venerdì, 22 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Prodi il confessore non fa né dà penitenze
Pubblicato il 27-06-2017


Dal Corriere della sera e non solo apprendiamo che quasi tutti i rappresentanti del centrosinistra allargato, fino al punto di disperdersi, si sono confessati dal Professore padre dell’Ulivo, due volte vincitore nello scontro col centrodestra del padre-padrone Berlusconi e due volte detronizzato dai suoi. Per non dire poi della bocciatura alla Presidenza della Repubblica dopo l’indicazione unanime per acclamazione della sua creatura il PD. Un politico per necessità ed abnegazione verso il Paese che non demorde dal tessere la sua rete per giungere ad un minimo denominatore comune. Solo che come politico è a dir poco una delusione per peccati comuni di omissione di fronte ad attentati alla vita democratica del Paese. Cito quello che per me è il più grave di tutti, quando Berlusconi fece terra bruciata dell’agibilità parlamentare verso il nuovo governo che si annuncia di centrosinistra a guida Prodi, approvando a tamburo battente il Porcellum con una legge per il Senato, una vera e propria legge truffa incostituzionale come riconosciuta dalla Consulta. Prodi vince seppure di misura e non resiste agli appetiti scatenatisi da ultima spiaggia, non mette come priorità assoluta oltre alla tanto auspicata disciplina del conflitto d’interessi, il tallone d’Achille di Berlusconi, l’altrettanta urgente armonizzazione della legge elettorale tra Camera e Senato, minacciando di ricorrere a nuove elezioni se il governo dovesse essere soggetto ad imboscaste. Nulla di tutto questo che un politico previgente avrebbe dovuto mettere in cantiere in via prioritaria tanto più che la maggioranza è di due soli voti, ridotti ad uno per esigenze di equilibri interni che portano Marini a Presidente del Senato. Certo che molti altri erano i punti deboli della composita coalizione ma, quando non si percepisce che in certe condizioni basta una goccia a far travasare il vaso l’inadeguatezza è accertata e sarà clamorosamente dimostrata. Tra i tanti motivi dell’incertezza democratica che stiamo attraversando non trovo adeguato rilievo ai costi che sta comportando il rientro della navicella democratica dal regime dei nominati a quello degli eletti, un rientro con immense difficoltà perché la logica di escludere i propri avversari specie gli ex prevale su quella strategica della governabilità e stabilità del Paese. Ai suoi penitenti Prodi non dà una penitenza vera che giustifichi l’assoluzione, si limita a spalmare i dissensi in più strati indigesti gli uni agli altri sicchè, anche non avendo velleità personali, in un mondo di troppi leader senza esercito e perciò senza alcun leader all’altezza della situazione, grande è la tentazione di ricorrere ad un super partes, all’usato sicuro. Chi più di lui? E Renzi? Ormai appare evidente dopo i risultati delle amministrative, che il PD finora non ha fatto nulla per essere inclusivo a partire da quel partito plurale reclamizzato nel passaggio dall’io al noi, figuriamoci se in grado di coagulare anche altre forze. La verità è che il PD un segretario legittimato ce l’ha ma manca di uno statista che, come Moro a suo tempo, riconoscendo che c’erano due vincitori e finita l’indispensabilità della DC, ne trasse le conseguenze traguardando alla democrazia matura (pagando con la vita) attraverso i governi di solidarietà nazionale. Ditemi se ce n’è uno che si faccia carico oggi di un sistema tripolare, mettendo in prima fila la governabilità del Paese per chiunque vinca, sicuro delle proprie ragioni sapendo che i nodi dell’etereogeneità degli altri poli alla prova del fuoco delle responsabilità impiegheranno ben poco a venire alla luce e che l’ago della bilancia sarà chi ha giocato guardando agli interessi generali del Paese più che al proprio ombelico.

Roca

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