domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il recupero della democrazia nei processi decisionali europei
Pubblicato il 16-06-2017


Piketty

Un gruppo di giuristi, politologi ed economisti ha elaborato il testo di un possibile trattato per la ”democratizzazione dell’Europa”; il gruppo, che include tra gli altri Thomas Piketty, in “Democratizzare l’Europa! Per un Trattato di democratizzazione europea”, avanza una proposta per prevenire l’implosione del “progetto europeo” e, soprattutto, per porre fine alle politiche economiche, fondate sull’”austerità”, la quale, anziché espansiva per i Paesi che ne hanno subito le conseguenze, è stata invece regressiva.

A parere degli autori, il “Trattato” potrebbe essere adottato anche nell’immediato, senza bisogno di modifiche dei trattati sinora stipulati, al fine di sconfiggere le procedure decisionali tecnocratiche che hanno privato i singoli Paesi della possibilità di esprimersi democraticamente sulle scelte che di volta in volta vengono adottate a livello europeo. In dieci anni di crisi economica e finanziaria – affermano gli autori – “ha preso forma un nuovo centro di potere europeo: la ‘governance dell’eurozona’”, esercitata dall’insieme delle istituzioni comunitarie, di fatto collocatesi fuori da ogni controllo democratico, ha avuto nel cosiddetto Eurogruppo, costituito dai Ministri dell’economia e delle finanze degli Stati aderenti alla moneta unica, un centro di coordinamento che ha svolto, e continua a svolgere, un’attività a supporto delle decisioni di tutte le istituzioni responsabili del governo dell’Eurozona.

A parere degli autori, tali istituzioni, nate sotto il segno dell’informalità e dell’opacità, funzionano prescindendo dai trattati, senza dover rendere “il minimo conto al Parlamento europeo, né tantomeno ai Parlamenti nazionali”; inoltre, esse “funzionano seguendo traiettorie che cambiano a ogni politica proposta”, sino a costituire un “bersaglio mobile e indistinto”, sottratto ad ogni forma di controllo democratico. In tal modo, “per quanto difformi siano”, queste differenti politiche hanno finito “per essere ‘governate’ in forza di un ‘nocciolo duro’, costituito dall’intreccio sempre più stretto tra le burocrazie economiche e finanziarie nazionali ed europee”.

Dopo l’approvazione del Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance (TSCG), approvato nel 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, quell’insieme di istituzioni ha consentito al “nocciolo duro” che governa l’Eurozona di poter sorvegliare i dati macroeconomici di ciascun Paese, per cui se, ad esempio, la Commissione europea ritiene che in quei dati ricorrano degli squilibri, può chiedere allo Stato di adottare misure di politica economica dirette alla loro eliminazione. Dal 2012, “il polo esecutivo europeo [cioè, La Commissione] si è visto attribuire, una dopo l’altra, nuove competenze”; per cui il suo campo d’intervento si è di continuo allargato con l’adozione di diversi regolamenti noti sotto la sigle di “Six-pack” e di “Two-pack” (la prima designa un insieme di cinque regolamenti comunitari e una direttiva, tutti adottati nel 2011; la seconda si riferisce a due ulteriori regolamenti che hanno completato e rafforzato le competenze della Commissione, assegnando ad essa, a partire dal 2014, la possibilità di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei Paesi dell’Eurozona ed eventualmente di porre il veto sulla loro adottabilità da parte dei singoli Stati).

Il “Six-pack” ed il “Two-pack” costituiscono nel loro insieme il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), detto anche “Fondo Salva-Stati”, istituito per salvaguardare la stabilità finanziaria dei Paesi dell’Eurozona. Esso ha assunto la veste di un’organizzazione intergovernativa, fondata su un consiglio di governatori formato dai rappresentanti degli Stati membri e su un consiglio di amministrazione, dotato del potere di imporre scelte di politica macroeconomica ai Paesi che possono accedere alla disponibilità del “Fondo”.

La governence dell’Eurozona si è così concretizzata, di fatto, “in una sorta di zona franca rispetto alle politiche di controllo”, dando luogo ad un “buco nero democratico”, che non consente di controllare tutte le decisioni assunte dal “nocciolo duro” delle istituzioni comunitarie, lasciando all’oscuro, non solo il Parlamento europeo, ma anche i singoli Parlamenti nazionali. L’opacità del governo dell’Eurozona ha così favorito una “sostanziale insensibilità agli inquietanti segnali politici” emessi dai contesti sociali dei singoli Paesi; insensibilità che è all’origine dell’ascesa e della diffusione dei movimenti populisti di estrema destra, in quanto la governance europea è stata sempre orientata a “sopravvalutare gli obiettivi legati alla stabilità finanziaria e alla ‘fiducia dei mercati’ e a sottovalutare i temi che possono maggiormente e più direttamente interessare la comunità dei cittadini”, quali quelli delle politiche dell’occupazione, della crescita, della convergenza fiscale, della coesione sociale, delle solidarietà e di altri ancora.

Secondo gli autori, per ricuperare la democrazia, cambiare la natura delle politiche economiche europee ed uscire dall’”opacità e dall’irresponsabilità politica delle istituzioni comunitarie, occorre introdurre un’”Assemblea parlamentare democraticamente eletta”, che disponga “della legittimità necessaria per richiamare l’attuale governo dell’Eurozona alle proprie responsabilità politiche, in sostituzione o in parallelo all’attuale Parlamento europeo”; ciò in considerazione del fatto che, per realizzare un’effettiva Unione Europea, non è tanto necessaria l’organizzazione di un mercato interno, quanto il coordinamento delle politiche economiche, l’armonizzazione dei vari sistemi fiscali e la convergenza delle politiche di bilancio dei vari Stati.

