giovedì, 20 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Don Milani: “La dottrina del comunismo non val nulla”
Pubblicato il 23-06-2017


copertina-don-milani-676x433È spesso destino delle persone che hanno inciso in modo profondo sulla realtà in cui si sono trovate ad operare ed anche oltre, essere oggetto di tentativi di appropriazione da parte di associazioni e organizzazioni per lo più politiche e sindacali. Ed è destino anche che tali appropriazioni siano spesso indebite ed ingiustificate.

A tale destino non è sfuggito don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, morto giusto cinquant’anni fa, il 26 agosto 1967.

Fra le etichette ricorrenti, oltre a “prete ribelle”, “scomodo”, “rosso ”, è quella di “prete comunista”, una definizione che, a seconda della parte da cui proveniva, assumeva il carattere dell’attribuzione di un merito o di un difetto, di un pregio o di una colpa.

In realtà definire don Milani “comunista” significava esprimere non un giudizio di valore o di disvalore, ma semplicemente una definizione sbagliata. Infatti la valutazione che egli espresse nei confronti del comunismo e dell’operato dei dirigenti del Partito, che ad esso si rifaceva, fu sempre chiaramente negativa e il suo marcare le distanze sempre netto ed inequivocabile. “La dottrina del comunismo non val nulla. (…) Avesse almeno realizzazioni avvincenti. Ma nulla. Uomini insignificanti, un giornale infelice, una Russia che a difenderla ci vuol coraggio”1 .

Certo ci furono – e sono noti – rapporti con alcuni esponenti comunisti, anche di primo piano, come Pietro Ingrao, che ebbe modo di salire a Barbiana nel 1965, dove fu bersaglio del fuoco incrociato delle domande dei ragazzi sulla coerenza di linea politica del partito nei confronti degli operai, dei contadini e dei lavoratori in generale. Don Milani ebbe rapporti, ma solo epistolari, con Luca Pavolini, che da direttore de l’Unità aveva recensito Esperienze pastorali e poi, da direttore di Rinascita aveva pubblicato la Risposta ai cappellani militari. Nel primo caso, proprio perché tale recensione appariva sul giornale dopo la condanna del Sant’Ufficio e non al momento dell’uscita del libro, don Milani ne coglieva il senso di “speculazione politica [che] imbratta anche le cose più pulite e non giova all’elevazione morale e intellettuale degli infelici”2; nel secondo caso, dopo l’incriminazione del periodico fondato da Togliatti, per la pubblicazione del testo milaniano, il priore affermava che la rivista comunista “non merita l’onore d’essersi fatta bandiera di idee che non le si addicono come la libertà di coscienza e la non violenza.”3

E se don Milani e i comunisti si trovarono a percorrere alcuni tratti di strada nella stessa direzione e a perseguire obiettivi comuni a breve raggio, non fu certo il frutto di condivisione di finalità strategiche né tanto meno di adesione, da parte del priore, all’ideologia del Partito e alle direttive dei suoi gruppi dirigenti. Del resto, anche quando si trattò di compiere un percorso comune per il raggiungimento di mete più immeditate, i compagni di strada di don Milani furono la base del partito e del sindacato piuttosto che i loro vertici. Nulla di più esplicito in tal senso risulta il celeberrimo passo della lettera A un giovane comunista di San Donato: “… il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. (…). Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò“4.

Quanto alla Democrazia cristiana, ai legami più stretti del periodo di San Donato a Calenzano, che videro anche la presenza alla scuola popolare di Giorgio La Pira, seguirono altri più allentati e prevalentemente limitati alla corrente popolare e progressista del Partito che aveva nel capoluogo toscano il suo leader, oltre che nel sindaco “terziario domenicano”, nel giovane consigliere comunale e poi deputato al Parlamento di Roma Nicola Pistelli e come tribuna la rivista Politica. Riguardo alla convinzione che il partito cattolico non fosse ancora pronto a sposare la causa dei poveri, significativa è l’affermazione “Sperare in una DC migliore è sempre lecito, ma per un futuro lontano”5.

