Libia. L’Eni incontra al Serraj per il progetto sul gas

de scalziL’Italia prova ancora a rivalersi sulla Libia, nonostante l’iniziativa francese, ma stavolta è spalleggiata dall’Eni, presente nel territorio dal 1959, dove attualmente produce oltre 350.000 barili al giorno di olio equivalente. L’AD dell’Eni, Claudio Descalzi ha incontrato il presidente della Libia, Fayez al-Sarraj e il numero uno della società energetica pubblica Noc, Mustafa Sanalla.
Durante l’incontro si è discusso anche della seconda fase di sviluppo del campo di Bahr Essalam, uno dei più grandi giacimenti in Libia e importante fonte di approvvigionamento di gas per il Greenstream. Questa fase prevedrebbe il completamento di 10 pozzi offshore, di cui 9 già perforati nel 2016 e per cui Eni si è aggiudicata il contratto di fornitura e installazione delle strutture. Il primo gas è previsto per il 2018.
“Il colloquio, incentrato principalmente sulle attività correnti di Eni nel paese, si è focalizzato su possibili futuri sviluppi, in particolare nel settore del gas. Eni è infatti il principale fornitore di gas del Paese, 20 milioni di metri cubi al giorno alle centrali elettriche, nonché il maggiore produttore di idrocarburi straniero in tutte le regioni della Libia”, si legge nel comunicato Eni.
In mano al cane a sei zampe sono da citare i giacimenti di Abu Attifel e NC-125 oltre a quello di Nakhla (C97) diviso però con Wintershall e Gazprom. A questi si aggiungano anche i campi petroliferi di El Feel (Elephant, la cui produzione ha visto diverse sospensioni a causa della guerra civile che ha costretto alal chiusura anche di altre zone di estrazione) e quelli di gas di Wafa e Bahr Essalam (scoperti nel 2015) oltre agli off-shore di Bouri.
L’attività di gas si esplica attraverso il gasdotto Green Stream per l’importazione del gas libico prodotto dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam operati da Eni. Nel 2016 l’attività produttiva in Libia è stata in linea con quanto pianificato e l’equity di Eni nel paese è stata di 352 mila boe/giorno, il livello più elevato dal 2010, la Libia rappresenta ben il 20% dell’intera produzione Eni.

Mayer contro Mayer. Finale tra lacrime
e commozione

Leonardo Mayer

Leonardo Mayer

Tennis, una settimana dopo si gioca negli stessi posti con ordini inversi. In Svizzera scendono in campo gli uomini a Gstaad; in Svezia, a Bastad, invece, è la volta delle donne. In più, nel periodo dell’attentato terroristico (seguito da quello di Ginevra), anche Amburgo vede impegnati i tennisti in un Atp inedito, per la serie Kramer contro Kramer: Germania vs Argentina, per due omonimi a contendersi un titolo un po’ particolare, reso speciale da un “fiocco azzurro”. La finale dell’Atp di Amburgo, infatti, vedeva opposti i due Mayer del torneo: Leonardo (l’argentino) e Florian (il tedesco). Sarà il primo a vincere, dedicando questa coppa al figlioletto che con la moglie assisteva al match in prima fila; visibilmente commosso (in lacrime) ed emozionato, non ha potuto che esprimere la sua doppia gioia per aver trionfato qui e sotto gli occhi di suo figlio. Lucky loser, fortunato lo è stato davvero, dunque, a riuscire a portare a casa il titolo in un torneo così importante. Ma anche molto abile. Entusiasmante la finale. Leonardo non solo ha giocato bene per tutto il torneo, ma è stato protagonista di una finale strepitosa contro Florian Mayer, che le ha provate davvero tutte: ha tentato di attaccarlo, di mettergli pressione, ma veniva passato; ha cercato di sorprenderlo con palle corte, ma Leonardo ci arrivava ed era lui a sorprenderlo con trovate e contro-smorzate eccezionali. Eccellenti, sicuramente, le finte di rovescio, che Florian fingeva di tirare normalmente o in back o in lungolinea, per tentare poi la palla corta; ma i fondamentali e il gioco messo in campo da Leonardo sono stati di qualità superiore: più potenti e più precisi. Semplicemente più ispirato e in forma, rispetto a un Florian apparso più stanco, ma che ha lottato tanto, portando la partita al terzo set, quando ormai sembrava chiusa. Veniva da una semifinale che ha visto il ritiro di Kohlschreiber, ma non è bastato. Non è stato sufficiente neppure l’alto livello di tennis espresso in tutti gli altri match. 64 46 63 il risultato finale, di un incontro che ha entusiasmato il pubblico, esploso in un lungo applauso al termine dello stesso, quasi in una sorta di standing ovation, a ringraziare l’impegno dei due tennisti che si sono spesi generosamente. Primo titolo da papà (di Federico, avuto da Flavia Pennetta come noto) anche per l’azzurro Fabio Fognini all’Atp di Gstaad. Torna a vincere dopo il trofeo conquistato nel 2016 ad Umago (che quest’anno non gli ha portato altrettanta fortuna, dove ha perso dal giovane Rublev). Ottiene una wild card d’oro, dunque, la testa di serie n. 4. Tutto facile, fin troppo, per lui contro il qualificato tedesco Yannick Hanfmann, numero 170 Atp. Fabio rischia di deconcentrarsi. Parte bene e si porta sul 4-1, ma si fa recuperare sino al 4-4 per poi fare di nuovo break e chiudere 6/4; intanto l’avversario entra in partita e il match si fa sempre più lottato ed equilibrato. Il secondo set si chiuderà con un 7/5 insidioso: pericolosi soprattutto i kick di servizio ad uscire sul lato sinistro, che spingono il ligure fuori dal campo, che prende le misure; tiene bene lo scambio, aspettando e costringendo l’avversario all’errore, soprattutto con il suo rovescio e tentando anche delle smorzate. Sicuramente da sottolineare lo scenario idilliaco che li circondava: tanto verde e casette di legno, come baite di montagna circondate da monti floridi, a dare un senso di pace e poi il volo di aeroplani con la bandiera svizzera a disegnare in cielo un cuore. Non è mancato il vento, che ha fatto volare l’ombrellone del giudice di sedia, subito prontamente afferrato e chiuso. Episodi curiosi che hanno rallegrato un po’ l’atmosfera.