Con la costituzione dell’Assemblea democratica, sarebbe possibile – secondo gli autori – “puntare al cuore dei patti sociali degli Stati membri. Per cui è difficile non chiamare a raccolta in modo diretto i Parlamenti nazionali. […] In presa diretta con la vita politica degli Stati membri, essi soli dispongono della legittimità necessaria per sostituire, con una vera democrazia rappresentativa, il potente intreccio burocratico intergovernativo che si è costituito” e consolidato.

Per contrastare l’attività della struttura che esercita la governance europea, l’Assemblea democratica dovrà disporre di poteri adeguati, perché possa partecipare appieno alle formulazione delle “politiche di orientamento” dell’Eurozona; dovrà anche disporre della capacità d’”iniziativa legislativa” che sinora ha fatto difetto al Parlamento europeo; infine, dovrà avere la possibilità di accedere “a ciascuno dei nuclei decisionali del governo dell’Eurozona, si tratti del Semestre europeo (“raccomandazioni Paese per Paese”, “esame annuo della crescita”, ecc.), della condizionalità finanziaria dei memorandum, della scelta dei massimi dirigenti dell’Eurozona, ecc.”.

In realtà, a parere degli autori, per la democratizzazione della governace europea occorrerebbe mettere in discussione l’intero complesso del ‘progetto comunitario”; tuttavia, considerando che un tale disegno sarebbe realizzabile solo nel lungo periodo, per agire rapidamente, “senza passare attraverso un’assai improbabile revisione generale dei Trattati europei a 27” e per “aprire brecce democratiche all’interno […] del blocco esecutivo europeo”, la costituzione di un’Assemblea democratica risponderebbe allo scopo di ricondurre sotto controllo politico l’attività opaca e sfuggente di tale blocco esecutivo. A tal fine, dovrebbero essere i partiti dei singoli Paesi ed i movimenti sociali in essi presenti a “rintracciare i percorsi della politica europea”, per evitare l’”alternativa funesta tra un ripiegamento nazionale privo di respiro e lo status quo della politiche economiche di Bruxelles”.

Secondo gli autori, il permanere del blocco esecutivo europeo che ha spogliato il Parlamento dell’Unione ed i Parlamenti nazionali del controllo democratico sulle politiche adottate, contraddice profondamente l’impegno assunto dai capi di Stato e di governo al rispetto e al mantenimento della democrazia rappresentativa; e contraddice anche la dichiarazione secondo cui la democrazia costituisce un valore che le istituzioni europee hanno il “dovere di promuovere”. Poiché il fatto che ciò non avvenga è motivo di una profonda disaffezione dei cittadini nei confronti del “progetto europeo”, il permanere del deficit di legittimità democratica nell’azione di governo delle istituzioni europee comporta il rischio di implosione della stessa Unione Europea.

Per evitare questo rischio, l’obiettivo della proposta degli autori di costituire un’Assemblea democratica è duplice; da un lato, “fare in modo che le politiche di convergenza e di condizionalità oggi al centro della ‘governance dell’Eurozona’ siano portate avanti da istituzioni democraticamente responsabili”; dall’altro lato, “far sì che i nuovo passaggi necessari ad approfondire, in seno all’Eurozona, sia la convergenza fiscale e sociale sia la coordinazione economica e di bilancio, non siano decisi senza il diretto coinvolgimento dei rappresentanti nazionali”. Insomma, una proposta, quella di Piketty e della sua squadra, che vuole porre al centro del governo dell’Unione Europea e dell’Eurozona la “condizionalità democratica”, intendendosi per quest’ultima l’insieme dei requisiti volti ad assicurare la coerenza dei comportamenti dei Paesi rispetto alle strategie delle istituzioni europee, potendo interessare aspetti economici (pareggio di bilancio, taglio della spesa, privatizzazioni), giuridici (libera concorrenza e regolazione del mercato interno) ed istituzionali (transizione alla democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo).

Infatti, il concetto di condizionalità è sempre stato centrale nel processo di ammissione all’UE di nuovi Paesi; per essere ammesso, un nuovo Stato ha dovuto ottemperare a tre criteri distinti: uno politico, che impone la presenza al suo interno di istituzioni stabili idonee a garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela; uno economico, che comporta la necessità di organizzare un’economia di mercato affidabile e in grado di far fronte alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione; infine, il cosiddetto criterio dell’“acquis comunitario”, implicante l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, il perseguimento degli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria. Il rispetto di questi criteri è sempre stato dichiarato condizione per fruire dei sostegni economici comunitari e a sua tutela nella prassi dell’Unione è prevista l’attivazione di meccanismi di penalizzazione.

In conclusione – affermano gli autori – con la costituzione dell’Assemblea democratica, si tratterebbe di avviare l’Unione Europea e l’Eurozona, oggi travagliate dai postumi di una crisi che ha sconquassato i sistemi sociali di molti Paesi membri, sulla via di una democratizzazione, al fine di fronteggiare, in termini più responsabili e socialmente condivisi, gli esiti della crisi; per la realizzazione della loro proposta, gli autori sono del parere che sarebbe sufficiente “sfruttare i margini di manovra giuridica […] a completamento dei Trattati dell’Unione Europea”.

Anche ammesso che la proposta sia realizzabile, il problema principale consisterà nel riuscire a mobilitare i singoli establishment nazionali, ora unicamente impegnati a “demonizzare” i movimenti di protesta in continua espansione al loro interno, anziché preoccuparsi di “sedare” la protesta sociale, portando avanti iniziative del tipo di quella illustrata da Thomas Piketty e dagli altri componenti il suo gruppo di lavoro.

Gianfranco Sabattini

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