sabato, 19 agosto 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Pakistan, condannato a morte per un ‘post’ blasfemo
Pubblicato il 13-06-2017


facebook1Se il dibattito più ricorrente di questi tempi riguardo i social media è come difendersi dalle ‘fake news’ ma anche dall’odio e dalle violenze della rete, in Pakistan proprio il mondo virtuale (ma non troppo) di Facebook potrebbe presto diventare il pretesto per un nuovo ma assai ben triste primato: la prima esecuzione per blasfemia sul web.

Accade in Pakistan dove la macchina della morte si è rimessa in moto nel dicembre 2014 dopo due anni di moratoria, all’indomani della strage alla scuola di Peshawar. E da quel momento, stare dietro al numero dei detenuti impiccati è stato un drammatico conteggio: oltre 320 nel 2015, almeno 87 nel 2016.

Ora però il Pakistan rischia di passare alla storia per la prima prima condanna a morte per un reato informatico. Un uomo, le cui generalità non sono note, sarebbe stato infatti giudicato colpevole per aver pubblicato un post ‘blasfemo’ su Facebook.

Come rivela Amnesty International, la condanna è stata emessa in nome del codice penale (che vieta l’uso di termini offensivi nei confronti del Sacro Profeta) e della legge anti-terrorismo (che punisce l’istigazione all’odio settario).

Un precedente analogo ci riporta a non molti mesi fa al caso di Raif Badawi, il blogger arabo condannato a dieci anni di carcere e 1.000 frustate per aver violato le norme del diritto informatico e aver “insultato le autorità religiose” attraverso il sito “Free Saudi Liberals”. Badawi nel corso del procedimento giudiziario ha anche rischiato la pena di morte.

Questa volta però la sorte dell’uomo pakistano potrebbe essere ben diversa e qualora venisse data esecuzione alla condanna si aprirebbe un terribile precedente capace di sotterrare, in Pakistan ma non solo, diritti fondamentali quali la libertà d’espressione e la libertà di pensiero, opinione, religione o credo. Il caso, per i più attenti, è solo la traduzione nella pratica dell’avviso lanciato neppure tre mesi fa dal Primo Ministro Nawaz Sharif che aveva ordinato di rimuovere i contenuti “blasfemi” su siti web e social media in Pakistan e di punire chi pubblica tale materiale. E la pena per la blasfemia è l’ergastolo o la condanna capitale.

Secondo il Centre for Research and Security Studies, think tank di Islamabad, 65 persone sono state messe a morte per accuse di blasfemia in Pakistan a partire dal 1990. Ma la prossima potrebbe davvero essere un caso senza precedenti che tira in ballo anche i grandi gestori della rete: può davvero passare sotto il silenzio e l’indifferenza di Zuckerberg e del suo staff l’essere accostati alla pena capitale e alla volontà di autorità politiche di soffocare anche con la morte dissenso e opinioni non allineate?

Massimo Persotti

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento