sabato, 24 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Debito pubblico e crisi
del sistema-Italia
Pubblicato il 20-06-2017


bernakeFondata nel 1971 a Newport Beach, in California, PIMCO (Pacific Investment Management Company) è una società di gestione di investimenti, uno tra i leader mondiali più credibili nella gestione obbligazionaria. Tra i suoi compiti, PIMCO annovera, oltre quello di organizzare i forum internazionali sulle più importanti tematiche economiche, quello di coadiuvare i manager delle società nel delineare le politiche di investimento più convenienti.
Tre sono le aree di interesse nelle quali è suddivisa l’attività di PIMCO: “Portfolio Management”, struttura che riceve le informazioni dagli specialisti dei vari mercati, al fine di stabilire quali investimenti proporre; “Account Management”, che si occupa dei rapporti con i clienti e di quelli con le istituzioni; “Business Management”, che ha il compito di stabilire le strategie di investimento.
Tra l’8 e il 10 maggio scorsi, PIMCO ha tenuto a Newport Beach il suo trentaseiesimo “Secular forum” annuale, allo scopo, come d’ordinario, di identificare le “forze secolari” di medio periodo che guideranno, sia l’economia monetaria e le politiche fiscali globali, sia l’andamento dei mercati finanziari nei prossimi tre o cinque anni. Come sempre, anche il forum di quest’anno ha avuto l’obiettivo di confermare l’analisi secolare degli anni precedenti, o di rifinirla sulla base degli ultimi eventi, o addirittura di sostituirla completamente.
Nel corso del Forum del maggio scorso, i suoi esperti (tra i quali Ben Bernanke e Jean-Claude Trichet) hanno esaminato e valutato il panorama economico, dei mercati finanziari e delle politiche economiche attuate all’interno dei singoli Paesi. Nei confronti dell’Italia, il colosso del risparmio gestito ha espresso un giudizio non del tutto incoraggiante, soprattutto riguardo al suo comparto obbligazionario pubblico; al giudizio di PIMCO si è aggiunto quello di identica natura di altri importanti “money center” globali, quali JP Morgan, Merrill Linch, Barclays, ed altri ancora, incluso il Soros Fund.
Secondo gli analisti di PIMCO, la posizione dell’Italia, pur essendo migliorata, sarebbe passata dall’essere “sovrappesata” a “normale”; i termini “sovrappesato” (overweight) e “sottopesato” (underweight) sono usati nel linguaggio dei mercati finanziari per indicare la valutazione di un “gestore di risparmi” riguardo al rendimento di un determinato titolo. Se la valutazione del titolo è underweight, significa che il gestore è pessimista riguardo a quel titolo; mentre la valutazione overweight, esprime convenienza per i risparmiatori ad acquistare. Infine, la valutazione “normale” suggerisce convenienza ad attendere che il mercato finanziario chiarisca le condizioni di rendimento del titolo considerato.
Il fatto che PIMCO si sia espresso con riferimento alle obbligazioni pubbliche dell’Italia per una posizione di “normalità”, significa che tutti i centri di gestione del risparmio sono alla ricerca, o meglio sono in attesa che ciò che accade nel nostro Paese consenta loro di recepire qualche segnale positivo, in grado di dare fondamento ad una stima conveniente del rendimento delle obbligazioni pubbliche; ciò, al fine – come afferma Eugenio Occorsio in “I padroni stranieri del debito pubblico” (in la Repubblica A&F del 12 giugno scorso) – di “capire se il nostro Paese è finalmente rientrato nel novero di quelli affidabili e può avere qualche speranza di risalire nel rating con tutte le conseguenze in termini di tassi, affidabilità, credito”. Una risalita che, però, non è ancora possibile intravedere, a differenza di quanto è possibile prevedere per la maggior parte dei Paesi membri dell’Eurozona.