Particolare anche la finale del Wta di Bastad, in Svezia. Tra la danese Caroline Wozniacki e la ceca Katerina Siniakova. Sarà quest’ultima ad avere la meglio, ma molte e troppe le occasioni sciupate dall’ex numero uno. Caratteristico, soprattutto, il time out medico per due chiesto (contemporaneamente) da entrambe: per il polso sinistro, anche se è parso accusasse dolore e fastidio anche alla mano destra durante il servizio, per la Wozniacki; al tricipite del braccio destro (visibilmente già fasciato) per la Siniakova. La ceca ha chiuso per 6/3 6/4, ma complice una danese molto fallosa e “sciupona”: nel primo set si procedeva in equilibrio e la strada sembrava quella dell’essere destinata al tie-break; invece, sul 4-3 (dopo aver già recuperato dal 4-1), con un doppio fallo orrendo, la Wozniacki ha regalato il primo parziale alla giovane avversaria. Poi l’interruzione per time out medico (dopo quella per pioggia). La danese sembra partire bene e va subito 3-1 nel secondo set, ma non sfrutta l’occasione per dare il colpo definitivo alla ceca, un po’ spaesata e sorpresa, per allungare al terzo set l’incontro; ed è di nuovo parità sino al break decisivo per chiudere 6/4: ma molte le palle del set point e i match point annullati. Comunque positiva la notizia del ritorno di Caroline, che gioca un buon tennis anche se a tratti appare un po’ confusa e in difficoltà. Sicuramente non al 100%, forse per lei si tratta solo di recuperare il top della forma fisica per diventare ancora una volta, di nuovo, competitiva come un tempo, quando raggiunse la vetta del ranking mondiale. Forse l’interruzione pe pioggia non le ha giovato, ma sicuramente è stata la rapidità di gioco (in pressione) della Siniakova a creare problemi alla danese, togliendole ritmo, continuità e regolarità con la sua solidità.

Venezuela nel sangue. Ucciso leader opposizione

venezuela 6Venezuela ancora nel sangue. Il giorno dopo il voto per l’Assemblea Costituente il Paese si ritrova ancora di più sull’orlo della guerra civile, ma il governo ha evitato di fornire bilanci delle vittime, mentre per l’opposizione negli ultimi due giorni ci sono stati 16 morti e la procura ha parlato di 10 persone uccise solo ieri, tra queste due minori e un candidato all’assemblea costituente.
Elezioni indette da Maduro dopo il referendum simbolico che ha organizzato l’opposizione venezuelana a metà luglio.
Tra i membri eletti figurano la moglie del presidente Nicolás Maduro, Cilia Flores, e il secondo uomo del chavismo, Diosdado Cabello. Fonti ufficiali parlano di un’affluenza superiore al 41 per cento, mentre per le opposizioni, che avevano chiesto ai cittadini di boicottare la tornata, i dati reali sull’affluenza di ieri sono il sintomo della fine dello chavismo. Secondo l’opposizione hanno votato 2.252.250 votanti, pari a non più del 12 per cento del registro elettorale: e c’era almeno il 25 di schede bianche e nulle, corrispondenti a dipendenti pubblici che sono stati costretti a votare sotto la minaccia del licenziamento o a anziani cui era stato prospettato addirittura di perdere la pensione.
Per il deputato Henry Ramos Allup del tavolo dell’unità democratica (Mud) ben l’88 per cento degli elettori ha deciso di asternersi. Lo stesso deputato riferisce, supportato dalle autorità giudiziarie, che Ricardo Campos, 30 anni, leader dell’opposizione, è rimasto ucciso durante una manifestazione a Cumana, nel nordest del Paese. Ma non è il solo: “Un gruppo ha fatto irruzione” nell’abitazione del 39enne José Felix Pineda, avvocato, a Ciudad Bolivar, “e gli ha esploso numerosi colpi d’arma da fuoco”. Pineda è il secondo candidato assassinato in Venezuela: prima di lui, il 10 luglio scorso, era stato ucciso José Luis Rivas, mentre faceva campagna elettorale nella città di Macaray.
Ma a morire è anche la popolazione civile: una ragazza di 15 anni che era rimasta ferita ieri da uno sparo di arma da fuoco al torace è morta oggi a San Cristobal, capitale dello stato Tachira, nell’ovest del Venezuela. Secondo il fidanzato, la ragazza non stava partecipando ad alcuna protesta, ma è passata accanto a un corteo dell’opposizione proprio mentre un gruppo di chavisti ha iniziato a sparare contro i manifestanti. I cecchini dell’esercito hanno infatti iniziato a sparare sulla folla nel giorno del voto durante le proteste contro Maduro.
Ma il presidente Maduro nel suo primo discorso pubblico ha detto che “si tratta del voto più importante che la rivoluzione abbia mai avuto in 18 anni di storia”. In un discorso in Plaza Bolivar, a Caracas, dopo i risultati, Maduro ha detto che la Costituente è nata con “grande legittimazione” popolare e ha salutato i membri dell’organismo che nelle prossime ore prenderanno il “comando” del Venezuela con pieni poteri. Inoltre, il presidente venezuelano, avvertendo che non tollererà più “la cospirazione dei media”, ha assicurato che se l’opposizione seguirà nella sua “pazzia”, con le sue proteste contro il governo, alcuni dei suoi dirigenti “finiranno in una cella e altri in un manicomio”.
Nel suo primo discorso pubblico il presidente venezuelano ha annunciato che l’organismo servirà per prendere misure contro il Parlamento, la Procuratrice Generale, i dirigenti dell’opposizione e la stampa indipendente. Il leader dell’opposizione Henrique Capriles ha parlato di un “giorno nero” e ha accusato il presidente per quella che definisce un'”ambiziosa malattia”.
Dura condanna è arrivata dagli Stati Uniti che hanno bollato l’Assemblea costituente appena votata come un organismo concepito “per rimpiazzare l’Assemblea Nazionale legittimamente eletta e per minare il diritto del popolo venezuelano all’autodeterminazione”.
I tentativi di mediazione dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) come pure del Vaticano sono falliti, e la decisione di convocare le elezioni per la Costituente, di fatto per esautorare il parlamento, hanno chiuso anche la disponibilità dell’opposizione al dialogo, per cui la situazione potrebbe precipitare drasticamente da un momento all’altro e sfociare nella guerra civile.
Comunque a parte l’Osa, hanno annunciato di non riconoscere la Costituente i governi di Brasile, Argentina, Perù, Colombia, Messico, Spagna, Stati Uniti, Panama, Canada, Cile, Costa Rica e Paraguay, oltre al Parlamento Europeo. Il Mercour sta per deliberare l’espulsione del Venezuela. L’opposizione annuncia nuove proteste, già da oggi.

