giovedì, 22 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Con il cambiamento climatico a soqquadro tutto il pianeta
Pubblicato il 07-06-2017


Cambiamento-climaticoLa decisione di Trump di sfilare gli Stati Uniti dall’accordo sul climate change siglato a Parigi nel dicembre 2015 da 195 Paesi, e ratificato nell’aprile 2016 da 175 Paesi, inclusi gli Stati Uniti, sta mettendo a soqquadro tutto il pianeta, compresi gli Stati Uniti. E forse soprattutto gli Stati Uniti.

Nessun scettico del riscaldamento climatico per cause antropiche – e fra di essi si contano molti scienziati seri, più che gli irriducibili sostenitori delle fonti energetiche genericamente e spesso inappropriatamente definite fossili – ha sinora esultato per questa mossa repentina del neo-presidente USA. Questo silenzio tradisce un notevole imbarazzo, da parte loro, a ritrovarsi un simile “campione”, il cui livello di gradimento negli USA è ormai ai minimi storici….

Vediamo prima, per quanto possibile, gli aspetti scientifici. Vi sono ovviamente molte domande, alle quali l’IPCC sostiene di aver dato risposte chiare e definitive, ma che conservano tuttavia la loro piena legittimità, e che continuano a confermarmi nella mia posizione agnostica… È effettivamente in atto un cambiamento climatico sul nostro pianeta? Se sì, si tratta di un processo di riscaldamento o di raffreddamento? Se è in atto un effettivo cambiamento climatico, riguarda solo il nostro pianeta oppure il Sistema Solare? Nel caso sia in atto un effettivo cambiamento climatico sul nostro pianeta, si deve principalmente a cause antropiche o ad altre cause? Fra le altre cause ad esempio l’attività solare, e l’avvicendamento di ere glaciali ed ere temperate, nella storia della Terra. Carlo Rubbia ha ben specificato, in un suo recente intervento a camere riunite, che in passato vi sono state epoche caratterizzate da temperature ben più elevate di quella attuale: ad esempio quando Annibale passò le Alpi con i suoi elefanti, attorno al 200 A.C., le Alpi dovevano essere prive di nevai. Oppure più recentemente, attorno al 1300, quando i Walser migrarono dalle regioni germaniche in Nord Italia, valicando passi alpini del tutto privi di neve e ghiacciai. Questi esempi sono stati portati tante volte, così come i pareri di eminenti astronomi, che attribuiscono al Sole, più che all’uomo, i cambiamenti climatici sul nostro pianeta. Ma tutto ciò non ha mai scalfito neppure minimamente la “fede” dei credenti nel climate change per cause antropiche. Ed anche oggi, c’è chi accusa già Rubbia di parlare al di fuori delle sue competenze… sostenendo che Rubbia non è un climatologo. Vero, ma i climatologi fondano le loro convinzioni veramente su concetti scientifici solidi, cioè ripetibili? Quanto all’anidride carbonica, come gas serra è decisamente risibile, quindi attribuirle tutta la responsabilità di un supposto effetto serra appare prestestuoso, un po’ come se l’IPCC — ed Al Gore, con il suo famoso tour “Un inconvenient truth” — avessero avuto bisogno di un comodo capro espiatorio, sul quale concentrare l’indignazione di tutto il mondo. È stato stigmatizzato da molti che è la curva della temperatura a seguire con qualche centinaio di anni di ritardo quella dell’anidride carbonica, negli ultimi 600.000, e non il contrario! Il metano, ad esempio, come gas serra è molto più efficace, ed ho sempre pensato che potrebbe anche essere lui il vero responsabile della fine dei grandi sauri sessanta milioni di anni fa, per quanto anche l’asteroide killer rimanga un indiziato molto attendibile. Tuttavia l’anidride carbonica, pur benefica verso il mondo vegetale, è tuttavia pericolosa per il mare, che contribuisce ad acidificare. Il Enrico Feoli, professore di ecologia all’Università di Trieste, mi fa presente che ci vuole molta CO2 per acidificare gli oceani. Più di tanta non ne entra, ma si libera facilmente quando aumenta la temperatura dell’acqua.. Da analisi di dati relativamente recenti (circa dal 1800) su deforestazione, aumento di CO2 e aumento di temperatura, aumento considerevole di metano, risulta che sarebbe la deforestazione la causa più immediata di “cambiamenti climatici”. Meglio sarebbe dire di aumento di frequenza di eventi estremi, per effetto della diminuzione del calore specifico delle terre emerse: la terra senza vegetazione si riscalda di più e più rapidamente, il calore viene irradiato nei d’intorni, fino ad influenzare la temperatura del mare, di conseguenza aumenta la concentrazione di CO2, che si libera dal mare (per innalzamento di temperatura), innalzamento che non viene riassorbito grazie all’elevato calore specifico dell’acqua. Lo sfasamento: prima si alza la temperatura, quindi si alza la CO2 sembra valere solo per migliaia di anni fa, quando le concentrazioni di CO2 erano relativamente stabili anche se oscillanti. Con questo — continua ancora il prof. Feoli — non si può dire che la deforestazione sia la causa dei cambiamenti climatici, ma può in qualche modo accelerare eventi estremi come allagamenti e siccità, per esempio conseguenti ad aumenti di temperatura anche minimi, che fanno liberare la CO2 del mare. Detto questo, l’aumento della temperatura in atto è dovuto principalmente a fenomeni astronomici che possono addirittura avere origine fuori dal nostro sistema solare. Le macchie solari non bastano e nemmeno i cicli di Milankovitch: ricordiamoci che il sistema solare sta viaggiando attorno al centro della galassia ed in questo giro viene ad attraversare diverse situazioni gravitazionali, inj relazione a tutto l’universo… buchi neri compresi.

