venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Macron, se un moderato
fa la rivoluzione
di Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 19-06-2017


di Ugo Intini

Le rivoluzioni sono sempre state estremiste (di sinistra o di destra) e violente. In Francia abbiamo avuto il caso straordinario di una rivoluzione centrista e democratica. Probabilmente è stato l’effetto imprevedibile della paura per il populismo e della incapacità ad affrontarlo dei due partiti storici: i socialisti e i gollisti, il centro sinistra e il centro destra. Il lepenismo (come da noi il grillismo) costituiva un rischio mortale per la politica tradizionale e rendeva tripolare il sistema un tempo bipolare. Ma i vertici socialisti e gollisti, anziché unirsi contro la minaccia populista, hanno insistito nello scontrarsi secondo il vecchio schema, simile a quello della contrapposizione tra PD e Forza Italia.Visto che i partiti tradizionali non erano capaci di allearsi, Macron li ha scavalcati e ha creato un’alleanza non tra i loro apparati, ma direttamente tra i loro elettori, invitando i francesi a convergere verso il centro. Ha cooptato (lui, ex socialista) dirigenti socialisti e gollisti di esperienza (come si vede innanzitutto dalla composizione del governo) ma soprattutto ha lanciato uomini nuovi nelle elezioni parlamentari dove questa alleanza centrista ha ottenuto oggi il voto plebiscitario dei cittadini. Indicando che non necessariamente il centro, come si direbbe in Italia, è la “palude” degli “inciuci”.

Ciò è avvenuto perché lo schema di Macron era l’unico capace di assicurare la sconfitta del populismo, ma ancor più per il contenuto e i toni della sua compagna elettorale. I due partiti storici (di centro sinistra e di centro destra) si erano mossi sulla difensiva. Anzi, avevano inseguito il populismo sui temi che sembravano più adatti a raccogliere il consenso: dalla rivendicazione degli interessi nazionali contro l’Europa, alla paura per la sicurezza e gli immigrati, alla retorica del “chi sta sotto” contro la politica e le elites che “stanno sopra”. Macron ha preso la bandiera dell’unità europea capovolgendo l’argomento della sovranità caro al populismo di destra. Nel mondo irreversibilmente globalizzato –ha spiegato- di fronte alla Cina o allo strapotere della finanza internazionale, nessun singolo Paese europeo può contare qualcosa e difendere da solo la propria sovranità: l’Europa unita sì. In poche parole, nel suo libro- manifesto, Macron ha liquidato il “sovranismo” con questa semplice impostazione. Quanto all’immigrazione, all’Islam, al terrorismo, la scelta è oggi tra una visione chiusa e una aperto del mondo, tra l’ottimismo e la paura, tra l’andare avanti e il tornare indietro, tra la fiducia nei propri valori e la rinuncia. Anche Macron, come i populisti, si è rivolto in questo modo alla pancia del Paese, ma ne ha tratto il meglio, non il peggio.

Lo ha fatto puntando sul rinnovamento, ma non contro l’establishment, né all’insegna della rottamazione per gli uomini e le idee. Macron è un liberalsocialista, che riconosce come suo padre politico Michel Rocard, il primo ministro riformista di Mitterand. La continuità con il meglio del centro sinistra e del centro destra è scolpita nella sua biografia stessa. La sua carriera e il suo successo nascono infatti quando nel 2007 il presidente gaullista crea per la modernizzazione del Paese una commissione internazionale di personalità bipartisan e la affida alla guida di un socialista, Jaques Attali. C’è bisogno per la commissione di un segretario al tempo stesso svelto e colto. Ecco allora che Attali (l’altro suo padre politico) sceglie Macron non ancora trentenne, il quale da lì comincia la sua fortuna.

Il presidente francese, oggi vincitore totale, supera in questo modo il luogo comune della contrapposizione tra novità e tradizione, tra giovane e vecchio. D’altronde, ha una moglie di 65 anni. Supera anche la contrapposizione tra pubblico e privato, tra povero e ricco. Ha lavorato infatti al vertice della banca privata Rotschild, ma anche al vertice delle istituzioni, come vice segretario generale della Presidenza della Repubblica e come ministro dell’Economia. Ha fatto molti soldi come banchiere, ma proviene da una famiglia modesta e le parole più efficaci (e toccanti) le ha spese sulla necessità di rendere prioritario l’aiuto a chi è rimasto emarginato nelle periferie. Per la verità, non necessariamente i leader giovani, come quelli a cinque stelle in Italia, devono avere un’esperienza a livello zero. Macron, a 39 anni, ha più curriculum di un anziano.

Le democrazie riservano davvero delle sorprese, spesso cancellando i luoghi comuni delle narrazioni comunemente accettate. La rivoluzione centrista in Francia è la sorpresa più clamorosa, ma la lunga tornata di votazioni avvenuta in Occidente ne ha riservate altre. Ad esempio, non è sempre vero che i giovani votano per i giovani, né che i politici di professione sono impopolari, né che i socialisti tradizionali sono finiti. Bernie Sanders, a 76 anni, sindaco dal 1980 e parlamentare dal 1990, è stato la novità di successo nelle elezioni americane a sinistra, come l’altrettanto vecchio Trump lo è stato a destra. Sanders è stato la novità definendosi socialista con gli argomenti più tradizionali del socialismo europeo, così come Trump lo è stato cavalcando i temi conservatori più consueti. Jeremy Corbyn era ininterrottamente deputato da 34 anni, non era precisamente un socialista innovatore e tutti i commentatori politici lo descrivevano come un relitto. Ma lo ha votato il 70 per cento dei giovani ( soprattutto quelli a più alta scolarità). E oggi i sondaggi lo danno vincente nel caso di elezioni anticipate. Forse i media (e soprattutto la politica) hanno qualche problema nel cogliere la realtà.

Ugo Intini

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Commenti all'articolo
  1. Intanto il giovane presidente francese ha rilasciato la prima intervista ai giornali europei. A pubblicarla, in Italia, è il Corriere della sera. Tra i molti temi trattati nel corso del colloquio anche la minaccia del terrorismo islamico e la repressione a monte delle minacce più significative alla sicurezza interna. “Come trovare il punto di equilibrio tra leggi eccezionali e protezione delle libertà?” viene chiesto all’inquilino dell’Eliseo dalla stampa.
    Risponde Macron: “Bisogna costruire gli strumenti per lottare contro questa minaccia nuova, sotto il controllo del giudice, amministrativo o penale. Servono risposte inedite e adatte alla lotta contro questo terrorismo islamista. Occorre poi avere una politica internazionale coerente ed essere capaci di parlare con tutte le parti in causa. Questo è il mio principio diplomatico”.
    “Ho parlato cinque volte al presidente Erdogan da quando sono qui. Due volte con il presidente iraniano Rohani. Ho ricevuto Vladimir Putin. Alla Francia non viene chiesto di scegliere un campo contro l’altro. È la sua forza e la sua storia diplomatica” aggiunge Macron.
    “Dobbiamo ritrovare la coerenza e la forza di una politica che torni a darci del credito internazionale. Avere una politica di sicurezza ferma costruendo le coalizioni più efficaci contro il terrorismo. Infine occorre dotarsi di una politica di civiltà, che consiste nello sradicare i fondamenti profondi di questo terrorismo”.

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