Mezzogiorno. Il governo pone la fiducia

parlamento_cameraIl Governo pone la questione di fiducia nell’Aula della Camera sul decreto legge Mezzogiorno. Lo ha annunciato nell’Aula di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro. La fiducia viene posta dal governo a Montecitorio al testo del decreto approvato al Senato dove il dl era già stato approvato con voto di fiducia. Il ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti nella sua replica che ha chiuso la discussione generale sul provvedimento, ha definito il decreto legge Sud “un investimento sui giovani, sulle loro capacità, sulla loro voglia di prendere in mano il proprio destino, che è l’esatto contrario del reddito di cittadinanza”. De Vincenti ha peraltro precisato che “degli oltre 3,4 miliardi destinati al Sud, nessuno di questi capitali deriva da Fondi europei, ma sono tutti fondi nazionali”.

Guardando al complesso delle misure fin qui adottate dal Governo per lo sviluppo del Sud, de Vincenti ha quindi segnalato gli effetti positivi del cosiddetto credito d’imposta rafforzato. “Oggi siamo di fronte a istanze presentate da imprese private per utilizzare il credito d’imposta per 800 milioni, il che significa, dato l’effetto moltiplicatore del credito, l’effetto leva, di nuovi investimenti nel Mezzogiorno, per quasi due miliardi”, ha concluso.

La seconda parte dell’articolato del decreto, ha aggiunto De Vincenti “riguarda le Zone economiche speciali dove sosteniamo l’attrazione di grandi capitali, anche medi e piccoli, per le attività economiche, portiamo l’incentivo economico a un livello che consenta di attrarre anche importanti investimenti nei porti principali del Mezzogiorno, perché svolgano la funzione che loro spetta nel Mediterraneo”.

Il provvedimento introduce anche elementi di semplificazione, come l’estensione di un ‘nuovo strumento di governance condivisa, il contratto istituzionale di sviluppo” già utilizzato a Taranto. Guardando al complesso delle misure fin qui adottate dal Governo per lo sviluppo del Sud, il Ministro ha segnalato gli effetti positivi del cosiddetto credito d’imposta rafforzato. “Oggi – ha riferito – siamo di fronte a istanze presentate da imprese private per utilizzare il credito d’imposta per 800 milioni, il che significa, dato l’effetto moltiplicatore del credito, l’effetto leva, di nuovi investimenti nel Mezzogiorno, per quasi due miliardi”.

DONNE AL LAVORO

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Disoccupazione giù a giugno, record donne al lavoro. La disoccupazione cala a giugno, anche tra i giovani, e rimbalza il numero degli occupati, ma soprattutto si segnala l’aumento record delle donne e dei dipendenti a termine. È questo lo stato del mercato del lavoro fotografato dall’Istat. Il tasso di disoccupazione a giugno scende all’11,1%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto a maggio. Dopo l’incremento del mese precedente, la stima delle persone in cerca di occupazione diminuisce del 2% (-57 mila), tornando su un livello prossimo a quello di aprile. La disoccupazione torna a scendere anche tra i giovani, attestandosi al 35,4%, in calo di 1,1 punti percentuali rispetto a maggio. Gli occupati recuperano parzialmente il calo registrato a maggio (-53 mila) e a giugno crescono di 23 mila unità (+0,1%) su base mensile. Aumentano soprattutto i dipendenti a termine che crescono di 37 mila unità in un mese attestandosi a 2.690.000: si tratta del livello più alto dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1992. Il tasso di occupazione si attesta al 57,8%, in aumento di 0,1 punti percentuali.

Determinante l’occupazione femminile che a giugno sale al 48,8% (+0,2 punti percentuali), toccando il livello più alto registrato dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1977. Plaude alle “buone notizie”, il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. “Meno disoccupati, anche tra giovani. Aumenta lavoro donne. Fiducia in risultati Jobs Act e ritorno a crescita”, commenta in un tweet. Per il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, “al di là delle oscillazioni mensili – questo mese di segno positivo – il dato incoraggiante è la conferma della costante crescita di medio lungo periodo dell’occupazione e della contestuale diminuzione dei disoccupati e degli inattivi”. Il ministro richiama l’attenzione soprattutto sul calo della disoccupazione giovanile. E assicura: “Perché possa diminuire ancora concentreremo ulteriormente su questo obiettivo gli interventi della prossima legge di bilancio”. In quest’ottica, si fa sempre più strada l’ipotesi di un taglio strutturale del cuneo fiscale per l’assunzione a tempo indeterminato dei giovani: il governo studia un taglio del 50% dei contributi per i primi 2-3 anni. Cauti i sindacati. Per la Cisl, “siamo ancora lontani dal numero di occupati pre-crisi e siamo tra gli ultimi in Europa, soprattutto per l’occupazione femminile e giovanile”.

Per la Uil i dati Istat sul lavoro “confermano come la (troppo) graduale crescita degli occupati vada maggiormente sostenuta e stimolata. Questo per evitare che le imprese tendano a prolungare, impropriamente, il lavoro a termine e per incentivare, con forza, l’occupazione delle ragazze e dei ragazzi”. In una nota il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy, continua affermando che “la parziale ripresina del lavoro ‘giovane’ a giugno è dovuto, anche, a due incentivi ad esso dedicato (bonus giovani e mezzogiorno) e ciò dimostra che strumenti mirati, selettivi e vincolanti per premiare il lavoro a tempo indeterminato possono funzionare sempre se accompagnati da politiche economiche espansive”. E la Cgil mette in guardia: “I dati diffusi oggi confermano, purtroppo, che la ripresa occupazionale e’ principalmente fondata sull’estrema precarizzazione dei nuovi rapporti di lavoro”. Per Confcommercio, invece, “il modesto aumento degli occupati di giugno rappresenta, comunque, per il mercato del lavoro un recupero quasi completo dei livelli persi durante la doppia crisi: all’appello mancano, tuttavia, 230mila occupati per raggiungere il massimo storico di aprile 2008”.

