martedì, 25 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Come funziona la prescrizione contributiva. Equitalia, fase 2 rottamazione cartelle. Avvocati, professione in crisi
Pubblicato il 21-06-2017


Previdenza
LA PRESCRIZIONE CONTRIBUTIVA

La prescrizione è un evento estintivo del diritto di versare/recuperare i contributi, legato al decorso di un periodo di tempo determinato espressamente dalla norma. Entro il termine di prescrizione i contributi non corrisposti possono essere validamente: pagati con regolarizzazione da parte del datore di lavoro (lavoro dipendente), o del lavoratore stesso (lavoro autonomo); recuperati con controlli e accertamenti operati direttamente dagli uffici di vigilanza degli Enti (Inps in primis) o attraverso avvisi di pagamento o segnalazione all’esattoria (cartelle esattoriali). Importante, gli oneri assicurativi non corrisposti e prescritti possono essere recuperati solo mediante apposita richiesta di riscatto. La legge n. 335/95 (cosiddetta legge di riforma Dini) entrata in vigore il 17 agosto 1995, ha modificato a partire dal 1 gennaio 1996 il termine prescrizionale da 10 a 5 anni. Da ciò deriva che attualmente si possono configurare tre differenti situazioni per calcolare con certezza il decorso del lasso di tempo prescrittivo del credito contributivo, a seconda del momento dell’esercizio (o mancato esercizio) di un atto interruttivo della prescrizione. Per essere formalmente valido l’atto interruttivo della prescrizione, deve contenere sempre la quantificazione del credito, o l’indicazione di tutti gli elementi che consentano al debitore di poterlo quantificare con certezza. Inoltre, l’interruzione del termine prescrizionale riguarda sia la contribuzione che le sanzioni civili. Nella richiesta di pagamento deve quindi essere esattamente specificata la richiesta di sanzioni (detta anche oneri accessori). Va da se, che la decorrenza dei termini di prescrizione presuppone che il debitore abbia messo perfettamente in grado l’Inps di conoscere l’entità del debito contributivo.
Pertanto nell’ipotesi in cui ciò non avviene, la prescrizione non può decorrere poiché l’Ente previdenziale si trova nella impossibilità di esercitare il proprio diritto di credito. Per esempio, i datori di lavoro che si avvalgono di lavoro “nero”. Le sanzioni civili invece dovute su ritardati versamenti restano cristallizzate alla data del pagamento stesso e seguono il medesimo regime prescrizionale del debito assicurativo. Circa poi le eventuali contestazioni sulla ricezione di lettere interruttive dei termini di prescrizione giova precisare in proposito che la raccomandata interruttiva dei termini prescrizionali si considera utilmente esperita e dunque conosciuta: nel momento in cui giunge all’indirizzo del destinatario, se questi non prova di essere stato senza sua colpa nell’impossibilità di averne notizia; all’atto del rilascio dell’avviso di giacenza del plico presso l’ufficio postale. In questo caso sulla busta non recapitata deve chiaramente risultare la dichiarazione datata dell’ufficiale postale con la quale si attesta di aver lasciato l’avviso al destinatario della raccomandata per il ritiro della stessa, non essendo stato possibile consegnare la comunicazione per intervenuta assenza al domicilio inoltrato del destinatario.

