martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Carlo Galli e l’evoluzione del sistema politico
Pubblicato il 09-06-2017


carlo-galliCarlo Galli, politologo e docente di Storia delle dottrine politiche, in “Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana”, narra l’esperienza vissuta in prima persona, nel ruolo di deputato per il Partito Democratico eletto nelle elezioni politiche del 2013, relativa alla trasformazione dell’Italia e del suo sistema politico, per la precisione, specifica l’autore, fino all’assemblea nazionale del PD del 18 dicembre 2016; una trasformazione che ha segnato un passaggio epocale, coinvolgendo “Unione Europea, euro, assetto dell’economia, Parlamento, Costituzione, partiti, leader, sinistra, destra, terrorismo, legittimità e modalità della politica”. Cosicché il contenuto del volume potrebbe essere definito, come l’autore stesso tiene a precisare, “la contingenza politica vista da vicino e pensata in medias res”, non volendo essere un “libro di memorie, ma una “narrazione riflessiva su “un pezzo di storia politica d’Italia”, che riflette la profonda trasformazione che il Paese ha subito nel volgere di un periodo di tempo assi limitato.

Il primo interrogativo che, secondo Galli, nasce dalla riflessione su questa trasformazione riguarda “quanta necessità vi sia nell’attuale trend della politica italiana”, dove la necessità non è intesa “come complotto di pochi potenti”, ma nel senso che i recenti mutamenti strutturali della politica italiana sono avvenuti in un contesto di oggettività storica, la quale, in modo non ordinato e stabile, ha aperto il campo della politica ad avventure nel segno della soggettività e della occasionalità; ciò sta a significare – afferma Galli – che il “caos e il Capo si coappartengono”.

Le trasformazioni, a parere del politologo, sono consistite nel fatto che il PD è diventato il “perno del potere”, nel momento in cui il quadro politico del Paese si è fatto tribolare, con la presenza del movimento populista pentastellare, virando “verso una divaricazione duale tra “forze del sistema” e “forze antisistema” (nel senso di antiestablishment)”; ciò ha determinato che le trasformazioni si traducessero nel “segno della post-democrazia, cioè del mantenimento delle forme istituzionali della democrazia rappresentativa, e del contemporaneo loro superamento sostanziale in senso populistici e personalistico”; così che la democrazia, svilita a post-democrazia, si è deformata evolvendo verso una pseudo-democrazia, sorretta da un trend descrivibile come progressiva divaricazione tra i poteri economici sovra ed extrastatali e la politica nazionale e partitica orientata alla soluzione dei problemi nazionali.

Il trend delle trasformazioni sta spingendo, quindi, oggettivamente verso una pseudo-democrazia, cioè verso una “democrazia senza popolo”; il che significa – afferma Galli – che la rappresentanza politica è esercitata in assenza del rappresentato, ma le istituzioni attraverso le quali il popolo dovrebbe essere rappresentato “funzionano senza sapere analizzare la realtà sociale […] e anzi respingendola come un fattore di disturbo e cercando di sopravvivere con ‘narrazioni’ agli esiti disastrosi delle politiche che impongono”. Si tratta di un trend, quello delle trasformazioni del quadro politico nazionale, che risulta funzionale ai “potenti disegni economico politici, il cui governo è fortemente influenzato dalle “avventure personali dei politici”, implicanti un crescente adattamento dell’azione politica alla “qualità dei tempi”, adattamento che, a parere di Galli, è mancato a Bersani e a Letta, ma non a Renzi.

La prospettiva teorica con cui l’esperienza delle trasformazioni del quadro politico italiano è interpretata da Galli assume, come predicato esplicativo, la scomparsa nell’intero arco temporale in cui quelle trasformazioni si sono verificate, di ogni elemento di “resistenza” rispetto alle accelerazioni scomposte e divergenti causate sull’andamento dell’economia-mondo (della quale l’Italia è una delle componenti, sia a titolo individuale, che come membro di un disegno sopranazionale europeo) dal “trionfo e dalla crisi del neoliberismo”.