I misteri dell’Ara Pacis, il libro sulla trasformazione della Città Eterna

ara pacisUn triangolo magico segna la Roma di Ottaviano Cesare Augusto: l’Ara Pacis, il Mausoleo del fondatore dell’Impero romano e il Pantheon. I tre monumenti, tra i pochi intatti o quasi della città eterna, hanno attraversato due millenni di storia. Tutti e tre, collocati a poca distanza l’uno dall’altro nel Campo Marzio, hanno un profondo significato religioso, culturale e politico: raccontano e tramandano come Ottaviano trasformò la Repubblica in Impero, lasciando formalmente intatte, ma svuotate di significato, le antiche cariche come quelle dei consoli.

È un capolavoro politico realizzato senza bagni di sangue, ma nella pace e col consenso del Senato, della borghesia e del popolo romano usciti stremati da un secolo di terribili guerre civili. Segreti e misteri hanno segnato la storia di questi tre monumenti augustei, soprattutto del primo, l’Ara Pacis, costruito dopo la sconfitta di Marco Antonio e della sua alleata-amante Cleopatra, la regina d’Egitto. Paolo Biondi ne parla ne i misteri dell’ara pacis, 156 pagine, edizioni di pagina, 14 euro il prezzo di copertina.

Ara Pacis. Il libro elenca misteri piccoli e grandi. L’inaugurazione dell’opera, decisa nel XIII avanti Cristo dal Senato romano per celebrare le vittorie di Ottaviano in Germania, Francia e Spagna, avvenne il 30 gennaio del IX avanti Cristo, il giorno del cinquantesimo compleanno di Livia Drusilla, l’amata moglie del figlio adottivo di Gaio Giulio Cesare.

Scienza e misteri si mescolano. Biondi racconta la storia dell’obelisco-orologio «di Facondo Novio, il matematico egiziano che studiava le ombre del sole e l’asse della terra per fare diventare meridiane i suoi obelischi». Bene, l’ombra di quell’obelisco egizio «dedicato al dio Sole, meridiana di quell’orologio, sarebbe caduta a fecondare la terra alle porte di quell’Ara ogni anno al tramonto del 23 settembre, giorno di nascita del principe Augusto, portatore di prosperità e di pace nel mondo».

Ma c’è di più. Ara Pacis e misteri. L’obelisco egizio sembra che collegasse, in qualche modo, l’Ara Pacis e il colle del Vaticano, dove pochi anni dopo fu ucciso San Pietro. L’autore descrive i risultati delle sue ardite ricerche: «Ma dove calava quel giorno il sole nell’altra direzione della retta che univa altare e obelisco? Tornai a casa –scrive nel libro- e cominciai a sfogliare le carte con la ricostruzione della Roma di quegli anni per tracciare percorsi celesti del sole e sue proiezioni terrene: quella retta indica che il sole va a tramontare proprio dietro il monte Vaticano ogni 23 di settembre, esattamente dove appressandosi lo scadere del secolo aureo venne levata la croce con Pietro ad agonizzare e a morire a testa in giù e dove ora si trova la cupola michelangiolesca sulla tomba di quel santo e primo papa, pontefice massimo, come pontefice massimo di altri dèi era stato Augusto». Vero, verosimile, fantasie? Biondi commenta: «Suggestioni e contaminazioni».

Lo statista Ottaviano Augusto era un uomo coraggioso, determinato ma cauto. Riuscì nell’impresa storica di edificare l’Impero romano inventando una nuova struttura istituzionale di potere monocratico, inviso ai romani, basata su raffinate elaborazioni culturali e politiche (la discendenza della famiglia Giulio Claudia da Enea fuggito da Troia in fiamme) ed evitò accuratamente gli errori di arroganza del padre adottivo. Il libro illustra la prudenza di Ottaviano soprattutto quando rientrava a Roma dopo vittoriose campagne militari: «Amava ed era solito rientrare lontano da occhi indiscreti, senza i crepitii del giorno nei quali ogni avviso di allerta si sarebbe potuto confondere, senza resse che avrebbero potuto celare qualsiasi pugnale, senza baraonde ululanti e querule, senza celebrazioni immodeste e false». Non dimenticò mai la fine di Cesare: ucciso a pugnalate in Senato da una congiura di aristocratici repubblicani contro “il dittatore”, “il nemico delle libertà del popolo romano”.

Statista, amante del potere, coraggioso, bello, uomo sobrio, abile nel tessere alleanze. Con un punto debole: la cagionevole salute. Fortunato nell’amore perché sposò in seconde nozze l’amata Livia, donna intelligente e abile a districarsi nei meandri della politica dell’urbe. Livia era un pilastro della politica augustea nella transizione dalla Repubblica all’Impero. La giovane discendente della aristocratica famiglia dei Livii in politica ebbe un ruolo rilevante, ebbe una grandissima influenza sul marito, analoga a quella di Marco Vipsanio Agrippa e di Gaio Cilnio Mecenate, gli uomini chiave nella costruzione dell’Impero dal punto di vista militare, politico e culturale. Biondi descrive così Augusto e il rapporto strettissimo con Livia: «Il suo corpo era elegante e il suo aspetto faceva impazzire le matrone dell’urbe, oltre a quelle di ogni paese e città che attraversasse. Lo sguardo ammaliava, la perfezione del viso era quella di un dio. Eppure celava sotto la tunica un segreto: la pelle era coperta di piaghe e i malanni erano il vero tallone d’Achille di Augusto. E l’unica matrona che voleva partecipe di questo segreto era Livia, la sua Livia che lo amava appassionata come un’amante e lo accudiva come si accudisce un figlio».

