venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Nencini: una coalizone coesa per vincere
Pubblicato il 22-06-2017


Riforma-legge-elettorale“Dico due cose. Cose che i giornalisti italiani omettono di dire continuamente. Ma la fotografia in circa la metà dei comuni italiani è che i sindaci del centro-snistra vanno al ballottaggio su un asse formato da Pd, Psi liste civiche. Campo progressista non esiste, non ha liste proprie, Mdp era in una quindicina di comuni, Scelta civica non c’è e Sinistra italiana c’è raramente e non sempre in alleanza con il centro-sinistra. Questo è il quadro vero. Nei comuni dove noi ci siamo presentati con liste nostre o con liste di area socialista, prendiamo una percentuale del 4,4%”.

Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista italiano parlando delle elezioni amministrative e in vista dei ballottaggi di domenica prossima.

Quindi si può dire che nel centro-sinistra dopo il Pd c’è il Psi…
È esattamente così. E direi che aver presentato liste nostre o di area socialista in una cinquantina di comuni, è un buon test.

Un test che dovrà essere utilizzato per le politiche…
È un mio auspicio. Da qui questa nostra pressione continua sul Partito democratico perché ci sia una coalizione coesa. Renzi ha ragione a dire che non deve esserci una nuova Unione. Una nuova Unione con 11 partiti che sono la rappresentazione delle divisioni, non ha senso. Ma una coalizione coesa, Pd, Psi, Radicali, liste civiche democratiche, mondo cattolico democratico, è indispensabile per essere competitivi. Ecco perché serve una legge elettorale maggioritaria. Quindi una sorta di facsimile del Mattarellum.

Ma sappiamo come è andato a finire il tentativo di modificare la legge elettorale. Come procedere?
Vedo due strade. O l’armonizzazione delle due leggi, Camera e Senato, che è il minimo indispensabile giustamente imposto dal presidente della Repubblica, oppure l’approvazione di una legge che abbia una prospettiva lunga. E questa la dà una legge elettorale simile a quella che era stata discussa: il cosiddetto rosatellum, in larga parte maggioritario. Io sono convinto che oggi quella legge avrebbe larga maggioranza anche al Senato.

Mentre Berlusconi rilancia sul sistema tedesco….
Vedo più una di queste due ipotesi. Io spingo perché sia la seconda perché mette gli italiani nelle condizioni di fare scelte definite.

I Cinque stelle sono stati annoverati come i grandi sconfitti di queste elezioni. Un giudizio forse affrettato. Non credi?
È un giudizio affrettato che è stato dato già negli anni passati. Anche in passato alle amministrative i grillini ebbero un pessimo risultato. Ma le amministrative sono diverse delle politiche. Ma se non affrontiamo in modo diverso il tema del lavoro e di un’altra Europa, non siamo in grado di rintuzzare questa onda populista che monta. Quella dei grillini è una Caporetto ma il centrosinistra non ha ancora vinto a Vittorio Veneto.

Accennavi al populismo e una politica per arginarlo. Non è una cosa facile…
Il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi. E i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro. Il superamento di una fragilità economica in cui sono precipitati i ceti medi e le famiglie più indigenti. Ecco perché parlo di un’altra Europa. Non solo perché debba essere rivisitato il trattato di Dublino sui migranti. Ma perché da lì devono venire le prime risposte che riguardano gli investimenti. Quindi bisogna abbandonare la politica del rigore per lavorare di più sulla politica degli investimenti, dando ad esempio maggiore libertà al patto di stabilità, oppure lavorando sugli Eurobond e su una politica fiscale unitaria. Queste sono le scelte che un’altra Europa deve fare. Ma la condizione che un’altra Europa ci sia, è che accanto a Macron ci sia un’Italia che non venga consegnata a Grillo e a Salvini. In questo caso sarebbe finita l’Europa.

Le primarie delle idee si sono appena concluse. Un tuo giudizio…
Per la prima volta si è parlato di programmi anziché di persone. Mentre spesso si fa il contrario. Ed è un doppio errore. Prima ragione. Siamo di fronte a un mondo che sta cambiando canone. Alla fine dell’800 siamo passati dall’agricoltura all’industria. Ora, tra l’altro in modo molto più veloce, dalla società industriale a quella tecnologica. La globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi. Ecco perché i programmi sono fondamentali. Poi certo che serve un leader e una coalizione. Ma la domanda è per fare cosa. Quindi serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’italia.

Daniele Unfer

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Commenti all'articolo
  1. Sulla carta può essere giusto il concetto che “il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi”, dopo di che occorre vedere cosa è stato fatto sino ad ora in tal senso, ossia in tema di risposte ai problemi, e non sembra un granché se si deve ricorrere alle “primarie delle idee” e se siamo ancora a dirci che “serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’Italia” (se cioè si deve sostanzialmente partire da zero).

    Questa fase storica doveva essere a mio giudizio impiegata, dai partiti tradizionali o da quanto ne è rimasto, per trovare un punto d’incontro tra il processo di globalizzazione in corso e la salvaguarda delle specificità nazionali, onde evitare innaturali e forzose omologazioni, così come il ricercare un punto di equilibrio tra la “dimensione Europa” e la “sovranità” dei singoli Paesi che la compongono (non a caso qui si dice che la “globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi”, che peraltro dovrebbero esser già stati definiti e utilizzati).

    Stando ad una pluralità di indicatori tali due obiettivi sembrano invece mancati, almeno in gran parte, né si intravedono prospettive di un loro recupero nonostante gli annunci e le rassicurazioni, e nel contempo pare vieppiù crescere il sentimento di sfiducia verso la capacità della politica “classica” a saper affrontare le criticità del presente, vedi un fenomeno come quello dei “migranti economici” che viene dato in forte e progressivo aumento (ed è questione direttamente legata alle nostre sofferte questioni occupazionali, tanto che anche in queste righe troviamo scritto “i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro”).

    Tutto questo insieme ha generato un clima di pesante delusione e incertezza, che ha radicalizzato le posizioni – anche perché diminuisce il numero di quanti credono ormai nella possibilità di soluzioni intermedie – e che spinge ad affidarsi a nuove formazioni e personalità, nella speranza di un qualche “colpo d’ala” per riprendere il volo verso un futuro meno preoccupante, e di fronte a ciò non serve molto il mettere in guardia dal populismo (verosimile figlio di una situazione che vede “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”).

    Paolo B. 23.06.2017

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