giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Partiti in declino, vince chi perde meno
Pubblicato il 21-06-2017


Premesso che per un giudizio attendibile sulle amministrative e sulle conseguenze da trarne è bene attendere lo svolgimento del secondo turno, si può sin d’ora registrare a livello europeo un andamento del sistema politico e partitico lontano da quello tradizionale, riassunto nel titolo e che mi pare trovi conferma anche nel nostro Paese. Partiti in declino. Dopo i risultati francesi in forza dei quali si può parlare di disfacimento del vecchio sistema dei partiti con l’incognita se ci saranno maggioranze coese o si andrà incontro a governi impossibili o a rischio come in Spagna. Anche nella Gran Bretagna si è avvertita la grande scossa.
Gli opinionisti sono avvertiti “Non dire mai vince May”, specie se è lei a dirlo dall’alto dei 20 punti percentuali in più attribuiti dai sondaggi una diecina di giorni prima del voto. Intanto perché può accadere di tutto, sia di nuovissimo come gli attacchi terroristici sia di novità invecchiate rapidamente come la vittoria della Brexit e la compagnia tutt’altro rassicurante di un imprevedibile e sempre più discusso Trump nella stessa America. La sorpresa degli attacchi terroristici ha scosso profondamente la fiducia nella May, reduce dalla più lunga permanenza, ben sei anni, al Ministero degli interni, settore nel quale aveva confidato per accreditarsi come la nuova lady di ferro. L’attacco terroristico poteva rappresentare un incentivo in più per scegliere la May ma è balzato evidente che l’America è lontana e che l’argine a cui affidarsi è una stretta cooperazione europea, nel cui ambito si sta facendo strada il salto di qualità di una difesa comune dal terrorismo come dalle tentazioni espansionistiche russe verso gli ex satelliti dell’URSS. Da questi motivi urgenti di sicurezza e di prossimità territoriale per farvi fronte si è fatto strada il ripensamento sulle conseguenze della Brexit e su di una vulnerabilità che non consente di fare la voce grossa nei confronti della UE, così come auspicava la May in previsione di un grande successo elettorale venuto meno. Né nella tradizione britannica c’è mai stata una tradizione di ricorrere nei momenti di difficoltà alle grandi coalizioni come accade in Germania. È così che l’exploi di Corbyn è molto più occasionale di quanto appaia, in primo luogo per demeriti dell’avversaria, ma soprattutto poiché l’intervento pubblico ad ampio raggio da lui auspicato mal si addice ad un momento di compressione del prodotto interno lordo frutto dell’autarchia indotta dalla Brexit.
L’indubbio successo di Corbyn è da registrare tra le nuove generazioni che hanno avvertito la premura del capo laburista per le problematiche di emarginazione che affliggono i giovani e tra queste, colta felicemente, quella del blocco dell’ascensore sociale per colpa dell’onere eccessivo gravante sui meno abbienti al fine di completare gli studi fino al compimento di quelli universitari. Questo esempio conferma che singoli meritevoli punti di programma per vedere la luce presuppongono un quadro di compatibilità generali finora non convincenti da parte della gestione Corbyn. L’ora della verità a questo punto slitta per l’Italia a fine mandato con buona pace di chi pensava di meritarsi elezioni anticipate perché prossimi al varo della nuova legge elettorale che sembrava blindata in forza dell’accordo tra i partiti più forti. Ma più forte, sempre in agguato, c’è sempre il partito trasversale di chi non solo vuole portare a casa il vitalizio finalmente maturato ma anche capire quale futuro li attende.
Com’è già successo col referendum istituzionale vince l’istinto di sopravvivenza tanto più avvertito dall’esercito dei nominati dall’alto in attesa di un salvagente credibile. Finora l’ottica prevalente nell’accordo a quattro era garantire alle oligarchie il pacchetto di mischia per comprimere le minoranze esterne ed interne facendo leva sul partito personale del leader. Distratti e/o noncuranti del problema più assillante quello della governabilità, che postula dosi di maggioritario su cui non s’era raggiunto nessuno accordo. La speranza è che la pausa di riflessione faccia superare l’ottica del particolare pro domo sua e traguardare, pur con qualche rischio ben distribuito, verso l’interesse generale alla governabilità.

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