Il fondatore dell’Impero, che amava definirsi semplicemente “princeps”, il primo tra pari, si contornò di intellettuali come Virgilio ed Orazio, ma per evitare problemi con la storia e i posteri si scrisse da solo come e perché conquistò il potere. Lasciò le Res Gestae, l’autobiografia che avrebbe dovuto contornare su lastre di bronzo il suo Mausoleo, ma che oggi troviamo sui fianchi dell’Ara Pacis. Ara Pacis, l’incipit è famoso: «All’età di diciannove anni, con mia personale decisione e a mie spese personali, costituii un esercito con il quale restituii a libertà la repubblica oppressa da una fazione». Ottaviano combattè e sconfisse prima Bruto e Cassio, i capi della congiura contro Cesare, e poi l’ex alleato Marco Antonio, uno dei luogotenenti più brillanti del padre adottivo.

Ara Pacis, il mistero divenne totale, addirittura scomparve. Del monumento si persero perfino le tracce già all’epoca dell’imperatore Adriano per le alluvioni del Tevere. Dei reperti furono recuperati nel 1500 in epoca papale e poi alla fine del 1800 nell’era del Regno d’Italia di casa Savoia. Ma il ripescaggio dalle valanghe di fango fu realizzato all’inizio del 1900 ad opera, soprattutto, dell’appassionato ed emozionatissimo ingegnere Mariano Edoardo Cannizzaro. La ricostruzione dell’Ara Pacis, invece, avvenne nel 1938, per festeggiare il bi millenario della nascita di Augusto, su ordine di Benito Mussolini. Il dittatore utilizzò l’iniziativa, inserita nella ristrutturazione urbanistica della zona di piazza Augusto Imperatore, per propagandare “il nuovo impero fascista” nato con la conquista dell’Etiopia.

L’ultimo mistero si chiama Fausto Delle Chiaie, il pittore che dagli anni ’80 espone i suoi quadri davanti all’Ara Pacis, nella strada tra questo monumento e il Mausoleo di Augusto. L’autore del Manifesto Infrazionista pubblicato trent’anni fa, ogni tanto viene “sfrattato” dal muretto del Mausoleo, in eterno restauro, sul quale poggia le sue opere, ma puntualmente torna. Il mistero è su chi resisterà più a lungo nella lotta tra l’artista-custode e gli autori degli “sfratti”.

Augusto nelle Res Gestae motiva e giustifica la sua svolta politica all’inizio invisa a una parte dell’aristocrazia romana. Ha voluto lasciare la sua versione dei fatti a scanso di brutte sorprese. La stessa scelta l’ha fatta duemila anni dopo Winston Churchill. Il primo ministro britannico, il vincitore del nazismo e del fascismo, scrisse di proprio pugno una storia della Seconda guerra mondiale proprio per evitare brutte sorprese.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

Costituzione di Weimar e lezione dei “contrappesi”

Friedrich Ebert

Friedrich Ebert

Il 31 Luglio 1919 venne adottata a Weimar l’omonima costituzione; una tappa fondamentale per le sorti dell’Europa. Proprio questo evento è stato infatti accusato di aver spianato la strada all’avvento di Hitler. Questa fama è in parte giustificata, anche se sulla carta la costituente aveva progettato un testo democratico e razionalizzato (che garantisse maggiore governabilità). Come in ogni democrazia moderna, il ruolo dei contrappesi era stato previsto dalla costituente. Il dualismo Governo/Parlamento era infatti alla base dell’ordinamento statale (di tipo federale). L’impostazione generale era quella del semi-presidenzialismo (non ancora teorizzato dalla dottrina dell’epoca), con un presidente eletto direttamente (con un mandato di 7 anni) ed un rapporto fiduciario tra governo e parlamento. Il cancelliere (primo ministro) e tutti i ministri, nonostante venissero nominati dal presidente, necessitavano dell’approvazione del Reichstag.

Fin qui non sembrano esserci particolari rischi di derive totalitarie, il problema risiedeva però negli eccessivi poteri lasciati al presidente. In primo luogo non erano stati previsti limiti alla sua rielezione. Un candidato poteva essere rieletto un numero teoricamente infinito di volte. Questa scelta, abbinata alla pressoché totale libertà di scioglimento del Reichstag, consentiva al presidente di eliminare tutte quelle assemblee a lui contrarie. L’unica limitazione era quella di non poter sciogliere la camera con la stessa motivazione più di una volta; limite aggirabile con estrema facilità. Inoltre il presidente disponeva di vastissimi poteri emergenziali, le cui condizioni di esercizio erano molto generiche. Tali poteri avevano una portata vastissima ed includevano la “sospensione dei diritti di libertà”, nonché la possibilità di legiferare senza l’apporto del parlamento. Quello che mancava era quindi un giusto contrappeso allo strapotere presidenziale.

Il Reichstag era per sua natura un organo debole, eletto con sistema proporzionale che non garantiva maggioranze forti. Il suo unico potere in ottica anti-presidenziale era quello di chiederne la revoca, attraverso un referendum. Però, in caso di sconfitta della mozione, il mandato veniva automaticamente rinnovato per altri 7 anni: un rischio molto alto per l’assemblea, che rischiava di rafforzare ancora di più il presidente sgradito.La seconda camera (il Reichstrat rappresentativo dei Land) non aveva, invece, alcuna possibilità di arginare il presidente, potendo solo esercitare un’azione sospensiva sulle leggi. In questo quadro si venne a creare una situazione di totale sottomissione del parlamento nei confronti di questa figura, che pian piano acquisì sempre più potere.

Sotto la minaccia di scioglimento anticipato, il Reichstag divenne una stampella del Presidente, evitando qualsiasi azione contraria alla linea governativa. I governi nascenti non avevano il minimo rapporto fiduciario reale con le camere, contribuendo a creare sempre maggiori attriti con i rappresentati del popolo. Nonostante tutte queste criticità, attribuire a tale costituzione tutte le responsabilità per l’avvento di Hitler è comunque ingeneroso. Quello che però va attribuito a Weimar è la facilità con cui il dittatore austriaco prese il potere, dimostrando, ancora una volta, quanto sia importante un giusto sistema di contrappesi in uno stato democratico.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

E se la Bonino…

Sono anni che batto sul ferro. Poco sentito in taluni settori del mio stesso partito. L’ho fatto attraverso il documento appello ai radicali e ai socialisti firmato assieme a Giovanni Negri, poi seguendo i primi vagiti della nuova associazione Marianna, e infine prendendo contatto coi verdi Boato e Bonelli. Poi, anch’io, tra sbarramenti elettorali e drastiche rotture in casa radicale, ho allentato la presa. Riprendo a parlarne dopo l’appello de Il Foglio di quest’oggi a firma di Adriano Sofri.

