sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Gli effetti negativi
dei “luoghi comuni” sull’economia
Pubblicato il 30-06-2017


boitaniLa crisi che ancora grava sulla società e l’economia del nostro Paese ha dato la stura a un insieme di luoghi comuni in fatto di economia, originati dal vezzo intenzionale di utilizzare i teoremi economici per condannare o approvare questa o quella misura di politica economica, evidenziando alcuni aspetti di quei teoremi, ma tacendo su quelli “sconvenienti”. Ciò ha dato luogo, afferma Andrea Boitani, in “Sette luoghi comuni sull’economia”, ad una serie di espressioni quali: “L’economia va male perché c’è l’euro”; “Se il debito pubblico è alto ci vuole l’austerità”; “Senza le riforme non si esce dalla crisi”: “Per rilanciare l’economia servono grandi investimenti infrastrutturali”; e così via. Si tratta di espressioni che, a furia di essere ripetute, sono diventate “espressioni sacre”, dei mantra, pronunciate per esorcizzare la società dagli esiti “malefici” della persistenza della crisi economica e politica.

Considerato che alcuni dei luoghi comuni più ricorrenti hanno un impatto, a volte positivo, ma normalmente negativo sulla “vita e il benessere di milioni di individui, o addirittura di intere comunità nazionali e sopranazionali”, l’autore è del parere che sulle espressioni economiche divenute infondatamente quasi degli atti di fede occorra un esame razionale, per disvelarne i limiti, oppure per evidenziarne, quando possibile, il poco di verità che esse contengono. La riflessione critica su quelle espressioni è tanto più necessaria, se si pensa che decisioni di politica economica poco equilibrate, assunte sulla base di esse, finiscono con l’affermarsi come un’”ideologia insidiosa”, fuorviante per le decisioni responsabili che dovrebbero invece essere assunte.

Tra i luoghi comuni discussi da Boitani, alcuni in particolare hanno colpito l’immaginario collettivo, per la frequenza con cui essi in questi ultimi anni sono stati insistentemente ripetuti, sino quasi a trasformarli in recite scaramantiche; si tratta dei luoghi comuni che hanno avuto un rilievo politico riguardante l’intera comunità, quali quelli che di continuo hanno ripetuto, e continuano a ripetere, che l’“economia è entrata in crisi a causa dell’euro” e che per rimediare all’alto debito pubblico occorreva l’”austerità”, ovvero un drastico contenimento della spesa pubblica.

Riguardo all’euro, i suoi sostenitori lo hanno sempre magnificato, sostenendo che la moneta unica ha “contribuito a proteggere le economie europee da una serie di shock economici globali” e, grazie alla stabilità monetaria da esso garantita nel suo primo decennio di circolazione, sarebbe stato possibile garantire all’interno dell’Unione Europea la realizzazione di un notevole incremento di nuovi posti di lavoro. A parere di Boitani, rispetto a questi risultati, dal punto di vista dell’Italia, l’euro non sarebbe stato decisivo, né in senso positivo, né in senso negativo. “Se l’Italia – afferma l’autore – ha rallentato la crescita in concomitanza con l’ingresso nell’euro non è colpa dell’euro, visto che altri Paesi non hanno rallentato o addirittura hanno accelerato.

La moneta unica era nata con gli “obiettivi della bassa inflazione e dell’integrazione finanziaria”. Se il controllo dell’inflazione è stato raggiunto, non c’è da stupirsi, in quanto il suo perseguimento era “iscritto nei geni dell’euro fin dalla definizione dei criteri di accesso alla moneta unica con il Trattato di Maastricht”; anche l’integrazione finanziaria, fino allo scoppio della crisi del 2007/2008, si è potuta perseguire con successo, perché l’eliminazione dei rischi di cambio, consentita dall’introduzione della moneta unica, ha permesso una maggiore integrazione finanziaria tra i Paesi membri dell’Unione.

L’integrazione ha promosso una rapida convergenza al ribasso dei tassi ai quali le banche dei diversi Paesi si prestavano reciprocamente risorse finanziarie, contribuendo a fare diminuire gli interessi sui titoli di Stato a lunga scadenza. Inoltre, la riduzione dei tassi bancari ha consentito un miglioramento del deficit primario del bilancio pubblico (differenza tra entrate pubbliche e spese, al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico esistente); ciò ha reso possibile all’Italia di ridurre il rapporto debito/PIL, portandolo, alla vigilia dello scoppio della crisi, al disotto del 100% (99,7% nel 2007). La riduzione dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo avrebbe dovuto creare le condizioni perché fosse possibile ridurre la pressione fiscale e/o aumentare la quantità delle prestazioni sociali offerte ai cittadini tramite la spesa pubblica; se ciò non è avvenuto, afferma Boitani, non è certo colpa dell’euro.