La metamorfosi politica del Paese è oggi oggetto di una “partita” che si gioca tra le forze moderate di sistema, che si identificano, da un lato, nel “centrosinistra di governo” che cerca di gestire le trasformazioni attraverso un “decisionismo a bassa intensità e con iniezioni di narrazione ottimistica”, che però viene smentita dai fatti; dall’altro lato, nelle “forze antisistema”, che includono la destra estrema, le ondivaghe forze populiste e la destra moderata allo sbando. Le forze di sinistra, autonomamente considerate dalle forze moderate del centro, di fronte alla “partita” giocata tra i due opposti schieramenti – a parere di Galli- sembra priva, tanto della capacità “di essere radicalmente critica quanto di costruire un principio nuovo”; ciò perché si tratta di una “partita” giocata a tre, “tagliata trasversalmente dal dualismo sistema/antisistema”.

Se si volessero descrivere i poteri reali che condizionano l’evoluzione della situazione politica del Paese, si deve riconoscere che quello politico, tra i poteri in campo, è il meno forte; è questa, a parere di Galli, la questione centrale della crisi della democrazia: quello politico “è l’unico potere democratizzabile, ovvero l’unico attraverso il quale possono essere fatte passare […] le istanze umanistiche e personalistiche di emancipazione e di uguaglianza, che sono l’essenza della democrazia moderna. Tutti gli altri poteri [potere mediatico, potere scientifici-tecnologico e potere economico] sono per loro natura opachi ed elitari, hanno una natura intrinsecamente autoritaria, rivolta dall’alto verso il basso; oppure, anche se possono avere una funzione pubblica, sono prima di tutto privati, quando non segreti”. La politica debole non è solo inefficace e impotente innanzi ai poteri forti, ma è anche il “tradimento delle promesse della democrazia, la negazione di se stessa”.

Di fronte al quadro descritto, a parere di Galli, risulta che l”imperativo primario” della politica dovrebbe essere quello di ridare fiducia ai cittadini, dando vita ad una “stagione di riforme che […] si ponga l’obiettivo classico della democrazia moderna: emancipare le individualità, e al tempo stesso consentire che la società, rimarginate le proprie ferite, liberi le proprie energie in uno spazio pubblici in cui […] ai cittadini sia restituita la capacità di determinare il proprio destino”.

Un programma di riforme, questo, risultate estranee alle possibilità di azione delle forze di governo del centro-sinistra, in quanto al loro interno sono prevalse – afferma Galli – quelle che hanno individuato nel “Nuovo” l’”indiscussa centralità degli imperativi di un’economia da interpretare solo nell’ottica delle compatibilità di bilancio e dell’esclusiva attenzione alle esigenze di valorizzazione del capitale”. Il “Nuovo”, dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, è la forma che ha assunto il processo di accumulazione del capitalismo, il quale, oggi in crisi, deve essere salvato “senza che altri problemi possano assumere il medesimo rilievo che hanno le esigenze del capitale”. Il “nuovo”, quindi, è divenuto il fondamento indiscutibile della politica, per cui a questa non resta che un solo compito essenziale: quello di “assecondare lo sviluppo del Nuovo Ordine attraverso un esecutivo a forte competenza tecnica, con l’appoggio di un legislativo ampiamente collaborativi”. Chi si oppone al “Nuovo” deve essere necessariamente “rottamato”.

L’idea di fondo che sta alla base dell’elaborazione politica delle forze che sono portatrici del “Nuovo” è che il corso della storia contemporanea è divenuto talmente cogente da risultare determinato da “automatismi” non controllabili, la cui salvaguardia deve essere tutelata dall’azione di “mani visibili”, che non siano quelle di chi è tecnicamente adeguato a custodirla; il processo storico contemporaneo è, quindi, portatore di un “Destino” e, al “tempo stesso, c’è, per chi non lo riconosce, una Catastrofe in agguato”.

