mercoledì, 12 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Black or white”:
questione razziale in una famiglia afroamericana
Pubblicato il 18-07-2017


BLACK-OR-WHITE“Black or white”. Non è la canzone di Michael Jackson, ma un film profondo con Kevin Costner quale protagonista, per la regia di Mike Binder. Sembrerebbe un prodotto incentrato sul razzismo invece in ballo c’è l’affidamento di una bambina.

Su questo si regge. Fino a che la querelle in tribunale non sfocia nell’assalto verbale feroce ed anche nella violenza, degenerando appena viene pronunciata la frase ‘negro di strada’, con cui si definiva lo stesso padre (molto assente) della bimba e che fa passare per razzista il nonno (materno) della piccola (molto presente). “Qualcosa di odioso” –come lo definisce il personaggio di Kostner stesso- che non avrebbe mai dovuto dire, ma che non fa di lui un razzista. Il colore della pelle diverso é la prima cosa che si nota, eppure non è il primo pensiero che conta, ma il secondo o il terzo. Notare il colore della pelle fra neri e bianchi é come essere colpiti dal seno di una donna quando la si vede per la prima volta: non fa di te un pervertito. Ma un essere umano -aggiungiamo noi-. E se più volte viene ribadito al genitore della bimba che non è l’essere bianco o nero a fare la differenza, ma l’importante è il fatto di essere un padre, vediamo che le due comunità sono integrate e speculari.

Quelle del nonno e del papà sono due anime simili, tormentate e fragili. Il primo ha i soldi, ma ha perso la moglie e la figlia: la nipotina è l’unica cosa che gli resta. Alcolista, si rifugia nell’alcool perché non sa piangere per la scomparsa delle sue persone care, non riesce a versare lacrime o riempire il senso di vuoto, di solitudine e di non essere all’altezza o di temere di non riuscire a farcela da solo; vuole crescere la nipote al meglio possibile, ma non sa come fare e ha paura di non riuscire a poterla proteggere abbastanza. Il genero é pieno di debiti, con la fedina penale sporca, drogato, si sente inadatto a fare il padre ed occuparsi della figlia, incapace di trovare equilibrio e stabilità; ma ha una famiglia.

Dunque il binomio del titolo ben mostra la somiglianza e il parallelismo tra le due situazioni, più che contrapporle. Tanto che il rimando alla canzone di Michael Jackson è molto adatto: un nero che voleva diventare bianco e la cui carnagione mulatta ben descrive la multiculturalità della società afroamericana intrappolata nella criminalità che le affonda entrambe. Sia Elliot Anderson (Kevin Costner), che il padre della piccola Eloise (Reggie, alias l’attore André Holland), finiranno per essere travolti dai sensi di colpa e di inferiorità. L’uno riterrà l’altro migliore e più meritevole, per cui Reggie farà un passo indietro chiedendo per Anderson l’affidamento esclusivo della nipote.

Viceversa Elliot riconoscerà i suoi limiti (il vizio di bere troppo). Intanto tra i due contendenti la custodia di Eloise, c’é la nonna materna Rowena (Octavia Spencer), che vorrebbe lei potersi occupare della piccola, ma sembra arrendersi e riconoscere la vittoria del nonno e la loro sconfitta: sua e del figlio immaturo e irresponsabile che deve crescere e non ha saputo difendere ‘il suo sangue’. Mentre c’è attesa per il verdetto finale, accade un episodio tragico che sconvolgerà le vite di entrambi portando chiarezza. Reggie ha bisogno di soldi e li pretende da Anderson (giurando poi di andarsene per sempre dalle loro vite), minacciando di portargli via la nipote (lui infiltratosi a casa di Elliot dove non avrebbe dovuto entrare né tanto meno avvicinarsi alla bimba), sua figlia; lui sotto effetto di stupefacenti e il nonno di Eloise ubriaco. Ne nasce una lotta, che mette in serio pericolo Anderson, che cade in acqua in piscina e rimane incastrato nei lacci del telone di copertura. Intanto Eloise dorme beata e viene raggiunta dal padre che vede l’ultimo disegno che ha fatto: un ritratto di loro tre tutti insieme.

