giovedì, 22 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Perché fanno sempre più paura le conquiste dell’Iran
di Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 16-06-2017


di Ugo Intini

L’attacco terroristico al Parlamento di Teheran è uscito dalle prime pagine dei giornali ma avrà a lungo conseguenze pesanti sugli equilibri del Medio Oriente e non solo. Nell’immediato, può essere visto come una controffensiva dell’ISIS, i cui miliziani sono incalzati a Rakka, in Siria, da un esercito appoggiato proprio dagli iraniani. Nel più lungo termine, la strage acuisce la già altissima tensione nel Golfo tra sciti e sunniti, tra Qatar e sauditi, tra l’Iran e gli Stati Uniti di Trump, rimproverati di aver armato oltre misura Riyadh e di aver scagliato l’accusa di terrorismo contro chi oggi ne è vittima, esattamente come Londra e Parigi.
Siamo nella fase esplosiva di un conflitto che ha avuto una escalation negli ultimi anni con continui successi dell’Iran, tali da portare i sunniti al livello di allarme rosso. Teheran ha acquisito una capacità nucleare che forse il trattato con Obama ha bloccato, ma solo temporaneamente. A causa del clamoroso autogol degli americani, ha conquistato praticamente l’Iraq dove, votando liberamente (com’è naturale e come si poteva facilmente prevedere) hanno vinto gli sciti, per il semplice motivo che sono la maggioranza del Paese. Attraverso gli sciti libanesi (che sono aumentati di numero a danno dei cristiani e dei sunniti) Teheran pesa sempre di più a Beirut. E la milizia scita libanese degli hezbollah, alleata di Assad e Putin, sta riprendendo il controllo della Siria in chiave anti sunnita. Grazie al solido legame con Hamas, Teheran è penetrata nella striscia di Gaza e insidia la leadership dell’OLP in Palestina. Attraverso la guerriglia degli houti (una setta vicina agli sciti)si espande nello Yemen e minaccia il confine stesso dell’Arabia Saudita, che reagisce mandando soldati e caccia bombardieri, con un impegno costoso e sanguinoso. L’Iran persegue il controllo del Kuwait e soprattutto del Bahrein, dove la maggioranza della popolazione è scita e potrebbe travolgere i governi sunniti. Persino in Arabia Saudita, gli sciti sono sì una piccola minoranza, ma sono concentrati nella provincia orientale di Damman (la più ricca di petrolio), confinante con il Bahrein e vicina all’Iraq, che potrebbe tentare una secessione.

Se nel conflitto si moltiplicano (almeno per il momento) i punti a favore di Teheran, ci si deve domandare naturalmente da dove esso nasca. Tutti conoscono la sua radice, che risale a oltre un millennio fa. Quando morì Maometto, i fedeli si divisero nella successione: da una parte chi voleva procedere per elezione tra i capi e collaboratori del profeta (i sunniti), dall’altra (gli sciti) chi voleva procedere per via ereditaria, scegliendo Alì, il marito di Fatima, l’unica figlia del profeta a dargli un discendente. Tra stragi, battaglie e scomuniche, la disputa si è trascinata per secoli, come quella tra  cattolici e protestanti.

