venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La spada di Damocle sul mondo progressista
Pubblicato il 05-06-2017


La spada di Damocle della soglia di sbarramento del 5%, sempre più probabile, può essere il muro contro cui si infrange il progetto di una aggregazione socialista- laica – radicale – liberale – ecologista autonoma. Proposta che avrebbe potuto costituire una novità nel panorama politico italiano ed affermarsi in costanza di un sistema elettorale con una soglia di sbarramento inferiore (ed un premio di coalizione anziché di lista). Nelle scelte future non si potrà prescindere dal dato di realtà costituito dal sistema elettorale che verrà adottato, a quanto pare, con il consenso delle forze maggiori. Una scelta per “disboscare” i piccoli partiti: sensata da una parte per semplificare un quadro congestionato e sottrarre i futuri governi al ricatto di formazioni dallo scarso consenso. Ma dall’altra brutalmente aggressiva nei confronti di culture e proposte che arricchirebbero il dibattito su temi importanti, con voci fuori dal coro. Di fronte a questo panorama che fare? Quali soluzioni adottare? La scelta di una “aggregazione dei piccoli” per sfondare lo sbarramento mi pare priva di qualsiasi appeal. Tanto più se comportasse una aggregazione con segmenti confessionali e conservatori come il partito di Alfano. Alla stessa stregua una deriva verso la sinistra massimalista, che oggi appare come una armata brancaleone, snaturerebbe lo spirito riformista e liberale che contraddistingue i socialisti italiani e non solo. Si potrebbe tentare ugualmente la via del rilancio di una Rosa Nel Pugno 2.0, aperta ed allargata al mondo ecologista più moderno. Ma una simile proposta verrebbe stritolata nella tenaglia dello sbarramento elettorale e non avrebbe il tempo di affermarsi sul “mercato” in costanza di una accelerazione dei tempi verso elezioni anticipate. La scelta di candidare – senza un progetto politico sottostante – una sparuta pattuglia di esponenti socialisti, radicali, ecologisti nel PD apparirebbe come una sorta di annessione strisciante, oltre che come una salvaguardia di piccole classi dirigenti autoreferenziali (e spesso litigiose al proprio interno). D’altro canto le speranze di una tenuta democratica e di argine ai populismi passano oggi attraverso l’auspicabile affermazione del Partito Democratico alle prossime elezioni politiche. Un partito che così com’è ancora non ci piace, che tutt’ora contiene e serba in sé elementi residui di compromesso storico bonsai e incrocio tra ex “nature morte”: quella post comunista e quella confessionale di derivazione democristiana. Ma occorre riconoscere che qualche passo in avanti è stato fatto, seppur insufficiente: oggi il PD fa parte del Partito del Socialismo Europeo. In questa legislatura si è finalmente approvato il provvedimento sulle Unioni Civili, un passo storico, anche se inadeguato e tardivo. Si è approvato il Divorzio Breve. E ora sono sul campo proposte sul fine vita e sulla legalizzazione delle droghe leggere. In questo contesto è necessario il protagonismo degli eredi delle storiche battaglie degli anni ’70 su aborto, divorzio, nuovo diritto di famiglia. L’Italia di Loris Fortuna e di Marco Pannella. Oggi il Partito Democratico può essere un freno al dilagante antieuropeismo ed un interlocutore per la Francia di Macron. Quanto avrebbe bisogno degli eredi di Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, di quel fiume carsico che va dalla resistenza azionista sino al Manifesto di Ventotene ed alle battaglie per il federalismo europeo. Oggi lo stesso Partito del Socialismo Europeo è in crisi. Minoranze massimaliste da sempre presenti nei partiti socialisti e laburisti “larghi” si sono affermate in diversi Paesi: vincendo le primarie, ma perdendo o rischiando di perdere drammaticamente le primarie. O comunque, nel caso di improbabili vittorie, ritrovandosi con slogan ideologici inefficaci di fronte alle sfide di governo di società complesse. In una temperie storica drammatica. Vi è il bisogno di un ritorno al liberalsocialismo, alle prime intuizioni del New Labour, ad un socialismo dei cittadini e degli individui (come quello che fu proposto da Zapatero). E di un superamento dell’”era Corbyn”. Macron con il suo europeismo esplicito, con la ferma collocazione in un ambito di democrazia liberale laica e di diritto, può essere un modello forte con il quale confrontarsi ed al quale – in buona misura – ispirarsi. Il Partito Democratico potrebbe trarre nuova linfa e rinnovarsi attraverso il confronto e la inclusione delle culture socialiste, radicali, liberali, laiche, modernamente ecologiste. Ma ciò non può avvenire solo per meccanicismi elettoralistici o come deriva fagocitante. Dovrebbe avvenire sul piano del riconoscimento di tradizioni e culture politiche storiche e su quello del confronto serrato su temi, progetti e problemi che riguardano l’oggi. La complessità sociale. I diritti umani e civili; la giustizia giusta; il nuovo welfare; la green economy; la sfida di una accoglienza che sappia coniugare solidarietà con legalità – sicurezza – rispetto della laicità delle istituzioni. A questo appuntamento e confronto possibile il Partito Democratico dovrebbe aprirsi senza pretese egemoniche ma con curiosità e rispetto. Allo stesso tempo socialisti, radicali, mondo laico – liberale – ecologista, non dovrebbero presentarsi alla spicciolata, ma uniti, con un progetto, una idea, una provocazione politica.