Equitalia
ROTTAMAZIONE CARTELLE, SCATTA LA FASE 2

Che succede alle cartelle di Equitalia una volta scaduti termini per aderire alla rottamazione? A fornire una risposta agli utenti ha pensato Equitalia, che sul proprio sito web elenca una serie di domande e risposte per chiarire alcuni aspetti della definizione agevolata. Se è vero, che l’ultimo giorno per aderire alla rottamazione è stata il 21 aprile scorso – ad eccezione dei residenti in uno dei Comuni del Centro Italia colpiti dagli eventi sismici del 2016 e del 2017, per i quali le scadenze e i relativi termini sono prorogati di un anno – anche tutte le scadenze previste per la definizione agevolata, comprese quelle relative ai pagamenti sono prorogate di un anno.
Comunicazioni entro il 15 giugno – Equitalia, come previsto dalla legge, ha inviato a tutti coloro che hanno aderito una comunicazione entro il 15 giugno scorso specificando: quali debiti rientrano effettivamente nella definizione agevolata, l’ammontare dell’importo dovuto e la scadenza delle eventuali rate. La comunicazione contiene anche i relativi bollettini di pagamento.
Tutti coloro che entro il 21 aprile 2017 hanno aderito alla definizione agevolata ricevono – per ciascuna richiesta presentata – la comunicazione di Equitalia, come prevede il decreto legge n. 193/2016, convertito con modificazioni dalla Legge n. 225/2016. A partire dal 16 giugno copia della suddetta comunicazione è disponibile anche nell’area riservata del portale www.gruppoequitalia.it.
La comunicazione contiene informazioni in merito: all’accoglimento o eventuale rigetto della adesione, agli eventuali carichi di debiti che non possono rientrare nella definizione agevolata, all’importo/i da pagare, alla data/e entro cui effettuare il pagamento.
La comunicazione contiene anche il/i bollettino/i di pagamento in base alla scelta che è stata effettuata al momento della compilazione del modulo DA1 e il modulo per l’eventuale addebito sul proprio conto corrente.
Come e dove pagare – La legge consente di pagare: in un’unica soluzione; a rate, da 1 fino a un massimo di 5. In quest’ultimo caso il 70% del dovuto sarà pagato nell’anno 2017 e il restante 30% nell’anno 2018. In entrambe le situazioni, la scadenza per il pagamento della prima rata è fissata nel mese di luglio 2017. Si può pagare con i bollettini RAV precompilati inviati da Equitalia, nel numero di rate richieste con il modello di dichiarazione DA1, rispettando le date di scadenza riportate sulla comunicazione.
È possibile pagare presso la propria banca, agli sportelli bancomat (ATM) degli istituti di credito che hanno aderito ai servizi di pagamento CBILL, con il proprio internet banking, agli uffici postali, nei tabaccai aderenti a ITB e tramite i circuiti Sisal e Lottomatica, sul portale di Equitalia e con l’App Equiclick tramite la piattaforma PagoPa e, infine, direttamente presso gli sportelli Equitalia.
Se non pago o pago in ritardo? – La norma prevede che chi non paga anche solo una rata, oppure lo fa in misura ridotta o in ritardo, perde i benefici della definizione agevolata previsti dalla legge ed Equitalia riprenderà le attività di riscossione. Gli eventuali versamenti effettuati saranno comunque acquisiti a titolo di acconto dell’importo complessivamente dovuto.

