sabato, 19 agosto 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Sonia Gradilone
Immigrazione e il vaccino delle minoranze linguistiche
Pubblicato il 22-06-2017


Esistono questioni rimosse, ingiustizie che non si vedono, che sono come annullate in una indifferenza gravissima. La legge elettorale con il “superaccordo” tra le 4 formazioni politiche più rappresentative del Paese (Pd, Lega, Forza Italia e Movimento 5 stelle) si arena sulla modalità di elezioni dei parlamentari trentini e alto atesini, su questioni legate a minoranze, in questo caso di lingua tedesca e ladina, in questo caso con implicazione di diritto internazionale. Non entro nel merito di questa questione, ma la prendo a spunto per il “silenzio” sulla questione che voglio sollevare: il silenzio sulle minoranze linguistiche in Italia. Sono figlia della comunità arbereshe di Calabria, sono figlia una delle lingue “non parlanti” di questo paese (insieme a grecali, catalani, occitani, sloveni e croati). Si tratta di un patrimonio umano, culturale e linguistico enorme, enormemente rimosso. Oggi ci poniamo i problemi della “nuova umanità in movimento per fame e persecuzioni”, problemi che non sappiamo affrontare proprio perché “dimentichi” delle nostre storie, che aiuterebbero a capire una umanità mai ferma. Nella grande crisi albanese, quella del ’91, in cui un paese di 3 milioni di abitanti (tanti quanti la sola città di Roma) avrebbe “invaso” l’Italia 20 volte più grande. Allora la mia comunità accolse migliaia di connazionali in fuga, alcuni sono anche rimasti, per solidarietà nata da una “fuga”, da una “persecuzione” di secoli prima. Credo che oggi il problema della nostra presenza in Italia vada riposizionata al centro del confronto politico per tutelare un patrimonio culturale ed umano che è indispensabile anche alla ricchezza della stessa lingua italiana, e per dimostrare che i tempi non presentano mai problemi inediti, e che l’esperienza è il patrimonio da cui trarre forza ed ispirazione. L’integrazione, la convivenza, non è appiattimento delle differenze, ma rispetto delle ricchezze. La nostra comunità, come le altre minoranze linguistiche, hanno nel loro patrimonio l’idea della “umanizzazione” dei problemi, il coraggio di ricominciare e l’idea che la Patria di speranza non deve schiacciare la Patria divenuta impossibile.
Ho messo insieme cose che apparentemente paiono non avere relazioni, in realtà la nostra presenza in Italia è il vaccino che la storia ci ha lasciato per evitare la malattia grave del razzismo e della xenofobia, della paura. Un patrimonio che non va negato ma difeso e tutelato.

Sonia Gradilone
Responsabile Immigrazione Psi

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Questo articolo offre sicuramente lo spunto per una riflessione, non fosse altro perché i richiami al passato sono sempre utili, e anche stimolanti, per comprendere meglio il presente, ma in questo caso il parallelismo tra l’oggi e gli anni andati mi sembra mostrare due differenze non insignificanti (lo dico senza pretesa di essere nel giusto, anche perché i raffronti di questa natura sono sempre piuttosto complessi, o comunque non semplici).

    Nel corso dei secoli è ripetutamente successo che si siano insediate nel nostro Paese comunità provenienti da oltre confine – intendendo quello determinatosi con l’unità nazionale – ma si è quasi sempre trattato, per quanto ne so, di trasferimenti contenuti nel tempo, in quanto legati a circostanze di carattere politico, religioso, ecc…., che si sono poi andate via via esaurendo (facendo di riflesso interrompere il relativo fenomeno migratorio).

    Così come mi risulta fosse sostanzialmente circoscritta la dimensione numerica di tali comunità, rispetto a quelle “autoctone”, ancorché non conosca con precisione i corrispondenti dati, e questo combinato può aver allora favorito l’inclusione delle prime nel tessuto sociale del luogo, che ha semmai assorbito talune usanze e consuetudini dei “nuovi arrivati” pur mantenendo salde le proprie tradizioni e radici, con un sostanziale meccanismo di “innesto”.

    La seconda differenza che mi pare rilevabile sta nel fatto che per solito, nelle fattispecie di cui sopra, le nostre comunità si confrontavano volta a volta con una sola “diversa” cultura, non si trattava cioè di multiculturalismo, che mi pare essere tutt’altra condizione, la quale sta destando in molti non poche preoccupazioni per il timore che la cultura autoctona possa alla fine cedere e disperdersi (in quanto sottoposta ad un eccessivo ventaglio di sollecitazioni).

    Paolo B. 25.06.2017

  2. Il mio intervento è e voleva essere un ounto di partenza per un confronto sui temi della accoglienza-contaminazione, non certo il punto finale, ma non possiamo prescindere dalle nostre storie dalla nostra storia

  3. Non me ne voglia Sonia se ritorno sull’argomento, ma se ci troviamo al “punto di partenza per un confronto…”, significa che siamo ancora piuttosto indietro, o in ritardo per dirla in altro modo, mentre una materia di così rilevante portata meritava verosimilmente di esser già stata inquadrata, nella sua dimensione e nei suoi molteplici effetti, così come l’aver già individuato, o quantomeno delineato/impostato, le possibili risposte e soluzioni (in modo da poterla “governare”).

    Proprio oggi ho saputo della tesi di un fermo sostenitore dell’accoglienza, che non credo essere voce isolata e inascoltata, il quale non vedrebbe con favore il processo di integrazione, ritenendolo una sorta di ingiusta prevaricazione e sopraffazione della cultura ospitante rispetto a quella ospitata – o a quelle ospitate, verrebbe da dire, posto che da noi dobbiamo ormai parlare di multiculturalismo – il che, ossia il suo pensiero, si tradurrebbe di fatto in una coabitazione (tra i costumi del luogo e quelli di “importazione”).

    Una tale impostazione si confaceva probabilmente all’epoca pionieristica, quando Paesi di grande estensione dovevano “colonizzare” ampi e disabitati spazi del loro territorio, e incoraggiavano di conseguenza i flussi migratori in entrata, e in quelle condizioni ogni gruppo etnico poteva anche autogestirsi, sul piano religioso, sociale, educativo/scolastico, ecc…, in attesa di spontanee e reciproche “contaminazioni”, ma questo modello non mi pare francamente proponibile per casa nostra.

    Ho citato la cosa perché fa a mio avviso comprendere come ci si trovi ancora in una fase di grande incertezza sul da farsi, che per qualcuno può essere vista come abbastanza naturale, e propedeutica ad un confronto tra le diverse posizioni, ma che per altri può essere invece motivo di forte preoccupazione, e anche di crescente sfiducia verso la classe politica cui spettava a loro dire di fissare le regole per “guidare” il fenomeno, ma così non è stato.

    Paolo B. 27.06.2017

Lascia un commento