giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi:
La superficialità diseducativa dell’informazione
Pubblicato il 16-06-2017


Quando ero studente delle Superiori, incominciai a leggere un giornale (Il Mattino) e un settimanale (l’Espresso , appena nato), per colmare le mie lacune e per capire quello che avveniva e quello che sentivo. Avevo sempre a portata di mano il vocabolario, perché la mia lingua era più il dialetto che l’italiano. Avevo intuito che tali strumenti mi avrebbero aiutato a non essere escluso dalle discussioni con i più fortunati, di me. Da allora, non ho mai smesso, anche se sostituii Il Mattino con il Corriere della Sera e con l’Avanti e l’Espresso, quando cambiò formato, con Mondo Operaio, Azione Sociale, Critica Sociale , ecc..

Queste pubblicazioni diventarono  la mia Bibbia. Nella seconda Repubblica, restai con il Corriere.  Da alcuni anni, l’attrazione va scemando, perché  non trovo più firme  di uomini liberi e preparati, soprattutto LIBERI. Le pagine culturali fanno più pubblicità per le case Editrici  che formazione. I kilogrammi di supplementi ti fanno capire che sei  considerato più un consumatore che  non un lettore. A ciò, si aggiunge quello che Ferruccio  de Bortoli ha evidenziato: “Tra i giornalisti c’è la cultura di non disturbare il manovratore, per non essere indicati come quelli,  che  remano contro il Paese”. Aggiunge che non gli piace questo conformismo. Nella prima Repubblica  l’informazione formava. Nei confronti televisivi , si toccava con mano l’effetto dell’informazione.  Oggi,  si tocca con mano la  funzione compromissoria della grande stampa e incomincio a preferire,  oltre ad Avanti online, mensili e libri di economia.  Con la speranza di  “veder cadere” qualche  articolo interessante, leggo ancora il Corriere della Sera. Dove  sono giornalisti, che possono essere considerati  eredi    di  Ansaldo,  Arfè,   Barzini, Montanelli, Biagi e di tanti altri?

Questo sfogo è la conseguenza della constatazione di una superficialità  diseducativa. Se, nei confronti  televisivi, tranne qualche eccezione, non si riesce a tappare la bocca a parlamentari ignoranti, di chi  o di che cosa  è la colpa?  Da molti anni, si parla di crisi economica e di globalizzazione.  Quanti ne parlano con competenza? Bisogna uscire dal campo della  cosiddetta  politica,  per avere argomenti  utili a capire. Gli economisti  sono concordi  nel ritenere che le ultime recessioni economiche siano nate da tracolli di borsa.  La crisi del 2009 fu provocata dai mutui ; quella italiana, del 2011, dallo crisi dello spread.  La più famosa delle crisi, quella del 1930, fu provocata dal crollo di Wall Street.  Purtroppo, i politici  si sono limitati a constatare il fatto, senza affrontare le cause  dei tracolli di borsa.  Non tutti dopo crisi sono stati affrontati allo stesso modo. Dopo la crisi del 1929, Roosevelt  si fece promotore del Compromesso fordista e anche in Europa  si presero le contromisure, per  neutralizzare le cause. In Italia  Mussolini, grazie a qualche suo ex compagno socialista  prese provvedimenti più efficaci di quelli che abbiamo conosciuto dopo il  2009 e il 2011. Allora, la politica prevalse sulla finanza. Adesso, la Finanza ordina ai Governi il da farsi.  Sta scomparendo l’economia reale, mentre in ogni famiglia c’è una persona,che  vende prodotti finanziari e non si accorge che è un bracciante, che lavora alla giornata.

  La politica si dovrebbe preoccupare.  Chi  ha studiato i cicli economici, sa che ci sono alcuni settori economici, che hanno un grande effetto moltiplicatore, sia positivo  che negativo. La durata dei cicli ( periodi), quando la quasi totalità dell’economia era reale era di molti decenni. Man mano che la finanza da strumento è stata utilizzata come settore economico , la durata dei cicli si è ridotta  enormemente. Non si esce da una crisi che ne intravede un’altra. Le crisi vengono  provocate anche dal comportamento delle persone, che, vittime dei messaggi funzionali alla persuasione occulta, seguono senza saperlo  percorsi creati dai poteri forti.  Alcuni  analisti fanno derivare i tracolli in borsa da un effetto, chiamato “effetto gregge”.  Si riferiscono  ai comportamenti  delle masse, che pensano di essere libere e sono gregge.  Un  esempio illuminante è dato dalla bolla dei Tulipani, del 1637. Oggi, i mercati sono molto più grandi  e invasivi del passato. Ed è sempre  più la finanza a dettare i ritmi dell’economia, e non viceversa. Con la globalizzazione, il gregge è diventato più numeroso. E, i pastori, non amano il gregge, ma  pensano  solo a tosare la lana.

  Luigi Mainolfi

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