Ma più utile della storia è semplicemente sapere cosa gli sciti dicono dei sunniti e viceversa. Ecco una sintesi degli argomenti ascoltati, in anni di frequentazione, a Teheran. Da noi- sostengono gli iraniani- c’è l’unica vera democrazia del Medio Oriente. In effetti, se ci si affaccia all’aula del loro Parlamento, si sentono le urla di liti vere. Anche se il “supremo consiglio dei guardiani della costituzione”, presieduto dall’ayatollah Khamenei (successore di Khomeini) potrebbe essere paragonato a una sorta di sommatoria tra il consiglio superiore della magistratura italiano e la Corte Costituzionale, dotato però di una milizia (i pasdaran) e di mezzi economici enormi. La nostra – continuano gli iraniani- è l’unica Nazione vera del Golfo (a parte forse l’Arabia Saudita) perché gli altri Stati sono il frutto di quanto hanno disegnato sulla mappa le potenze coloniali.  Si tratta di Stati finti, dove i cittadini costituiscono una esigua minoranza rispetto agli immigrati: i soli che lavorano e producono davvero. In tutto il Medio Oriente, gli sciti (a parte i commercianti di successo) sono i poveri, perché sono sempre stati  oppressi dai governanti sunniti. La loro persecuzione è stata massima in Afghanistan, al punto che quasi tre milioni di rifugiati hanno trovato asilo in Iran. Al di là delle parole, si coglie a Teheran un malcelato disprezzo verso i potenti del Golfo: in fondo, beduini arricchiti per il petrolio, senza storia e cultura alle spalle.
Nel mondo sunnita, proprio da questo disprezzo si parte per la contro arringa. A Riyadh come al Cairo, si afferma che gli iraniani sono arroganti perché non hanno mai accettato psicologicamente la fine del loro antico impero. Ancora una volta, vogliono dominare nel Golfo e oltre. Questo conta più della divisione religiosa tra sciti e sunniti. Che comunque c’è e vede gli sciti nella posizione dei miscredenti, anzi, dei superstiziosi idolatri che hanno subito, con una sorta di sincretismo, l’influenza cristiana. I sunniti sostengono di praticare un dialogo diretto tra gli individui e Dio, mediato e disciplinato soltanto dalla sacre scritture (a ben vedere, se al posto il Corano si cita la Bibbia, i cristiani protestanti dicono qualcosa di simile). Gli sciti invece hanno una gerarchia di preti. Come i cattolici e i pagani, venerano santi e martiri (del martirio poi hanno un culto maniacale). In effetti, la più grande fontana di Teheran sprizza acqua rossa per celebrare il sangue dei caduti e nelle feste popolari ci si flagella come nelle processioni del nostro Mezzogiorno durante il Venerdì Santo. Nel cortile della grande moschea di Damasco, si resta attoniti a vedere i pellegrini sciti che urlano e singhiozzano per celebrare la testa del nipote di Maometto e figlio di Fatima, mozzata dal califfo sunnita nella battaglia di Karbala (680 d.c). Gli iraniani- imperversano i sunniti- adorano gli imam (quasi una specie di Papa). Credono nella futura resurrezione del dodicesimo Imam, scomparso e “occultatosi” oltre mille anni fa per sottrarsi alle persecuzioni. La sua resurrezione (altra somiglianza con il cristianesimo) coinciderà con il riscatto e la giustizia per gli oppressi. Infine – dicono i sunniti- gli sciti sono falsi: per natura e per la elaborazione teologica del concetto di “dissimulazione”. Una dissimulazione consigliata allo scopo di difendere la fede. Può darsi in effetti che in alcune aree i vescovi lasciati in carica come amministratori dopo la conquista da parte musulmana e i popoli cristiani assoggettati si siano convertiti per necessità all’Islam, conservando in modo surrettizio alcune credenze precedenti. Naturalmente, a Teheran, si nega il tutto. E si ritorce che salafismo e wahabismo (le scuole teologiche più rigorose e più diffuse nel Golfo) nulla hanno a che fare con il vero Islam: sono anzi all’origine di al Qaeda, dell’ISIS e del terrorismo.
Ascoltare ciò che si dice dall’una e dall’altra parte è per gli occidentali utile, ma ancor più utile è ricordare che da queste esperienze il nostro vecchio continente è già passato. I luoghi comuni feroci di un tempo contro inglesi o tedeschi, francesi o italiani non hanno fortunatamente impedito l’unità europea. E le furibonde accuse (anzi, gli eccidi) di protestanti e cattolici non hanno impedito al Papa di abbracciare i leader luterani e anglicani. Un giorno forse finirà così anche in Medio Oriente e si deve sperare che nel frattempo scorra molto meno sangue di quanto è stato versato da noi per secoli, sino a ieri. Certo, per il momento, non si deve essere distratti quando si parla del Golfo. Se lo si chiama “persico” in presenza dei sauditi o “arabo” in presenza degli iraniani, ci si crea inevitabilmente dei nemici. E per sempre.

Ugo Intini

 

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