Nel primo decennio di vita dell’euro, l’accresciuta integrazione finanziaria ha consentito di finanziare crescenti deficit della bilancia commerciale dei Paesi del Sud dell’Europa, tra i quali l’Italia; ciò è avvenuto senza considerare che, da un lato, tutto ciò poteva non creare delle difficoltà, sin tanto che la situazione economica internazionale fosse stata caratterizzata da una sostanziale stabilità; dall’altro lato, che gli squilibri nella partite correnti della bilancia commerciale potevano rivelarsi una “pesante eredità”, non appena fosse venuto meno la stabilità economica internazionale. Scoppiata la crisi, le banche dei Paesi del Nord dell’Eurozona, riempiendo i loro portafogli di attività finanziarie emesse dai Paesi e dalla Banche del Sud, si sono trovate in uno stato di insolvenza, trasformandosi in “motore” di moltiplicazione e di diffusione degli effetti della crisi stessa. L’insolvenza, a parere di Boitani, è imputabile al fatto che i banchieri del Nord Europa hanno commesso un errore di valutazione del rischio di credito concesso ai paesi del Sud, e un “errore nella stima di un rischio è sempre ‘colpa’ di chi lo compie”. Sarà pure così, ma vien fatto di osservare che sull’”innocenza” di chi induce a compiere quell’errore è lecito nutrire qualche dubbio.

Ad ogni buon conto, perché è scoppiata la crisi? La risposta – afferma Boitani – va ben oltre il convincimento che la colpa sia stata dell’euro in sé e per sé considerato. “Il punto è che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro” e di tutte le istituzioni che lo hanno accompagnato. “L’unione monetaria era stata pensata come tappa di un lungo processo di unificazione del Vecchio Continente, una tappa che […] avrebbe dovuto spontaneamente portare a quella successiva: l’unione politica e quindi fiscale”. Ai difetti originari di costruzione dell’euro si è aggiunta poi la lettura che della crisi hanno dato, soprattutto dopo il 2010, le massime autorità europee, non disinteressatamente rispetto agli interessi dei Paesi del Nord Europa, trovatisi immobilizzate per gli eccessivi crediti concessi ai Paesi del Sud.

Secondo la lettura datane, la crisi dell’Eurozona, era l’inevitabile risultato dell’eccesso di debito pubblico dei Paesi del Sud Europa; tale debito, però, era “schizzato” verso l’alto solo dopo l’inizio della crisi, non perché, come alcuni economisti tedeschi pensavano, questi Paesi fossero continuamente in “festa”, ma perché avevano ricapitalizzato le proprie banche, contribuendo così a “salvare” quelle del Nord Europa (della Germania, in particolare, ma anche della Francia) che avevano sbagliato le loro valutazioni del rischio di credito; una verità che – afferma Boitani – “suscita sempre nervosismo a Berlino […] perché smentisce il mito della ‘generosità’ dei risparmiatori del Nord Europa”, evidenziando che buona parte dell’aumento del debito pubblico dei Paesi del Sud è stata causata dal rifinanziamento delle loro banche, a salvaguardia dei crediti di quelle del Nord.

In tutto quello che è accaduto, perciò, l’euro non c’entra; c’entra invece il fatto che l’”Eurozona è stata costruita come area sui generis, nel senso che anziché aver creato un’area istituzionalmente unitaria, è risultata essere solo un mercato interno, con l’euro ridotto a pura e semplice unità di conto, dove i Paesi partecipanti sono rimasti sovrani e responsabili dei propri debiti esteri, ma senza il controllo della propria valuta. L’euro, perciò, non ha colpe della crisi dell’Italia e degli altri Paesi del Sud Europa; la colpa è attribuibile al “come” è stata concepita e realizzata l’Eurozona, cioè all’aver pensato che l’unione monetaria potesse reggersi “senza bilancio federale, senza unione bancaria e senza unione politica, convinti che bastassero regole di finanza pubblica stringenti e strumenti per farle rispettare agli Stati più riottosi e indisciplinati”.