È stata questa la filosofia politica della destra moderata presente nel governo di centro-sinistra, che si è potuta assicurare al Paese sulla base dei risultati elettorali che hanno originato la XVII legislatura della Repubblica italiana; per legittimare la sua azione, a tutela del processo di accumulazione capitalistica secondo la logica neoliberista, questa destra moderata non ha esitato a negare dogmaticamente l’esistenza della tradizionale differenza, politicamente significativa, tra destra e sinistra; mentre la sua partecipazione ad un governo di centro-sinistra avrebbe dovuto originarla ad inaugurare una politica di “sinistra riformista”, “con un occhio alla realtà e un occhio alla sua possibile trasformazione emancipativa”, la cui essenza sarebbe dovuta consistere in “un realismo orientato da una scelta politica a misura umana”. Perché ciò non è accaduto? La risposta all’interrogativo, Galli la formula nei termini che seguono.

Alle elezioni del 2013 si sono fronteggiate forze politiche divise da profondi contrasti: il primo espresso dal dualismo “politica e antipolitica”; il secondo quello fra “populisti” e “responsabili” verso gli obblighi riguardo alla nuova forma dell’accumulazione capitalistica; il terzo quello della distinzione tra “destra” e “sinistra”.

I risultati elettorali sono stati tali da determinare sostanzialmente un cambio di Repubblica, dalla Seconda bipolare alla Terza tribolare; ma l’evoluzione successiva dei rapporti tra le forze politiche in campo è valsa a dimostrare che anche la “nuova” Repubblica era in realtà bipolare, non più nel senso della tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, ma in quello della contrapposizione tra “forze di sistema” e “forze antisistema”, che alla fine è prevalsa, perché – afferma Galli – “dalla paralisi a cui il Tre aveva condotto si uscì con l’unione delle forze di destra e sinistra (tranne SEL) in opposizione al M5S”; un’unione che ha segnato la fine di ogni iniziativa in senso riformista da parte del Partito Democratico e la sua discesa a tutta velocità sotto il controllo del renzismo, divenuto il “cane da guardia” degli automatismi sottostanti la nuova logica neoliberista di accumulazione del capitale.

Il renzismo, infatti, nel breve volgere di alcuni anni, da “robusta minoranza” in seno al Partito Democratico è divenuto maggioranza, e alle iniziative del suo leader la componente costituita dagli eredi della sinistra della Prima Repubblica non ha tardato ad allinearsi per assicurare la governabilità del Paese, anche attraverso la rimozione della loro tradizione ideologica e culturale. Tuttavia, il disegno di “blindare” in modo definitivo “con le due leggi, costituzionale ed elettorale, fra loro combinate lo shift, già avvenuto di fatto, verso un regime del Primo ministro senza contrappesi, è stato respinto dagli italiani […], i quali non hanno creduto che i loro problemi, gravissimi e reali, fossero causati dal bicameralismo perfetto e dai ritardi (inesistenti) che questo comportava nella legislazione”. Anche se la rabbia ha prevalso sulla riflessione razionale riguardo alla scelta di voto, la maggioranza degli elettori si è però espressa – afferma Galli – per la difesa della Costituzione, bocciando l’idea che un “magnate dilettante”, impersonato dall’ex sindaco di Firenze, potesse diventare governatore dell’Italia.

In conclusione, sarà pur vero che, come sottolinea Galli, il voto referendario del dicembre scorso, ha interrotto, almeno per il momento, le ambizioni del ex Premier Renzi; ma occorre riconoscere che il renzismo è divenuto maggioranza del PD, non solo per le difficoltà della sua ala sinistra a trovare il supporto di alcuni segmenti delle forze politiche antisistema affermatesi dopo le elezioni del 2013, ma anche, e soprattutto, per la sua incapacità di rapportarsi a tali forze sulla base di un progetto per il futuro del Paese, che non riflettesse la pura e semplice governabilità dell’esistente; è stata la mancanza di progettualità della sinistra del PD a consegnare l’Italia al renzismo e a spingerla a “vivere alla giornata in un conflitto inconcludente fra il peggio e il meno peggio”; per poi esaurire la sua azione in una continua attività di proposta che, mancando di rispondere alla rabbia che ha alimentato il populismo, si è vista costretta ad assumere una posizione prona alla pretesa di governabilità dell’esistente, secondo gli interessi dei poteri forti.

Gianfranco Sabattini

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