giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Intervista a Martelli:
la vittoria del riformismo
Pubblicato il 30-06-2017


Claudio Martelli-Psi“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

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