In questo modo, nella “disunione finanziaria ed economica” sono tornati a riproporsi gli egoismi nazionali, con la Germania trasformatasi in Paese ossessionato dal pericolo dell’inflazione, dalla necessità di introdurre una stretta politica fiscale nei Paesi ad alto debito pubblico e di assegnare a questi ultimi gravosi “compiti a casa”, il principale dei quali è stata l’imposizione di un “consolidamento fiscale”, ovvero di un’”austerità” gravosa (con cui porre fine alla presunta “festa” a causa della quale gli italiani si erano indebitati), al fine di ricuperare le risorse da destinare alla riduzione del debito pubblico, senza alcuna considerazione per i costi sociali che l’austerità avrebbe determinato. Tutti i Paesi creditori membri dell’unione monetaria hanno condiviso l’ossessione della Germania, convinti che non esistessero alternative percorribili: bisognava immediatamente procedere al consolidamento fiscale, “ovvero a una robusta sommatoria di tagli alla spesa pubblica (a partire dai salari dei dipendenti pubblici e dalle pensioni) e di aumenti delle tasse”.

Tra il 2009 3e il 2010, l’ideologia dell’austerità, condivisa dalle forze politiche al potere e dalla generalità dei banchieri, per realizzare il rientro dall’eccessivo debito pubblico, ha trovato il supporto nel lavoro di ricerca di alcuni economisti dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Ken Rogoff. Questi economisti, con una loro analisi empirica, avevano trovato una relazione tra il livello del rapporto debito/PIL e la crescita economica, relativamente a 20 economie avanzate, per il periodo 1946-2009; relazione che, a parere dei due ricercatori, consentiva di affermare che all’aumentare del debito di tali economie, il loro tasso di crescita si era ridotto significativamente e, quando il rapporto debito/PIL aveva superato il 90%, il tasso di crescita era divenuto negativo.

La ricerca economica, tuttavia, non ha tardato a dimostrare che l’austerità era “la risposta sbagliata ai problemi economici dell’Europa”, in quanto, anziché supportare la riduzione del debito pubblico dei Paesi più indebitati, come l’Italia, lo ha invece fatto aumentare, con incrementi maggiori proprio in quei Paesi dove più intense sono state le misure adottate per realizzare l’austerità. Ricerche empiriche successive a quelle di Reinhart e Rogoff hanno infatti evidenziato che “per ogni punto percentuale di miglioramento del saldo primario aggiustato per il ciclo nel periodo 2011-2014, il rapporto debito/PIL è aumentato di oltre 5 punti in media nei Paesi dell’Eurozona”; la spiegazione, a parere i Boitani, è da rinvenirsi nel fatto che l’“austerità ha finito per far ridurre la crescita del PIL reale più di quanto abbia frenato la crescita del debito pubblico”, per cui il rapporto debito/PIL è cresciuto di più proprio nei Paesi che hanno praticato una politica più intensa di austerità.

L’austerità, perciò, conclude Boitani, ha fatto sì che il deficit primario si riducesse, ma non ha permesso di migliorare il rapporto debito/PIL; di conseguenza, il tirare la cinghia per gli italiani non ha comportato, né un miglioramento della sostenibilità del debito pubblico, né un rilancio significativo della ripresa dell’economia nazionale. Vi è stato – sottolinea Boitani – persino chi, accettando le implicazioni del luogo comune che l’austerità fosse la risposta giusta all’eccessivo debito pubblico, non ha esitato ad affermare che il mancato successo del contenimento della spesa pubblica fosse da attribuirsi “alle dosi troppo piccole con cui la ‘medicina’ è stata somministrata”, rivelatesi insufficienti per invertire le aspettative degli operatori economici.

Il dramma per gli italiani è consistito nel fatto che l’accettazione acritica del luogo comune che l’austerità sarebbe stata una misura “espansiva”, in realtà si è rivelata “punitiva”; l’intero establishment del Paese ne ha accettato le implicazioni, concorrendo alla diffusione di un malcontento sociale così pervasivo da determinare complicazioni sul piano politico, per via della nascita dei cosiddetti movimenti populisti di protesta e “anticasta”, sui quali le forze politiche al potere avrebbero ora la pretesa di “scaricare” la responsabilità degli esiti negativi delle fallimentari politiche anticrisi poste in essere.

Gianfranco Sabattini

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