mercoledì, 16 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Umberto Calosso,
tra cultura e socialismo
Pubblicato il 09-06-2017


Umberto_Calosso

Umberto Calosso

Quando morì, il 10 agosto del 1959, Pietro Nenni, con la capacità di penetrazione psicologica, di giudizio  e di sintesi che lo distingueva, lo definì nel suo Diario “spirito acuto e bizzarro, scrittore elegante, uomo di larga cultura umanistica” e ne ricordò la partecipazione con “Giustizia e Libertà” e poi col Partito Socialista alla lotta antifascista e il contributo alla ricostruzione democratica. Tutto questo era stato effettivamente Umberto Calosso.

Nato a Belviglio d’Asti il 23 settembre  del 1895, compì i suoi primi studi a Torino, allievo del Convitto nazionale, dove rivelò una intelligenza  vivissima e penetrante. All’inizio della Grande Guerra venne riconosciuto non idoneo al servizio militare, ma egli, per omaggio alla memoria di Mario Tancredi, un suo carissimo amico caduto in combattimento, decise di arruolarsi volontario e vestì il grigioverde  compiendo il proprio dovere.

Nel ’18, tornato nel capoluogo piemontese,  prese contatto con la vita politica aderendo al Partito Socialista, nel quale si avvicinò al gruppo  di giovani che attorno a Gramsci, Pastore, e altri discutevano con vivacità  e acume la problematica socialista.  Nel contempo riprese gli studi  e si laureò in Storia e Filosofia col massimo dei voti e la lode discutendo con originali argomentazioni una tesi su “L’anarchia di Vittorio Alfieri”.

L’avvento del fascismo lo vide  subito su posizione di netto rifiuto assieme a Leonida Repaci, Zino Zini, Palmiro  Togliatti, Umberto Terracini e altri. Con lo pseudonimo di Mario Sarmati fu tra i collaboratori  de “L’Ordine nuovo”, il  settimanale fondato a Torino  da Gramsci il 1° maggio del 1919 con l’intento di stimolare il pensiero politico  e la cultura  interessandoli alla questione sociale, ai soviet, ai consigli di fabbrica e ai vari  “istituti della classe operaia” di cui si erano fatti sostenitori i rivoluzionari bolscevichi.

Il 30 ottobre  1922 con Gramsci, Leonetti, Pastore, Viglongo  rivelò grande coraggio  difendendo  il periodico contro una aggressione delle squadracce fasciste. Fu accusato di “detenzione di armi  e costituzione  di bande armate” e nell’aprile del ’23 subì un processo da cui, non diversamente dagli altri  imputati, uscì assolto.

Gli impegni politici e giornalistici non limitavano i suoi interessi letterari: attento dal periodo universitario all’opera del grande   scrittore e drammaturgo astigiano, volle  riprendere il lavoro compiuto per la tesi di laurea e nel ’24 diede alle stampe “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, lavoro nel quale evidenziò uno dei caratteri salienti dell’arte  del suo grande conterraneo.

Iniziò poi  l’attività di insegnante nell’Istituto  tecnico di Alessandria, ma non riuscì a sopportare l’atmosfera sempre più soffocante imposta dalla dittatura e decise di emigrare in  Francia, poi in Inghilterra, per passare infine a Malta dove insegnò Letteratura italiana al St. Edward’s College.

Il più preciso definirsi del fascismo come  militarista e imperialista lo collocò tra i più irriducibili contro il regime mussoliniano.

Trovandosi in Spagna per un giro di conferenze si impegnò nella lotta armata contro il franchismo militando tra i  volontari di “Giustizia e Libertà” e con Mario  Angeloni, Carlo Rosselli, Aldo Garosci fu tra i combattenti impegnati  nella battaglia di Monte Pelato.

Quando prevalsero i franchisti e si impose la dittatura di Francisco Franco, tornò a Malta e da qui passò ad Alessandria d’Egitto, dove svolse una discreta attività giornalistica esprimendo idee sempre più nettamente socialiste. A Malta pubblicò “Colloqui col Manzoni”, un lavoro  che arricchì  la già vastissima letteratura sul grande scrittore e gli valse un giudizio positivo di Benedetto Croce.

Iniziatasi la seconda Guerra mondiale si trasferì a Londra, dove    pubblicò “The remaking  of  Italy” e con i fratelli Paolo e Piero Treves, Ruggero Orlando, Arnaldo Momigliano fu tra i più attivi nel promuovere l’Associazione “Libera Italia” e tra i propagandisti di “Radio Londra”, dalla quale rivolse accorati appelli al popolo italiano perché si liberasse  del fascismo.

Alla fine del 1944  rientrò in Italia, e fu attivissimo  sul piano politico e culturale. Lavorò con Nenni all’Avanti!, scrisse un’ampia e puntuale introduzione a una edizione di “Scritti attuali” di Piero Gobetti, il coraggioso intellettuale antifascista deceduto nel ’26, fu  propagandista del partito socialista, consultore nazionale e nel ’46 deputato alla Costituente.

Il giornalismo lo impegnò fortemente : fu infatti direttore del “Sempre Avanti!”, quotidiano socialista che si pubblicò a Torino dal 1945 al  1948 sotto la direzione di Alberto Iacometti. Nel gennaio del ’47 si schierò con gli autonomisti e aderì al PSLI,  e  con  Andreoni, Saragat e Vassalli  diresse “ L’Umanità”, organo  ufficiale del nuovo partito, e  con  Bonfantini  invece “Mondo Nuovo”, quotidiano  torinese del  PSLI.

Nel 1948-49, recuperando gli studi della sua giovinezza, volle ripubblicare  i “Colloqui col Manzoni” e “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, che ancora una  volta furono  discussi  con vivo interesse dalla critica.

Riconfermandosi uomo di forti e larghi interessi oltre che politici anche letterari, culturali, scolastici, approfondì in quel periodo i problemi della scuola,  delle donne,  dell’obiezione di coscienza, e li portò all’attenzione  dei parlamentari ma anche di un  pubblico  più vasto, pubblicando tra l’altro nel 1953 “La riforma della scuola si può fare”, in cui auspicava l’obbligatorietà e la gratuità della frequenza  e riforme nell’insegnamento  e più in particolare di quello elementare e medio, che a suo parere  abbisognava di interventi urgenti e puntuali.

   Sempre acuto e a volte graffiante nei suoi giudizi,  alla Camera, sulla stampa e nel partito si distinse come forte polemista sino a essere considerato a volte “un caso”.

 Quale libero docente di Letteratura Italiana insegnò nel Magistero dell’Ateneo romano, ma ai primi del  ’52 venne  fortemente disturbato e impedito dai neofascisti nella realizzazione del suo corso.

Nel partito si mostrò per qualche tempo critico della linea politica allora seguita, ritenendola fortemente appiattita sulla DC, e se ne allontanò sempre più, fin quando  nel 1953 rientrò nel PSI.  Colpito da paralisi cerebrale e costretto alla immobilità, si spense  dopo una  lunga e dolorosa agonia.

 Un bel volume contenente gli Atti del convegno di studi  a lui dedicato nel 1979 ne ricostruì e ripropose il pensiero e l’opera con interessanti relazioni di  Garosci, Colarizzi, Sapegno, Vittorelli e altri.

Giuseppe Micciche’

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