venerdì, 17 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sold out i social, deserte le urne
Pubblicato il 19-06-2017


Il dato sulla partecipazione all’ultima tornata di elezioni amministrative, rende più preoccupata la riflessione sullo stato di salute della democrazia italiana. Mai, nella storia repubblicana, le elezioni comunali, quelle che vanno eleggere l’organo politico più vicino ai cittadini, avevano avuto una partecipazione complessiva appena superiore al 50%, evidenziando, da un lato, che ormai il principale partito italiano è il silenzioso partito dell’astensione, e dall’altro che servono autentici miracoli per rivitalizzare una scena pubblica mai così moribonda. Ma c’è un altro fattore che, a mio avviso, va tenuto in debita considerazione: l’aumento dell’uso dei social media non ha indotto a una crescita di partecipazione alle occasioni “fisiche” e “reali” della democrazia, che si esercita con il diritto di voto; ha invece portato a un ulteriore allontanamento dei cittadini dalle scene della politica, incrementando un uso dei sociali che destruttura luoghi e strumenti propri della partecipazione. Il tema è complesso, e difficile da contenere in poche righe, ma proviamo a farci capire. I social media rappresentano senza dubbio piazze virtuali che incentivano il confronto: si può discutere di temi, si possono condividere opinioni, si possono organizzare sondaggi e raccolte di impressioni. Tutte cose che con la politica hanno a che fare. Ma se dibattito, proposta, raccolta di impressioni si esaurisce sul social, viene a mancare quel ponte fondamentale tra teoria e pratica che rischia di creare un cortocircuito nella democrazia. C’è poi il modo di utilizzare lo strumento social.

Una piazza virtuale può essere agorà nel senso alto del termine, ma può anche essere bar dello sport, dove tutti si sentono in diritto di discutere di tutto e di tutti, di lasciarsi andare in apprezzamenti pesanti, in critiche, in offese di pancia che poco hanno a che fare con un serio dibattito alto, mediato e organizzato. In questo caso, quando la democrazia virtuale diventa “urlo-crazia”, quando la piazza virtuale diventa sfogatoio di tutti gli istinti repressi da parte di gente che in pubblico non direbbe una parola, ma che di fronte a una tastiera si sente un leone, è chiaro che qualcosa non funziona.

Certo, con partiti che hanno sempre meno iscritti, con una selezione poco trasparente della classe dirigente, con una situazione di crisi perdurante e che non ha precedenti nella storia recente, qualcosa occorre inventare. Ma, e questo pare certificato anche dagli esiti delle ultime elezioni, non è detto che la risposta sia la promozione tramite rete di soggetti che si improvvisano politici e amministratori, producendo disastri come a Roma la povera Raggi, che se dovessi usare una metafora sembra quasi un topolino in una gabbia di gatti. Insomma, in tempi in cui i social sono pieni e le urne vuote, non si può stare troppo sereni sui mali che affliggono il nostro paese. Ma una medicina si potrà trovare? Noi lo speriamo, da inguaribili ottimisti.

Leonardo Raito

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Commenti all'articolo
  1. Se, come pare che pensi la maggior parte di chi conta, i partiti hanno senso solo se hanno un “lìder” forte e si toglie la partecipazione, quando poi i “!ìder” si mostrano omuncoli senza alcun pensiero, cosa volete che faccia il cittadino?
    Non va neanche più a scegliere il “meno peggio”.
    E’ un processo generale, come rivela il “successo” di Macron.

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