martedì, 25 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

CONTI OLTRE LA MANICA
Pubblicato il 14-07-2017


(AP Photo/Virginia Mayo)

(AP Photo/Virginia Mayo)

I divorzi, è risaputo, hanno un loro costo economico rilevante. Dopo la ‘sofferenza’ iniziale per la Brexit ora l’Europa è pronta a chiedere il conto al Regno Unito. Già ieri Michel Barnier, capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha risposto al segretario agli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, che non ci saranno progressi nei negoziati finché la Gran Bretagna non accetterà il principio che l’uscita implica il saldo dei conti derivanti dal periodo dell’appartenenza nell’Unione.
Per la prima volta gli Stati europei si ritrovano uniti nel voler chiedere il conto (tra i 40 e i 60 miliardi di euro) al Regno Unito in preda a una profonda crisi politica, questo lunedì Londra e Bruxelles si rivedranno per la seconda volta dopo la prima riunione di metà giugno. I colloqui dovrebbero concludersi entro la fine di marzo 2019.
“Il Regno Unito è pronto a dare particolare riguardo ai diritti che la Banca europea per gli investimenti beneficia nel protocollo 5 per facilitare lo svolgimento delle proprie operazioni, nell’ambito di una soluzione complessiva presso la Banca”, si legge nella relazione sui Privilegi e sulle Immunità sui colloqui legati alla Brexit, pubblicata ieri.
Intanto è già iniziato il fuggi-fuggi delle imprese da Londra, a ‘volare via’ la compagnia britannica “low cost” EasyjJet. Per EasyJet è infatti necessario un certificato di volo (Aoc) in un Paese europeo per poter volare fra i Paesi membri dopo la Brexit. “Il processo di accreditamento è in corso e speriamo di ricevere l’Aoc a breve”, dichiara la società in una nota. “Questo è un onore per l’Austria”, ha dichiarato invece il ministro dei Trasporti Joerg Leichtfried in un comunicato. “Al momento, stiamo esaminando la documentazione e decideremo presto”, ha aggiunto. Nasce così EasyJet Europe, con sede a Vienna.
Nel frattempo il governo di Theresa May ha presentato il ‘Repeal Bill’, la legge che cancellerà l’intera legislazione europea in Gran Bretagna in vista della Brexit. Si tratta del primo step di quella che sarà la fase decisiva e attuativa dell’uscita definitiva dell’Ue, il Regno Unito abrogherà così il patto d’ingresso nell’Unione Europea firmato nel 1972, non recependo più le leggi e le direttive di Bruxelles e ponendo anche fine alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea. Per Theresa May infatti con la Brexit la Corte non avrà più alcuna giurisdizione nel Regno Unito, mentre Bruxelles sostiene invece di poter aver voce in capitolo per tutti quei procedimenti avviati prima del leave. A preoccupare poi è il fronte dei diritti umani, per cui molte associazioni si sono già rivoltate contro il provvedimento ritenuto troppo ‘vago’, supportati anche dai primi ministri di Scozia e Galles, Nicola Sturgeon e Carwyn Jones, per i quali il testo non chiarirebbe il problema dei diritti umani e non darebbe sufficienti garanzie sulla tenuta economica generale.
Il ministro per la Brexit David Davis ha esortato i membri del Parlamento a “lavorare insieme” ma laburisti e liberal democratici minacciano di votare contro a meno di cambiamenti sostanziali, il leader laburista Jeremy Corbyn, forte della ripresa delle ultime elezioni, si dice già pronto a subentrare al governo conservatore, proponendo a sua volta una versione diversa della Brexit.
Il governo May in difficoltà interna sta così provando a tentare una buona mediazione sul fronte europeo che però sembra deciso a chiudere definitivamente la porta Oltremanica. Negli ultimi giorni erano arrivati segnali da Londra su una possibile marcia indietro sull’uscita da Euratom, per evitare problemi agli impianti nucleari nel Regno Unito, ma Guy Verhofstadt, coordinatore dell’Europarlamento sulla Brexit, durante un’audizione con i deputati europei ha affermato: “Non è possibile uscire dall’Ue e restare membro a pieno titolo di Euratom”. Anche per quanto riguarda la proposta sullo status dei cittadini Ue in Gran Bretagna post-Brexit avanzata da Londra è arrivato un secco No da parte dell’Europarlamento. “Non approveremo alcune estensione” del termine del 30 marzo 2019 fissato per la chiusura dei negoziati. In un documento sottoscritto dai presidenti dei quattro principali gruppi politici dell’assemblea di Strasburgo (Alde, Ppe, S&D, GUE e Verdi), nonchè dai componenti del gruppo incaricato di seguire il dossier Brexit , si evidenzia che a fronte della “reciprocità e parità di trattamento” proposta dall’Ue, da Londra è giunta un’offerta “ben lontana da quello a cui hanno diritto i cittadini dell’Unione” in Gran Bretagna.

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