A tutt’oggi, infatti, non è possibile recepire segnali positivi per una risalita irreversibile dell’economia italiana, per via del persistere di due fattori condizionanti, il rapporto debito/PIL e l’inaffidabilità del quadro politico: il debito pubblico è da quattro anni fermo intorno al 132% del Prodotto Interno Lordo, mentre il quadro politico è caratterizzato da una paralizzante frammentazione partitica, dall’incapacità dei partiti di darsi una legge elettorale e dai ritardi ingiustificati sulla via delle riforme strutturali. Il permanere di questa situazione non volge al bello il futuro prossimo dell’economia e della società dell’Italia, se si pensa che solo il “normale” funzionamento della prima e la capacità di tenuta della seconda dipendono dalla disponibilità dell’estero a sottoscrivere i titoli pubblici che ricorrentemente il Paese deve collocare sui mercati finanziari internazionali.
Secondo la Banca d’Italia, gli investitori stranieri detengono oggi circa il 37% del totale del debito pubblico, ovvero poco meno di 800 miliardi di euro, circa un terzo del totale ammontante a circa 2.240 miliardi. Secondo la stessa Banca d’Italia, la cifra complessiva della quota di debito pubblico detenuto dagli investitori esteri è in netta diminuzione. E’ logico quindi chiedersi cosa potrà accadere, se la costante “uscita dall’Italia” degli investitori esteri si conserverà anche per l’immediato futuro. L’esodo è stato molto alto fra il 2010 e il 2012, quando era diffusa l’idea che l’Italia potesse fallire come la Grecia; da allora, i livelli si sono conservati stabili, ma in coincidenza del referendum costituzionale del dicembre 2916, l’”uscita” degli investitori esteri dall’Italia ha ripreso a salire, come risulta dai documenti contabili della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea.
I documenti confermano, infatti, che fra il settembre 2016 e il maggio 2017 sono usciti dall’Italia 100 miliardi di euro, disertando l’acquisto, non solo di titoli di Stato, ma anche di azioni e obbligazioni societarie. Se alla diminuita disponibilità dei gestori esteri di risparmio ad investire in titoli pubblici italiani si aggiunge, sempre stando alla Banca d’Italia, che anche la quota dei titoli pubblici detenuti dalle famiglie italiane è in diminuzione, le preoccupazioni per come finanziare il normale funzionamento del sistema-Italia non possono che aumentare.
Oggi, la maggior parte dei Buoni Poliennali dello Stato (BTP) è detenuta dalla Banche italiane, da compagnie di assicurazione e da istituzioni che gestiscono fondi pensione. La situazione motiva molti analisti a considerare ancora attuale il pericolo che l’Italia finisca col diventare, nelle valutazione dei centri finanziari internazionali, un “Paese di frontiera”, ovvero un’area interessante solo per operazioni speculative; pericolo, questo, che potrebbe indurre persino gli investitori italiani ad abbandonare l’Italia. Per fugare questo pericolo, secondo gli analisti dei gestori internazionali di fondi di risparmio, occorrono segnali positivi riguardanti l’alleggerimento del livello attuale di debito pubblico. Come? La musica è sempre la stessa, nel senso che la “medicina” è quella che dall’inizio della crisi viene prescritta per l’Italia: occorre intervenire sull’ammontare del debito pubblico con programmi di privatizzazioni e di tagli strutturali di spesa, tutti finalizzati ad aumentare l’avanzo primario, ovvero la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse quelle per il pagamento degli interessi passivi sul debito.
Nel momento in cui stanno per avere termine le misure straordinarie della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno della stabilità monetaria all’interno dell’Eurozoana, diventa inevitabile che, nel caso mancasse una ripresa economica maggiore di quella prevista (anche al di sopra delle previsioni ottimistiche della Banca d’affari Morgan Stanley, che ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’Italia per il 2017 dallo 0,8 all’1,2%) l’alto livello del dedito pubblico italiano induca gli investitori esteri ad aumentare il costo del denaro a prestito come “risk premium”.
In Italia vi è tuttavia qualche osservatore ed analista, come Reiner Masera, che sullo stesso numero di “A&F del 12 giugno scorso, in “Speculazione il falso allarme: debito pubblico, chi specula davvero non è all’esterno”, sostiene che non sono gli investitori esteri, ma l’Italia a rimettere “di fatto in discussione il sentiero non facile di rientro del rapporto debito/PIL”. E’ infatti discutibile, secondo Masera, che si consideri il rapporto tra quote del debito pubblico detenute in Italia e quote detenute all’estero come sintomo di solidità del sistema-Italia. Se il risparmio italiano indirizzato verso i titoli dello Stato è “in larga misura affidato, direttamente o indirettamente, a grandi operatori internazionali, che negli anni recenti hanno nel complesso bene operato a favore delle clientela retail”, non altrettanto può dirsi per la gestione delle detenzioni istituzionali nazionali dei titoli di debito.