Si chiedono in tanti, osserva Sofri: “Ma in Italia non abbiamo uno anche anziano come Bernie Sanders o Jeremy Corbyn che sappia parlare al cuore e alla ragione delle persone, e specialmente ai giovani? Be’, ne abbiamo una. E’ Emma Bonino. La differenza non sta nel fatto che lei è donna e loro no. Sta nei partiti cui sono associati: i Democratici americani, i Laburisti britannici. Emma, Radicali italiani (senza l’articolo, e senza il Partito Radicale, che ha tramutato una vicenda umanissima in una rottura teologica, e avrebbero ancora tutto il tempo e le ragioni per tornarci su, gli uni e gli altri).

Questa differenza fa di Emma l’invitata d’onore di una quantità di adunanze, cui dice le sue cose, essenzialmente su Europa e migranti, cioè sull’essenziale, senza lisciare il pelo all’uditorio di turno, e dopo averla applaudita le varie adunanze passano imperturbate all’ordine del giorno. I rivali di Emma vedono in questo una smania personale di riconoscimento istituzionale. I suoi ospiti temono di vedersi occupare il loro arruffato nido di cuculo. E’ probabile che sia andata così, per questa vita. Era solo per rispondere alla domanda: ma in Italia c’è uno, piuttosto anziano, eccetera?”.

Come non essere d’accordo. Vado più in là. E’ possibile costruire attorno a Emma un polo, un soggetto, una coalizione, una semplice lista che tra qualche mese si presenti per raggiungere una percentuale accettabile alle ormai imminenti elezioni politiche? I sondaggisti, i partitisti, i ragionieri della politica facciano pure i loro conti sbagliati. Non si tratterebbe di sommare debolezze, cioé di incollare partiti, movimenti, candidati di diversa estrazione. Si tratterebbe della possibilità di investire su un leader e valutare la sua capacità di trascinamento. Siamo sicuri che in una fase in cui, alla stregua del vecchio Diogene, si cerca l’uomo o la donna, giocare la carta Bonino non possa produrre effetti deflagranti? Con quale legge elettorale? Posso rispondere con tutte?

Il diversivo in politica

Sembrano ispirate allo stratagemma del “diversivo”, contenuto nel libro “L’arte della guerra”, attribuito a Sun Tsu, generale e filosofo cinese vissuto tra il VI e il V secolo a.c., “Fai credere al nemico che ci sia qualcosa quando in realtà non c’è niente”, l’iniziativa legislativa che sanziona l’apologia del fascismo del deputato del Pd Emanuele Fiano e la dichiarazione del presidente dell’Inps Tito Boeri sugli immigrati come perno imprescindibile del nostro sistema previdenziale.

E sì, perché entrambe cozzano con la realtà e, probabilmente, hanno rappresentato un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi della disoccupazione, della crisi dei consumi, dei giovani in fuga dall’Italia, dei roghi al Sud, dell’immigrazione di massa e dall’oggettiva fase di difficoltà che sta vivendo il Pd e, in particolare, il suo leader, sempre più declinante, Matteo Renzi.

Nessuno avvertiva l’esigenza del disegno di legge di Fiano, considerato che, nell’ordinamento italiano, l’apologia del fascismo è un reato già previsto dall’art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, con pene da 2 a 5 anni, detta anche “Legge Scelba”, dal nome del ministro dell’Interno dell’epoca proponente, ancora vigente, che contiene “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione”; norma costituzionale che afferma: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Insomma, l’iniziativa di Fiano appare del tutto inutile, in particolare perché il valore della democrazia è nella coscienza della stragrande maggioranza degli italiani. Semmai il deputato renziano si interroghi sul perché nella prima Repubblica è stata consentita la costituzione di un partito che, dichiaratamente, si richiamava all’esperienza fascista e, segnatamente a quella della Repubblica di Salò, il Msi, che dietro la politica del “doppiopetto” di Michelini e Almirante, è sempre stato in bilico tra parlamentarismo e contestazione al sistema democratico e dalle cui file si sono originati vari movimenti eversivi, come Ordine Nuovo, in alcuni casi ritenuti responsabili di stragi. Fiano, che milita in un partito in cui è confluito una parte del ceto politico dell’ex Pci, potrebbe chiedersi sotto il profilo storico e politologico, perché Togliatti nel 1936 lanciò l’appello ai “fratelli in camicia nera” (un bel libro con lo stesso titolo dello storico ed ex sindacalista della Cgil Pietro Neglie ricostruisce la vicenda) e approfondire il ruolo del Movimento sociale in a sostegno delle involuzioni del quadro politico italiano, ad esempio nel 1960 con il governo-Tambroni, e nel 1971 con l’elezione del democristiano Giovanni Leone al Quirinale. Insomma, il disegno di legge di Fiano, è da ascriversi a quell’”antifascismo di maniera” denunciato dallo scrittore Antonio Pennacchi, ricordando un’affermazione di Ennio Flaiano, “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.”

Anche le dichiarazioni di Boeri sono una sorta di cortina fumogena, secondo cui bisogna “avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”, aggiungendo che se i flussi di entrata dovessero azzerarsi, avremmo per i prossimi 22 anni 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps. Altro che il barone di Münchhausen, che tra le sue mirabolanti e surreali avventure letterarie annovera quella di essere andato sulla luna su di una palla di cannone! Ci sono cifre che smentiscono il bocconiano presidente dell’Inps: l’80% dei migranti presenti in Italia risiede nel nostro Paese da oltre 5 anni ed è senza copertura contributiva; il 34% svolge lavori poco qualificati come la raccolta di frutta e verdura in condizioni di sfruttamento, specie a causa del caporalato nel Mezzogiorno, ed ha una formazione scadente, come spiega lo studio “Migration Observatory’s Report: Immigrants’ integration in Europe”, condotto dal Centro Studi Luca d’Agliano con il Collegio Carlo Alberto dell’Università degli Studi di Torino, e pubblicato ad inizio di quest’anno.