Censis
AVVOCATURA: PROFESSIONE ANCORA PRESTIGIOSA MA FERITA DALLA CRISI

Una professione ancora prestigiosa. Le professioni che gli italiani ritengono più prestigiose sono il medico (59,9%) e l’ingegnere (34,7%). Gli avvocati si collocano a metà classifica (16%), preceduti dai consulenti del lavoro (21,4%) e seguiti da giornalisti (15,8%), commercialisti (11,2%) e architetti (8,4%). Chiudono la classifica i notai con il 2,9%. È quanto emerge dal ‘Rapporto annuale sull’avvocatura’, realizzato dal Censis per la Cassa Forense, che fa il punto sull’immagine e la reputazione degli avvocati nell’opinione degli italiani. Questi sono i principali risultati del ‘Rapporto annuale sull’avvocatura’, realizzato dal Censis per la Cassa Forense, che è stato presentato a Roma da Giorgio de Rita, segretario generale del Censis, e Andrea Toma, del Censis, e discusso da Nunzio Luciano, presidente della Cassa Forense.
Gli italiani attribuiscono agli avvocati un ruolo attivo nella diffusione della legalità (27,4%), nel miglioramento della macchina amministrativa pubblica (22,1%), nella stabilizzazione dei rapporti di lavoro (20,3%) e nella tutela dei segmenti deboli della società (20,1%). Rispetto al tema della giustizia, il 42,3% dei cittadini ritiene che gli avvocati possano svolgere un ruolo nel risolvere l’eccessiva durata dei procedimenti giudiziari, il 27,7% glielo riconosce nella riforma del sistema e nei rapporti con la magistratura, l’11,1% per i costi d’accesso alla giustizia. Tra i soggetti che garantiscono un migliore funzionamento della giustizia, gli avvocati sono indicati solo dal 12,1% della popolazione. Prevalgono le forze dell’ordine, indicate dal 40,7%, e la magistratura, con il 35,3%, seguita dalla Corte Costituzionale (20,6%) e dal Consiglio superiore della magistratura (19,7%).
La sfiducia nella giustizia. Per il 71,6% dei cittadini il sistema giudiziario italiano non è in grado di garantire pienamente la tutela dei diritti fondamentali. Complessivamente, più della metà degli italiani (52,6%) ritiene che la situazione del sistema giudiziario sia rimasta pressoché invariata nel corso del 2016. Il 38,2% segnala invece un progressivo peggioramento del sistema nel corso nell’ultimo anno (e la sensazione di deterioramento si riscontra maggiormente nelle aree meridionali del Paese: 41,1%).
C’è chi rinuncia a far valere i propri diritti. Nel corso degli ultimi due anni, il 30,7% degli italiani ha deciso di non avviare un’azione legale a propria tutela. Ad aver rinunciato alla tutela giudiziaria di un diritto sono soprattutto le persone più istruite: il 36,3% dei laureati e il 31,1% dei diplomati, a fronte di solo il 15,7% di chi ha la licenza media. Tra le ragioni che hanno convinto i cittadini a non farlo, il 29,4% indica il costo eccessivo della procedura e il 26,5% i tempi lunghi per giungere a un giudizio definitivo. Più contenuta la percentuale di chi motiva la rinuncia con la sfiducia nei confronti del funzionamento della giustizia (16,2%) e con l’incertezza dell’esito finale (15,9%).
Il Rapporto del Censis contiene anche un’indagine sull’autopercezione della professione secondo un campione di circa 10.000 avvocati. Nel 2016 il 44,9% degli avvocati ha subito un ridimensionamento delle proprie entrate. Negli ultimi due anni si è ridotta anche la quota di chi ha incrementato il fatturato, passata dal 25,1% nel 2015 al 23,8% del 2017. Il 34,1% degli avvocati dichiara di ‘sopravvivere’ nonostante la situazione e il 33% definisce molto critica e incerta la propria condizione professionale. Tra il 2015 e il 2017 è anche aumentata la quota di quanti prevedono un peggioramento, passati dal 24,6% al 33,6% del totale.
La difficoltà a risparmiare continua a collocarsi al primo posto tra quelle elencate (78,8%), seguita dalla diminuzione del reddito familiare (50,4%), le difficoltà economiche dovute alla riduzione o all’interruzione dell’attività professionale (45,2%), le difficoltà economiche dovute a spese impreviste (41,6%).
A una chiara identificazione del disagio non corrisponde da parte degli iscritti alla Cassa Forense una decisa propensione all’utilizzo di strumenti finalizzati dalla Cassa proprio a supportare gli iscritti nella gestione di situazioni di difficoltà. Se il 42% degli avvocati dichiara di essere a conoscenza del Regolamento sull’Assistenza della Cassa Forense in vigore dal 1° gennaio 2016, l’utilizzo degli strumenti previsti appare ancora non molto diffuso. Solo l’indennità di maternità raggiunge, fra chi ha dichiarato di essere a conoscenza dei contenuti del Regolamento, una quota di utilizzo superiore al 10%.
“I dati rilevati dalla ricerca del Censis, la seconda volta per Cassa Forense, dimostrano – ha commentato il presidente dell’ente, Nunzio Luciano – che siamo sulla strada giusta. Per far fronte alle difficoltà in cui versano molti avvocati, Cassa Forense ha varato una serie di misure di welfare, sia assistenziale che strategico, muovendosi in diversi ambiti: salute, famiglia, bisogno e necessità individuali, professione. Il Regolamento dell’assistenza ci consente di poter accompagnare il professionista in tutto il percorso, dal momento in cui inizia la sua attività professionale fino a quando decide di smettere”.
“Ci permette di aiutarlo nei momenti di difficoltà: il problema – ha concluso Luciano – è che gli avvocati italiani devono conoscere di più e meglio quello che Cassa Forense sta facendo e può fare per loro. Per questo il 9 e il 10 giugno abbiamo organizzato a Roma una convention nazionale: obiettivo è quello di illustrare agli Ordini distrettuali e territoriali e alle associazioni di categoria tutte le misure da noi varate”.

Carlo Pareto

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