Dal punto di vista ambientale, del mare dovremmo preoccuparci molto, soprattutto della quantità di plastica che continuiamo a disperderci dentro, e che crea enormi isole nel Pacifico. Anche in relazione ad aumenti di temperatura locali, in quanto la plastica ha un calore specifico molto inferiore a quello dell’acqua, quindi si riscalda più rapidamente con i raggi del sole. Inoltre si sminuzza in frammenti minuscoli, che vengono assimilati dalla fauna marina, e quindi poi ce li ritroviamo nel piatto… Quindi, che la CO2 sia o meno responsabile dei cambiamenti climatici, cercare di ridurne le emissioni sembra un’iniziativa utile, così come lo sarebbe ridurre la dispersione di plastiche varie nell’ambiente marino.

Per quanto la priorità debba senza dubbio andare all’espansione della civiltà nello spazio esterno – indirizzo strategico che risolve in prospettiva sia i problemi dello sviluppo sia quelli ambientali – non possiamo neanche rischiare che l’ambiente marino – vero polmone planetario – collassi a causa di eccessivo inquinamento, mettendo così a rischio anche il rinascimento spaziale.

A chiunque cercasse di imporci una scelta tra destinare fondi all’espansione civile nello spazio oppure alla battaglia contro l’inquinamento, ricordiamo che nel mondo due trilioni di dollari l’anno se ne vanno in spesa militare, e che soltanto 25-30 miliardi sono destinati allo spazio, peraltro quasi esclusivamente alle telecomunicaizoni, ricerca, esplorazione, militare, e praticamente zero, sinora, per attività astronautiche civili. Basterebbe muovere un 10% della spesa militare verso lo spazio e l’ambiente…

Si deve invece sinora soltanto all’iniziativa pionieristica di imprenditori coraggiosi come Elon Musk, Jeff Bezos, Richard Branson, se oggi abbiamo sistemi di lancio completamente riutilizzabili, e se il turismo spaziale — cui preferiamo comunque il concetto più ampio di trasporto passeggeri civili nello spazio — è diventato un promettente settore di investimento, insieme alle attività minerarie lunari ed asteroidee, ed altre attività industriali che si svilupperanno nel sistema geo-lunare.