Premesso che è da evitare nel modo più assoluto di assegnare tessere politiche post mortem, non possiamo non rilevare che vi fu certamente maggiore vicinanza tra don Milani e il Partito socialista ed i suoi esponenti. Rapporti di collaborazione e di stima reciproca vi furono ad esempio con Gaetano Arfè, storico, funzionario dell’Archivio di Stato di Firenze, poi professore universitario e, in successione, condirettore di Mondo Operaio, direttore dell’Avanti! e pure parlamentare del PSI prima al Senato e poi all’assemblea legislativa di Strasburgo; ne sono testimonianza numerose lettere oltre a due conferenze tenute dal professore napoletano alla scuola popolare di San Donato a Calenzano: una sulla storia del PSI e l’altra sulla questione meridionale. In dialogo con don Milani furono anche gli esponenti del gruppo socialista di matrice azionista che ruotava attorno alla rivista Il Ponte di Piero Calamandrei: da Enzo Enriques Agnoletti a Tristano Codignola, da Carlo Francovich a Giorgio Spini. Sincera e reciproca fu la stima che caratterizzò l’amicizia con Aldo Capitini leader del movimento non-violento italiano e figura di spicco, insieme a Guido Calogero, di un’altra stella della galassia socialista, il liberalsocialismo, movimento avente una forte matrice etica e, tra i suoi fini, il libero sviluppo della persona, la giustizia sociale, l’emancipazione delle classi subalterne: insomma aspetti centrali anche nel pensiero e nell’azione politica, sociale e civile di don Milani. Questi peraltro guardò sempre con interesse alle prime esperienze di governi di centro-sinistra e alle loro realizzazioni, a partire naturalmente dalla riforma della scuola. Sul piano locale una fattiva collaborazione caratterizzò l’amicizia tra il priore il sindaco socialista di Vicchio – il Comune mugellano di cui Barbiana è una frazione – Mario Becchi, soprattutto per i problemi riguardanti la viabilità, i trasporti e di nuovo a scuola6.

Il fatto che il Partito socialista si fosse dotato di un programma di riforme assai avanzato all’inizio degli anni Sessanta e precedentemente si fosse emancipato dal suo status di partito ausiliario del PCI e prono alle direttive di Mosca, creò speranze in chi guardava con interesse alla modernizzazione del Paese e al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi lavoratrici. Non sarà di fatti casuale che molti ex allievi di Barbiana si siano iscritti poi al PSI, ricoprendo anche incarichi pubblici negli enti locali, e si siano impegnati nelle organizzazioni sindacali soprattutto la UIL e la CISL.

Detto questo però, occorre ribadire che è impossibile, senza incorrere in forzature e strumentalizzazioni, incasellare entro schemi troppo rigidi, quali sono i partiti, una figura come quella di don Milani. Proprio per il suo carattere schietto e talvolta anche aggressivo, per il suo modo di parlare diretto e pungente, per la sua indole critica don Milani è risultato sempre poco adatto ad essere etichettato. Di fronte a chi osava dire “È dei nostri”, lui rispondeva con fare assai infastidito: “Ma che dei vostri! Io sono un prete e basta”. Ecco, che piaccia o meno, è questa la definizione più esatta. Del resto lo stesso Ingrao, il politico comunista, Pietro Ingrao, dovette riconoscere che don Milani “giudicava muovendo da una gerarchia di valori diversa dalla mia che è mondana e non altro”7.

Infatti, nonostante avesse un’alta considerazione delle politica e del ruolo dei partiti e dei sindacati, quali strumenti di lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori più poveri, egli non accettò mai di indossare una maglietta con i colori sociali di qualcuna di queste organizzazioni. Tuttavia una parte l’aveva scelta ed era quella degli umiliati, degli offesi, degli sfruttati, di coloro che erano schiacciati dall’ingiustizia. Fu questo il risultato della sua volontà di essere un prete che cercò di vivere in sintonia con il Vangelo, anche se ciò, paradossalmente, lo portò più volte a scontrasi e ad essere critico con la Chiesa; una Chiesa che tuttavia egli amò sempre e comunque, sebbene essa non sempre, lui vivo, mostrò di corrispondere questo amore incondizionato.

Bruno Becchi

1 ) D. L. MILANI, Lettera a don Piero, in ID., Esperienze pastorali, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1958, p. 458.

2 ) D. L. MILANI, Lettera a Saverio Tutino, in N. FALLACI, Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, Milano, Rizzoli, 1993, p. 274.

3 ) D. L. MILANI, Lettera ai giudici in L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1983, p. 30.

4 ) Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, a cura di M. Gesualdi, Milano, Mondadori, 1970, p. 20.

5 ) D. L. MILANI, Esperienze pastorali cit., p. 261.

6 ) Cfr. Il ponte di Luciano a Barbiana, a cura di M. Gesualdi, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2008; D. L. MILANI, Lettera a Mario Becchi in B. Becchi, Lassù a Barbiana ieri e oggi. Studi, interventi, testimonianze su don Lorenzo Milani, Firenze, Polistampa, 2004, p. 285.

7 ) P. INGRAO, Un profeta disarmato? in Lorenzo Milani, un prete, “Testimonianze”, a. X, n. 100, dicembre 1967, p. 894

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