di esse, finiscono con l’affermarsi come un’”ideologia insidiosa”, fuorviante per le decisioni responsabili che dovrebbero invece essere assunte.

Tra i luoghi comuni discussi da Boitani, alcuni in particolare hanno colpito l’immaginario collettivo, per la frequenza con cui essi in questi ultimi anni sono stati insistentemente ripetuti, sino quasi a trasformarli in recite scaramantiche; si tratta dei luoghi comuni che hanno avuto un rilievo politico riguardante l’intera comunità, quali quelli che di continuo hanno ripetuto, e continuano a ripetere, che l’“economia è entrata in crisi a causa dell’euro” e che per rimediare all’alto debito pubblico occorreva l’”austerità”, ovvero un drastico contenimento della spesa pubblica.

Riguardo all’euro, i suoi sostenitori lo hanno sempre magnificato, sostenendo che la moneta unica ha “contribuito a proteggere le economie europee da una serie di shock economici globali” e, grazie alla stabilità monetaria da esso garantita nel suo primo decennio di circolazione, sarebbe stato possibile garantire all’interno dell’Unione Europea la realizzazione di un notevole incremento di nuovi posti di lavoro. A parere di Boitani, rispetto a questi risultati, dal punto di vista dell’Italia, l’euro non sarebbe stato decisivo, né in senso positivo, né in senso negativo. “Se l’Italia – afferma l’autore – ha rallentato la crescita in concomitanza con l’ingresso nell’euro non è colpa dell’euro, visto che altri Paesi non hanno rallentato o addirittura hanno accelerato.

La moneta unica era nata con gli “obiettivi della bassa inflazione e dell’integrazione finanziaria”. Se il controllo dell’inflazione è stato raggiunto, non c’è da stupirsi, in quanto il suo perseguimento era “iscritto nei geni dell’euro fin dalla definizione dei criteri di accesso alla moneta unica con il Trattato di Maastricht”; anche l’integrazione finanziaria, fino allo scoppio della crisi del 2007/2008, si è potuta perseguire con successo, perché l’eliminazione dei rischi di cambio, consentita dall’introduzione della moneta unica, ha permesso una maggiore integrazione finanziaria tra i Paesi membri dell’Unione.

L’integrazione ha promosso una rapida convergenza al ribasso dei tassi ai quali le banche dei diversi Paesi si prestavano reciprocamente risorse finanziarie, contribuendo a fare diminuire gli interessi sui titoli di Stato a lunga scadenza. Inoltre, la riduzione dei tassi bancari ha consentito un miglioramento del deficit primario del bilancio pubblico (differenza tra entrate pubbliche e spese, al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico esistente); ciò ha reso possibile all’Italia di ridurre il rapporto debito/PIL, portandolo, alla vigilia dello scoppio della crisi, al disotto del 100% (99,7% nel 2007). La riduzione dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo avrebbe dovuto creare le condizioni perché fosse possibile ridurre la pressione fiscale e/o aumentare la quantità delle prestazioni sociali offerte ai cittadini tramite la spesa pubblica; se ciò non è avvenuto, afferma Boitani, non è certo colpa dell’euro.

Nel primo decennio di vita dell’euro, l’accresciuta integrazione finanziaria ha consentito di finanziare crescenti deficit della bilancia commerciale dei Paesi del Sud dell’Europa, tra i quali l’Italia; ciò è avvenuto senza considerare che, da un lato, tutto ciò poteva non creare delle difficoltà, sin tanto che la situazione economica internazionale fosse stata caratterizzata da una sostanziale stabilità; dall’altro lato, che gli squilibri nella partite correnti della bilancia commerciale potevano rivelarsi una “pesante eredità”, non appena fosse venuto meno la stabilità economica internazionale. Scoppiata la crisi, le banche dei Paesi del Nord dell’Eurozona, riempiendo i loro portafogli di attività finanziarie emesse dai Paesi e dalla Banche del Sud, si sono trovate in uno stato di insolvenza, trasformandosi in “motore” di moltiplicazione e di diffusione degli effetti della crisi stessa. L’insolvenza, a parere di Boitani, è imputabile al fatto che i banchieri del Nord Europa hanno commesso un errore di valutazione del rischio di credito concesso ai paesi del Sud, e un “errore nella stima di un rischio è sempre ‘colpa’ di chi lo compie”. Sarà pure così, ma vien fatto di osservare che sull’”innocenza” di chi induce a compiere quell’errore è lecito nutrire qualche dubbio.

Ad ogni buon conto, perché è scoppiata la crisi? La risposta – afferma Boitani – va ben oltre il convincimento che la colpa sia stata dell’euro in sé e per sé considerato. “Il punto è che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro” e di tutte le istituzioni che lo hanno accompagnato. “L’unione monetaria era stata pensata come tappa di un lungo processo di unificazione del Vecchio Continente, una tappa che […] avrebbe dovuto spontaneamente portare a quella successiva: l’unione politica e quindi fiscale”. Ai difetti originari di costruzione dell’euro si è aggiunta poi la lettura che della crisi hanno dato, soprattutto dopo il 2010, le massime autorità europee, non disinteressatamente rispetto agli interessi dei Paesi del Nord Europa, trovatisi immobilizzate per gli eccessivi crediti concessi ai Paesi del Sud.