Le modalità di gestione delle quote di titoli da parte dei creditori istituzionali, infatti, devono essere valutate più attentamente di quanto sinora è avvenuto. Certamente – osserva Masera – in condizioni normali dell’andamento dei mercati finanziari, anche i detentori istituzionali nostrani possono contribuire alla stabilità del sistema economico, ma se si manifestano tensioni, essi non mancheranno, come già è capitato negli anni di punta della crisi, di trascurare la loro funzione d’essere anche presidi della stabilità, ignorando completamente il loro rapporto con il debito sovrano.
Questa spada di Damocle fatta pesare sull’economia nazionale dall’inaffidabilità dei creditori istituzionali non è stata rimossa, soprattutto per demerito dei governi italiani, che in questi ultimi anni non hanno saputo approfittare delle politiche di sostegno dei debiti pubblici inaugurate dalla BCE. In conseguenza di ciò è quindi logico attendersi che, cessato il sostegno della BCE, l’intreccio problematico e ricco di insidie tra banche, debito sovrano e Unione Europea si ripresenti in tutta la sua pericolosità; a peggiorare la quale concorre tra l’altro anche la gestione delle ultime crisi bancarie, che da mesi il governo, con ripetuti cambiamenti di rotta, non riesce a risolvere.
La conclusione del discorso di Reiner Masera è che in Italia il problema dell’alto debito pubblico non lo si voglia affrontare realisticamente, attraverso una strategia che “non può che poggiare su molti tasti”. Tra questi, il principale dovrebbe essere individuato “nei tagli mirati e intelligenti di spesa”, concentrando l’attenzione sulle spese correnti a livello di enti locali, soprattutto su quelle “connesse a investimenti collegati al moltiplicarsi senza efficaci controlli di società a maggioranza pubblica”; in secondo luogo, i tagli dovrebbero avere di mira gli investimenti in infrastrutture con redditività privata o sociale che non vale a giustificarle. Gli investimenti pubblici dovrebbero essere selezionati in base alla loro qualità, quali quelli in capitale fisico, capitale umano e ricerca e sviluppo; ovvero, quelli che più direttamente possono concorrere al miglioramento della crescita attraverso l’aumento della produttività totale dei fattori.
Ciò implicherebbe che si individuassero nel risanamento mirato delle finanze pubbliche e nella maggior dinamica della produttività i due obiettivi da perseguire per un reale rilancio della crescita. Questi due obiettivi, non dovrebbero però essere dissociati dall’impegno del governo a rivedere l’assetto delle politiche economiche e monetarie europee; obiettivo quest’ultimo che potrebbe essere perseguito solo se il Paese riuscisse a dotarsi di una soluzione politica interna stabile e credibile.
In realtà, è questo il problema principale che il Paese è chiamato a risolvere, non solo per le fondate ragioni indicate da Masera, ma anche perché, dalle conclusioni dell’ultimo “Secular forum” di PIMCO, è la stabilità politica interna il fattore che maggiormente conta per orientare positivamente i centri di gestione del risparmio estero verso i titoli obbligazionari dello Stato; la loro fiducia è elemento molto più indispensabile di quanto non lo sia quella dei creditori istituzionali nostrani, perché decisiva per ridurre il pesante fardello del debito pubblico.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Ma “PINCO” fa gli affari suoi, non quelli dell’Italia. E lo fa solo dal lato della finanza speculativa. In Italia manca il reinvestimento dei fondi ottenuti dalla alienazione delle imprese italiane agli stranieri, cioè manca l’impegno di larga parte della borghesia crassa.
    Non vendiamo per pochi spiccioli le nostre aziende pubbliche: serve solo ai “pimchiani”.
    Certo ci vorrebbe anche un governo che superasse le sciocchezze che ci hanno guidato da tre o quattro anni a questa parte e che avesse una politica economica vera, industriale in primis.
    Solo con la “bellezza” e l’alimentare si va poco lontano.

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