La popolazione straniera in Italia è pari all’8,3%, e meno di un quarto risulta occupata. Il 34% svolge mansioni poco qualificate, ragion per cui i migranti trovano impiego in lavori non regolari, senza contribuzione all’Inps. Altro che pilastro del nostro sistema pensionistico! Se si vuole giustificare il flusso ormai incontrollato di migranti in Italia, non si scomodi l’economia ma solo l’umanitarismo, anche se fa pensare quanto affermato dal presidente della Francia Macron, la “patria delle libertà”, disponibile ad accogliere solo i rifugiati politici e non i migranti. Ma, forse, per il nostro paese, più che di diritti umani si tratta di qualche deroga dell’Unione europea in materia di vincoli sul deficit dello Stato.

Da ultimo il disegno di legge sui vitalizi, approvato alla Camera con un inedito asso tra Pd e 5 Stelle. Altro fumo negli occhi, considerato che dovrà essere approvato anche al Senato, con incertezza sui numeri e sui tempi, e, soprattutto, dovrà passare il vaglio di costituzionalità della Consulta.

Maurizio Ballistreri

 

Nuovi Voucher, Istruzioni per l’uso
con le nuove regole

Voucher

ISTRUZIONI PER L’USO CON LE NUOVE REGOLE

Dai consulenti del lavoro arrivano le istruzioni per l’uso sui nuovi voucher. “Il decreto legge numero 2853, di conversione del decreto legge 50 del 2017, copre il vuoto normativo -si legge nella circolare n.8/2017 della Fondazione Studi consulenti del lavoro- creatosi dopo la soppressione dei voucher. Ora, infatti, per le prestazioni di lavoro occasionale vengono introdotte due modalità di occupazione dei lavoratori, che vedono applicare regole differenti a seconda delle caratteristiche dell’utilizzatore del buono lavoro e delle attività prestate. In pratica, le persone fisiche che utilizzano prestazioni limitatamente ad alcune attività, non incluse nell’esercizio di attività professionale o d’impresa, possono utilizzare il ‘libretto di famiglia’; in tutti gli altri casi, invece, è previsto il contratto di prestazione occasionale”.

“Questa forma semplificata -spiega- per la gestione del lavoro accessorio che si esplica attraverso il ‘libretto di famiglia’ interessa in particolar modo chi svolge piccoli lavori domestici, di giardinaggio o manutenzione oppure chi svolge assistenza domiciliare a bambini, persone anziane, ammalate o con disabilità, oppure per attività di insegnamento privato supplementare”.

E nella circolare “si precisano non solo le attività per le quali è possibile richiedere prestazioni di lavoro occasionale con il libretto di famiglia, ma anche gli adempimenti che il prestatore e l’utilizzatore devono rispettare”.

Entrambi, infatti, prosegue, “devono preliminarmente effettuare la registrazione sulla piattaforma telematica Inps, che sarà disponibile dal prossimo 10 luglio”. “La registrazione – sottolinea – è indispensabile sia per permettere agli utilizzatori di richiedere il libretto di famiglia, sia per consentire all’Inps di identificare il prestatore quale soggetto destinatario delle prestazioni ai fini assicurativi e per il pagamento dei compensi”.

“L’Istituto, infatti, utilizzerà i dati -chiarisce la circolare- per l’accredito delle spettanze e dei contributi previdenziali, assistenziali e assicurativi a favore del prestatore. L’utilizzatore, inoltre, dovrà sempre transitare dalla piattaforma telematica Inps per il pagamento del libretto di famiglia, per ulteriori richieste di libretti nominativi prepagati e per effettuare la comunicazione mensile”.

“Questa, infatti, deve avvenire -conclude- entro il giorno 3 del mese successivo a quello in cui è stata svolta la prestazione lavorativa con la finalità di fornire all’Inps le informazioni necessarie per procedere al pagamento delle prestazioni e all’accredito dei contributi”.

Ecco le novità, in base alla circolare e alle procedure illustrate dall’Istituto di previdenza.

Chi li usa, da colf a badanti, da imprese a PA e agricoltura. Si potrà usare il ‘Libretto famiglia’ per lavori domestici, di giardinaggio, di pulizia o manutenzione, di assistenza domiciliare a bambini e persone anziane, ammalate o con disabilità, di insegnamento privato supplementare. Il ‘Contratto di prestazione occasionale’ potrà essere utilizzato da professionisti, lavoratori autonomi, imprenditori, associazioni, fondazioni ed altri enti di natura privata, imprese del settore agricolo e pubbliche amministrazioni.

Tetto 280 ore l’anno. Il limite economico previsto dalla legge è 5.000 euro l’anno per lavoratore e per datore di lavoro, con un ulteriore limite di 2.500 euro per le prestazioni rese ad un singolo datore. C’è anche un limite di durata: non si potranno superare le 280 ore nell’anno. Altrimenti scatta la trasformazione in contratto a tempo indeterminato.

Registrazione su piattaforma Inps, conto e pagamenti entro il 15 del mese. Dopo la registrazione sulla piattaforma Inps, il datore di lavoro dovrà versare dei soldi, per ora tramite l’F24, che alimentano un portafoglio elettronico attraverso il quale vengono pagate le prestazioni e gli oneri. Il compenso mensile sarà accreditato sul conto corrente, sul libretto postale, sulla carta di credito dotata di Iban o incassato grazie ad un bonifico domiciliato presso gli sportelli delle Poste.

Avviso di prestazione entro il giorno 3 per famiglie, 60 minuti prima per imprese ma possibile revoca entro 3 giorni. La comunicazione di svolgimento della prestazione lavorativa da parte del datore di lavoro nel caso del ‘Libretto famiglia’ dovrà avvenire entro il giorno 3 del mese successivo. Per il ‘Contratto di prestazione occasionale’ la comunicazione dovrà invece essere preventiva e avvenire entro 60 minuti prima dell’inizio; prevista la possibilità di revoca entro 3 giorni da parte; in caso di disguido prevale la conferma del lavoratore.