Fabio Ruta

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Commenti all'articolo
  1. Ma cos’altro deve fare Renzi ( a cui non importa un fico dei socialisti dei radicali dei verdi ecc..) per farvi capire che lui non discute, non si confronta, ma annette, costringe! A lui non interessa un Partito democratico “diverso” poiché quello che ha è a sua immagine e somiglianza. Fatevi una ragione, questo strada è un suicidio (nemmeno assistito!)

  2. Lo sbarramento al 5% può dare due input differenti: il primo è quello di affiancarsi al più forte (in questo caso il PD) e servire la palla al battitore. Il secondo potrebbe essere quello di ripartire da zero a sinistra. Confesso che non capisco su cosa si fondi nell’attualità di questo mondo la distinzione tra socialisti liberali e massimalisti. In un’epoca dove le basi materiali del socialismo si stanno sfaldando; occorrerebbe piuttosto riconoscere i punti in comune e ritrovarsi, magari a Genova come nel 1892, e federarsi per riprendere un cammino interrotto dal capitalismo finanziario degli ultimi trent’anni.

  3. Se si è ancora ad immaginare un “confronto serrato su temi, progetti e problemi che riguardano l’oggi”, può nascere innanzitutto il dubbio che la spada di Damocle non incomba tanto e solamente sul mondo progressista bensì sull’intero Paese, dal momento che il “mondo progressista” che lo ha governato in questi anni non aveva molta chiarezza sul come procedere (visto per l’appunto che si deve tuttora discutere su temi, progetti e problemi dell’oggi).

    Quanto al differenziarsi dalle “minoranze massimaliste”, a me sembra che non bastino rispettabilissime affermazioni di principio quali “i diritti umani e civili; la giustizia giusta; il nuovo welfare; la green economy; la sfida di una accoglienza che sappia coniugare solidarietà con legalità – sicurezza – rispetto della laicità delle istituzioni”, perché sappiamo bene che le diversità nascono quando i principi vengono tradotti o convertiti in azioni politiche.

    Intendo dire che fino a quando gli enunciati di principio – che per loro stessa natura sono sempre piuttosto generici, e talora anche abbastanza comuni – non vengono “declinati”, come si usa dire, non ci è dato di conoscere la linea politica dell’uno o altro partito, e con quali azioni concrete intende muoversi nei vari campi e settori, e quindi valutare il rispettivo grado di “massimalismo”.

    Per citare un caso fra i tanti, e considerando una materia abbastanza nota perché torna periodicamente alla ribalta, mi pare che la “tassa patrimoniale” sia una delle ipotesi su cui da tempo insiste, se non erro, il pensiero massimalista, in una logica di redistribuzione della ricchezza, e al riguardo dovrebbe esprimersi, cioè dire come la pensa, chi ritiene di non essere massimalista, così da sapere come si distinguono ad esempio i liberalsocialisti (dai massimalisti).

    Riguardo ai “comportamenti” elettorali, di fronte alla prevista soglia di sbarramento, mi permetto di credere, pur nell’ovvia consapevolezza di poter sbagliare la previsione, che diversi partiti “minori”, se non tutti, opteranno alla fine per inserire propri candidati nella lista del “maggiore” loro più affine, ma non potrà essere oggettivamente che una “annessione”, al di là di come la si vorrà chiamare (perché non vedo oggi condizioni e margini di “negoziazione”).

    Paolo B. 06.06.2017

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