venerdì, 22 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Tra bombe e terrore (delle bombe)
Pubblicato il 05-06-2017


Si chiama terrorismo perché semina terrore, non solo morte. I tre di Londra non si sono fatti saltare, ma hanno attaccato i civili in due punti della città provocando sette morti (tra i quali i tre terroristi) e cinquanta feriti. A poche giornate dal voto dell’8 giugno un duplice attacco coordinato é stato condotto nella notte di sabato su London Bridge, ponte simbolo della città, dove un pulmino ha investito diversi pedoni (col più classico dei mezzi scelti dai jidahisti per uccidere innocenti e indifesi cittadini) e poi all’uscita i terroristi hanno accoltellato altri passanti, provando anche a sgozzarli. L’attacco é continuato nella zona di Borough Market, dove si é celebrato il secondo satanico e tragico rito.

Più o meno nelle stesse ore, in una piazza San Carlo di Torino, dove erano convenute 40mila persone ad assistere alla partita Juventus-Real Madrid, proiettata su maxi schermo, il terrore é stato generato dalla paura. E’ bastata l’esplosione di un petardo, il fumo bianco levato al cielo, il rumore di una transenna spezzata, forse la visuale di un paio di ragazzotti con lo zainetto ed é successo il finimondo in versione Heysel. Decine di migliaia di persone si sono spintonate, atterrate, calpestate, ferite. Il terreno era pieno zeppo di vetri, residui di bottiglie di acqua, di vino, di birra. Un macello con 1500 feriti e un bambino di sette anni gravissimo col torace sfondato.

Inutile girarci attorno. Anche se non lo proclamiamo siamo in guerra. Non è una guerra tradizionale, anche se nei territori occupati dallo stato islamico lo scontro militare é in atto, ma non ancora risolutivo, coi curdi (quella ragazza chiamata Cappuccio rosso è morta da eroina sul campo di battaglia), gli iraniani, l’esercito iracheno, che sono cogli scarponi sul terreno, mentre americani e russi, peraltro in assoluto dissenso tra loro, esplodono bombe dal cielo (che é ben più cruento anche se, per la loro incolumità, assai meno pericoloso). La guerra si combatte anche in casa nostra. In tutta Europa l’incubo é costante, le stragi ormai non si contano e anche in Italia, dove nessuna iniziativa terrorista ha finora prodotto morti, basta un piccolo segnale per suscitare paura, tensione, terrore, fuga. Di questo non si può prescindere, ormai.

Non può che provocare irritazione l’irresponsabile dichiarazione del pentastellato Airola, che ha parlato non di un attentato prodotto dalla paura del terrorismo, ma di una “ignobile speculazione” contro la giunta Appendino, attraverso l’innalzamento del numero dei feriti. Dio ci scampi da questi personaggi che scambiano fischi per fiaschi. Sarebbe ingiusto attribuire responsabilità al sindaco di Torino, anche se non si può non rilevare che a Madrid la partita é stata trasmessa allo stadio Bernabeu e non in plaza Puerta del sol. Resta il fatto che d’ora in poi concerti, assembramenti, manifestazioni di vario genere dovranno svolgersi in luoghi accuratamente protetti e vigilati. Purtroppo il terrorismo limiterà la libertá di tutti noi e trasformerà la nostra vita. Inutile nasconderlo. Non giriamoci irresponsabilmente dall’altra parte. Siamo in guerra.

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Commenti all'articolo
  1. Che siamo in guerra è già un po’ che lo dice il Papa.
    Certo gli italiani hanno i nervi a fior di pelle. Prendiamo per buono che sia stato un botto a scatenare la fuga nel caos. Ma chi era vicino, se era un botto avrebbe dovuto accorgersene subito. E poi il fatto che il Qatar sia il padre di tutto il terrorismo a me pare riduttivo. forse anche a Renzi, dovrebbe apparire così.

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