Il sogno di un mondo d’unione e fratellanza in cui poter rappresentare il concetto e l’idea di famiglia. Allora correrà a salvare l’altro in pericolo, dopo la guerra violenta e fratricida di cui erano stati protagonisti. La violenza (simboleggiata dall’arma del coltello preso da Reggie), di chi con auto distruttività annulla il diverso e non lo rispetta, di una società dove non c’è integrazione. Ma è proprio allora che ci si riscoprirà uguali ed esseri umani con le proprie debolezze. Basterà a portare pace? Di certo molto bello il finale con l’immagine in primo piano di Eloise che ne è l’emblema: il frutto dell’unione di entrambi, sintesi perfetta. Il futuro, dopo tante vite umane sacrificate. Anderson non riesce a sopportare che la figlia diciassettenne sia morta di parto per una malattia cardiaca, rimasta incinta di Reggie che aveva 23 anni. Tragedia poi seguita alla scomparsa in un incidente d’auto della moglie. La convivenza é difficile e lo scaricare sull’altro le responsabilità e le colpe più facile. Reagire e farsi forza difficilissimo. Ma questo lo è a prescindere che si sia bianchi o neri, sembra sottolineare il film. Forse può diventare un’aggravante in più, ma è un elemento che prescinde da un odio di fondo incontrollato spesso che ha altre origini: personali, più profonde, più umane, più intime e private. Più familiari. La motivazione razziale è una scusante per sfogare una violenza e una rabbia interiori, recondite, più complesse, rimosse persino, derivanti da traumi molto umani invece quelli.

Così come la paura di vivere é la stessa per tutti. Più che giudicare occorrerebbe confrontarsi pacificamente alla pari, quello che un po’ andranno a fare i protagonisti. Un triangolo anomalo e insolito di due nonni e un papà, almeno quanto il processo in tribunale che li vede protagonisti. Anche se poi tutto è riconducibile a un binomio; il “black or white” del titolo richiama e sembra ricordare il “tutto o niente” comune, ovvero o la bimba e il suo affidamento o il totale fallimento personale e individuale. Eloise rappresenta la voglia di riscatto e, per questo, più che un’accusa e una difesa sembrano esserci due difese che paiono volersi giustificare e cercare l’approvazione sociale (comprensione e forse compassione) per i propri sbagli ed errori. Per loro la piccola significa non essere dei falliti e inutili, è la sola cosa per cui valga la pena di lottare, per loro così remissivi e rassegnati allo sconforto totale quasi. Perché la famiglia e le origini non si possono cancellare o annullare come i debiti o i reati criminali, per cui si è pagato lo scotto.

Ma la pace, l’accordo e l’alleanza, ovvero la solidarietà, la vicinanza, la fratellanza, l’amicizia, l’aiuto reciproco sono difficili da raggiungere. In mezzo spesso vi sono questioni di orgoglio, di principio e di dignità, che si pretende e che si vuole far rispettare, ma che poi con essa ha poco a che fare poiché spesso é proprio il rispetto per la persona umana a mancare. Come la capacità di chieder ‘scusa’ e di sfruttare le occasioni che la vita e gli altri ci danno, senza deludere né le aspettative né la fiducia di chi ci vuole venire incontro. Aiutarsi reciprocamente sembra, al contempo, la cosa più facile e difficile da fare. La scelta più dura da prendere, anche se quella più giusta ovviamente. Anche per questo il tema affrontato dal film è quanto mai attuale, soprattutto alla luce dei nuovi scenari internazionali e dei neo equilibri geopolitici mondiali apertisi e creatisi, proprio anche con l’America.

Ba. Co.

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