Ma che fine farà la cosiddetta green economy? Il mondo imprenditoriale statunitense non dorme certo sonni tranquilli, visto che enormi investimenti sono ormai più che oltre il momento del kick-off, in seguito alla (anche troppo) entusiastica politica di Obama sulle energie rinnovabili. Chi sta brindando quindi a champagne? Pochi irriducibili petrolieri e carbonai… dico pochi perché so per certo che alcuni petrolieri storici si stanno interessando a tecnologie spaziali… quindi anche nel settore oil & gas c’è chi non si limita più a guardare sotto i propri piedi, e neppure sta impazzendo per il fotovoltaico terrestre, pur sempre chiuso entro i limiti della superficie terrestre utilizzabile, o per le orrende pale eoliche, dalle quali speriamo che San Vittorio Sgarbi se non altri possa un giorno liberarci…

E comunque occorre considerare che la cosiddetta green economy non è più una rivoluzione. Si tratta oggi di un settore di business consolidato, visto che oramai il kilowatt fotovoltaico costa meno dell’equivalente generato a petrolio o carbone. Questo soprattutto grazie all’enorme sviluppo in atto in Cina ed India. Gli imprenditori degni di questo nome, quindi, guardano oltre. Ad esempio ai progetti di Jeff Bezos, di delocalizzare progressivamente le industrie pesanti in area geo-lunare, in orbita e nei punti di Lagrange. Ai piani ULA di una rete di trasporti cargo tra l’orbita bassa terrestre, l’orbita alta geostazionaria, la Luna e gli asteroidi.

Sulla Terra, in questo orizzonte strategico, forse diminuirebbe in prospettiva il fabbisogno energetico, o forse cambierebbe verso, indirizzandosi maggiormente alla comunicazione, alla mobilità, alla conoscenza. Mentre quello che oggi si concentra sull’industria pesante – con il relativo thermal burden – si sposterebbe fuori dal nostro pianeta, alleggerendone così le condizioni ambientali e di inquinamento. L’inquinamento sarebbe progressivamente ridimensionato. I problemi sociali legati alla crisi golbale ne risulterebbero sicuramente molto migliorati, con la crescita di opportunità di lavoro qualificato, sia a terra che nello spazio. Ovviamente l’energia solare raccolta nello spazio, 24/24h, 365 giorni all’anno, con efficienza e continuità totali, rispetto al solare terrestre, condizionato dalle condizioni di insolazione stagionale e dall’alternanza giorno/notte, sarebbe la filiera principale, cui si unirebbero altre fonti, come l’elio-3 lunare ed altre materie prime che abbondano sugli asteroidi vicini alla Terra. Per non parlare del riutilizzo di una risorsa orbitale enorme: i rifiuti spaziali derivanti da 60 anni di attività satellitari. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Ma questo orizzonte, obietteranno in molti, non è ancora troppo distante nel tempo? Come può aiutarci, già oggi, a risolvere i problemi della disoccupazione, del sottosviluppo, dei flussi migratori incontrollabili? Decisamente questo è un orizzonte vicinissimo, sul quale possiamo iniziare ad investire oggi stesso. È stato calcolato che delle officine orbitali, dove operassero tecnici umani, sia pure coadiuvati da robot, sarebbero un investimento estremamente redditizio da subito. In laboratori simili si potrebbero assemblare i satelliti in orbita, producendone anche delle parti grazie a tecniche di additive manufacturing; provvedere alla collocazione dei satelliti a destinazione, ed alla loro manutenzione periodica (cosa oggi impossibile se non per casi unici come i telescopi spaziali). Senza parlare del decommissioning di satelliti, e del riutilizzo dei rottami spaziali a scopo di riciclo. La costruzione di hotel orbitali, lagrangiani e lunari andrebbe di pari passo, non appena la nascente industria del turismo spaziale comincerà ad integrarsi con quella dei vettori riutilizzabili. Dove c’è lavoro la gente deve poter dormire, mangiare, divertirsi… Le nostre officine orbitali potranno crescere e differenziarsi, integrando funzioni di stazioni di servizio, per il rifornimento di missioni lunari, asteroidee e marziane. E poi la cantieristica, per l’assemblaggio in orbita di veicoli destinati all’esplorazione di Marte, della Cintura Asteroidea, di Giove e delle sue lune, ed oltre. Vi sembra poco? Vi sembra che il mondo imprenditoriale italiano sia arretrato, su questi argomenti? Tutt’altro! Abbiamo fior di aziende avanzate, ed università di prim’ordine, che non vedono l’ora di misurarsi su queste sfide, cominciando a portarci finalmente fuori, con conseguente sollievo dell’ambiente terrestre, climate change o non climate change.

Adriano Autino

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