Secondo la lettura datane, la crisi dell’Eurozona, era l’inevitabile risultato dell’eccesso di debito pubblico dei Paesi del Sud Europa; tale debito, però, era “schizzato” verso l’alto solo dopo l’inizio della crisi, non perché, come alcuni economisti tedeschi pensavano, questi Paesi fossero continuamente in “festa”, ma perché avevano ricapitalizzato le proprie banche, contribuendo così a “salvare” quelle del Nord Europa (della Germania, in particolare, ma anche della Francia) che avevano sbagliato le loro valutazioni del rischio di credito; una verità che – afferma Boitani – “suscita sempre nervosismo a Berlino […] perché smentisce il mito della ‘generosità’ dei risparmiatori del Nord Europa”, evidenziando che buona parte dell’aumento del debito pubblico dei Paesi del Sud è stata causata dal rifinanziamento delle loro banche, a salvaguardia dei crediti di quelle del Nord.

In tutto quello che è accaduto, perciò, l’euro non c’entra; c’entra invece il fatto che l’”Eurozona è stata costruita come area sui generis, nel senso che anziché aver creato un’area istituzionalmente unitaria, è risultata essere solo un mercato interno, con l’euro ridotto a pura e semplice unità di conto, dove i Paesi partecipanti sono rimasti sovrani e responsabili dei propri debiti esteri, ma senza il controllo della propria valuta. L’euro, perciò, non ha colpe della crisi dell’Italia e degli altri Paesi del Sud Europa; la colpa è attribuibile al “come” è stata concepita e realizzata l’Eurozona, cioè all’aver pensato che l’unione monetaria potesse reggersi “senza bilancio federale, senza unione bancaria e senza unione politica, convinti che bastassero regole di finanza pubblica stringenti e strumenti per farle rispettare agli Stati più riottosi e indisciplinati”.

In questo modo, nella “disunione finanziaria ed economica” sono tornati a riproporsi gli egoismi nazionali, con la Germania trasformatasi in Paese ossessionato dal pericolo dell’inflazione, dalla necessità di introdurre una stretta politica fiscale nei Paesi ad alto debito pubblico e di assegnare a questi ultimi gravosi “compiti a casa”, il principale dei quali è stata l’imposizione di un “consolidamento fiscale”, ovvero di un’”austerità” gravosa (con cui porre fine alla presunta “festa” a causa della quale gli italiani si erano indebitati), al fine di ricuperare le risorse da destinare alla riduzione del debito pubblico, senza alcuna considerazione per i costi sociali che l’austerità avrebbe determinato. Tutti i Paesi creditori membri dell’unione monetaria hanno condiviso l’ossessione della Germania, convinti che non esistessero alternative percorribili: bisognava immediatamente procedere al consolidamento fiscale, “ovvero a una robusta sommatoria di tagli alla spesa pubblica (a partire dai salari dei dipendenti pubblici e dalle pensioni) e di aumenti delle tasse”.

Tra il 2009 3e il 2010, l’ideologia dell’austerità, condivisa dalle forze politiche al potere e dalla generalità dei banchieri, per realizzare il rientro dall’eccessivo debito pubblico, ha trovato il supporto nel lavoro di ricerca di alcuni economisti dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Ken Rogoff. Questi economisti, con una loro analisi empirica, avevano trovato una relazione tra il livello del rapporto debito/PIL e la crescita economica, relativamente a 20 economie avanzate, per il periodo 1946-2009; relazione che, a parere dei due ricercatori, consentiva di affermare che all’aumentare del debito di tali economie, il loro tasso di crescita si era ridotto significativamente e, quando il rapporto debito/PIL aveva superato il 90%, il tasso di crescita era divenuto negativo.

La ricerca economica, tuttavia, non ha tardato a dimostrare che l’austerità era “la risposta sbagliata ai problemi economici dell’Europa”, in quanto, anziché supportare la riduzione del debito pubblico dei Paesi più indebitati, come l’Italia, lo ha invece fatto aumentare, con incrementi maggiori proprio in quei Paesi dove più intense sono state le misure adottate per realizzare l’austerità. Ricerche empiriche successive a quelle di Reinhart e Rogoff hanno infatti evidenziato che “per ogni punto percentuale di miglioramento del saldo primario aggiustato per il ciclo nel periodo 2011-2014, il rapporto debito/PIL è aumentato di oltre 5 punti in media nei Paesi dell’Eurozona”; la spiegazione, a parere i Boitani, è da rinvenirsi nel fatto che l’“austerità ha finito per far ridurre la crescita del PIL reale più di quanto abbia frenato la crescita del debito pubblico”, per cui il rapporto debito/PIL è cresciuto di più proprio nei Paesi che hanno praticato una politica più intensa di austerità.

L’austerità, perciò, conclude Boitani, ha fatto sì che il deficit primario si riducesse, ma non ha permesso di migliorare il rapporto debito/PIL; di conseguenza, il tirare la cinghia per gli italiani non ha comportato, né un miglioramento della sostenibilità del debito pubblico, né un rilancio significativo della ripresa dell’economia nazionale. Vi è stato – sottolinea Boitani – persino chi, accettando le implicazioni del luogo comune che l’austerità fosse la risposta giusta all’eccessivo debito pubblico, non ha esitato ad affermare che il mancato successo del contenimento della spesa pubblica fosse da attribuirsi “alle dosi troppo piccole con cui la ‘medicina’ è stata somministrata”, rivelatesi insufficienti per invertire le aspettative degli operatori economici.

Il dramma per gli italiani è consistito nel fatto che l’accettazione acritica del luogo comune che l’austerità sarebbe stata una misura “espansiva”, in realtà si è rivelata “punitiva”; l’intero establishment del Paese ne ha accettato le implicazioni, concorrendo alla diffusione di un malcontento sociale così pervasivo da determinare complicazioni sul piano politico, per via della nascita dei cosiddetti movimenti populisti di protesta e “anticasta”, sui quali le forze politiche al potere avrebbero ora la pretesa di “scaricare” la responsabilità degli esiti negativi delle fallimentari politiche anticrisi poste in essere.

Gianfranco Sabattini