Salario minimo 9 euro, compreso minimo 36 euro al giorno da imprese. Il compenso giornaliero non potrà essere inferiore a 36 euro (retribuzione minima di 4 ore lavorative), anche qualora la durata sia inferiore. Per le ore successive è fissato dalle parti, purché non inferiore a 9 euro. Compresi gli oneri a carico dell’utilizzatore, il costo totale è 12,29 euro. Nel caso del ‘Libretto famiglia’, invece, i titoli per compensare le prestazioni di durata fino ad un’ora hanno valore nominale di 10 euro (e suoi multipli), 8 euro netti al lavoratore.

In agricoltura minimo tra 6,52 e 7,57 euro. Nel settore agricolo, il compenso minimo orario varia “in base alle aree di appartenenza” del contratto nazionale: 7,57 euro, 6,94 euro, 6,52 euro. Resta la retribuzione minima di 4 ore lavorative.

Volano per economia reale del Paese

ENASARCO: UNA NUOVA FONDAZIONE 4.0

Con il bilancio sociale 2016 la Fondazione Enasarco (Ente Nazionale di Assistenza per gli Agenti e Rappresentanti di Commercio) inaugura una nuova stagione, nella quale trasparenza e partecipazione sono le condizioni essenziali per innescare un processo virtuoso di rinnovata rappresentanza, in grado di creare e aggiungere valore a favore di un’economia reale fatta di piccole e medie imprese. Nata quasi 80 anni fa con Regio Decreto, oggi la Fondazione Enasarco con 235.684 iscritti attivi e 120.000 prestazioni previdenziali in essere, è il secondo ente italiano erogatore di pensioni, subito dopo l’Inps. Con l’obiettivo di essere sempre più accessibile, efficiente e adeguata ai bisogni degli iscritti, la Fondazione ha adottato nel 2016 un nuovo Codice di trasparenza; un Regolamento per la gestione dei conflitti d’interesse nell’ambito dei processi interni; un Regolamento per l’impiego e la gestione delle risorse finanziarie; e un nuovo Codice Etico che definisce regole chiare di condotta applicabili all’intera struttura tecnica.

“La Fondazione Enasarco sta attraversando la più rilevante e decisiva fase di modernizzazione e riorganizzazione dalla sua nascita. La nuova governance, frutto di quel cambio epocale avvenuto un anno fa – ha spiegato il presidente di Enasarco, Gianroberto Costa – ha prodotto la nascita di una nuova Enasarco. Una Fondazione 4.0 rifondata su basi più solide; più trasparente, più efficiente e sicuramente più connessa con la volontà dei nostri iscritti”. “Da qui l’attivazione, in questi primi dodici mesi, – prosegue Costa – di una serie di processi e di percorsi per raggiungere gli obiettivi indicati. Con uno spirito pionieristico stiamo investendo in economia reale, in particolare vogliamo scommettere sulle imprese piccole e medie che hanno chance di diventare protagoniste del mercato e che garantiscono congrui ritorni sull’investimento ai nostri iscritti, ai quali dobbiamo garantire la copertura pensionistica per cinquanta anni”.

Tutti gli indicatori strutturali ed economici mostrano un trend positivo che certifica l’ottimo stato di salute finanziaria della Fondazione, a dimostrazione che la nuova governance avviata nel 2016 dal Consiglio di Amministrazione, eletto per la prima volta dall’assemblea degli iscritti e non designato, sta portando buoni frutti. La gestione della previdenza è passata da un rosso di oltre 35 milioni e mezzo di euro del 2012 a un saldo positivo di quasi 33 milioni di euro nel 2016 (+232%), per attestarsi, in termini di previsione 2017, a un più 28 milioni e 600 mila euro. Analogamente per la gestione dell’assistenza si passa da un saldo positivo di oltre 45 milioni e 600 mila euro del 2012 a circa 82 milioni di euro del 2016 (+108%), con una previsione di circa 86 milioni per il 2017. Stesso trend per la complessiva gestione istituzionale: il preconsuntivo 2016 si attesta a circa 115 milioni di attivo e sulla soglia si dovrebbe collocare il risultato del 2017. Rispetto al 2012, l’andamento della previdenza e il saldo dell’assistenza sono highlight di un processo di riorganizzazione positivo e rassicurante.

Grazie a questi eccellenti risultati la Fondazione intende diventare un volano di crescita per l’economia reale del nostro Paese, continuando a modificare l’orientamento degli investimenti, dal settore immobiliare verso asset più facilmente negoziabili, infrastrutture ed equity. Al 31 dicembre 2016 circa il 35% del patrimonio della Fondazione è di fatto rappresentato dalla componente liquida, proprio a seguito di politiche di ristrutturazione e rinegoziazione degli investimenti in essere, di dismissioni immobiliare, nonché di nuovi investimenti effettuati (al 31 dicembre 2011 la componente liquida del portafoglio si attestava a circa il 5% dell’intero patrimonio immobiliare). E’ di 700 milioni il totale degli investimenti che la Fondazione detiene in quote di fondi di private equity, infrastrutturali e private debt. Inoltre 200 milioni di investimenti nel private equity destinati a 15 aziende italiane che operano in differenti settori. 3 nuovi fondi infrastrutturali. 279 milioni al 31 dicembre 2016 sono gli investimenti effettuati in titoli di Stato (erano 22 milioni nel 2011).

La diversificazione degli investimenti ha come principale obiettivo assicurare una migliore copertura di servizi di welfare per gli iscritti: dalla previdenza complementare alle forme di assistenza integrativa. Gli interventi economici a favore dei soci saranno di fatto sempre più rilevanti in un tempo in cui il welfare obbligatorio mostra molte criticità. Alla solidità economico-finanziaria della Fondazione si unisce anche una crescente soddisfazione degli iscritti. Nel 2017 si sono investiti 1,5 milioni per l’attività di formazione, aumentando del 50% le ore medie pro-capite dedicate all’aggiornamento professionale. Trasparenza e partecipazione sono i segni già percepiti di un cambiamento voluto per mettere a disposizione dati e informazioni per gli agenti di commercio e per gli stakeholder. Innovazione e trasformazione tecnologica garantiranno lo sviluppo di circoli virtuosi a favore dei due target principali.

Carlo Pareto