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Opinioni e commenti
 

Chi ha paura di Pisapia?
Pubblicato il 26-07-2017


Assistiamo negli ultimi giorni, con stupore e rammarico,ad un’ escalation di attacchi nei confronti di Giuliano Pisapia e del suo tentativo di federare in autonomia ed unità una Sinistra di governo che non si riconosce più nel PD, pur considerandolo un interlocutore obbligato. La grossolanità dell’ultima polemica scatenatasi sulla foto che lo ritrae insieme alla Sottosegretaria Boschi, ha raschiato, se possibile, il fondo della decenza del dibattito politico.

Cosa ha fatto dunque di male Pisapia? Si propone come federatore e non come monarca dal pugno di ferro, evidentemente un peccato mortale in un periodo di riflusso in cui si cercano figure carismatiche che rispondano al motto “Ghe pensi mi”.

E’ programmaticamente aperto al dialogo con tutte le forze progressiste, in tempi in cui le seduzioni identitarie ed elitistiche trovano nuova linfa; altro peccato mortale.

Ha l’ambizione di ricostruire un centro sinistra credibile di governo, inclusivo ed autorevole, in un periodo in cui una parte della Sinistra si rifugia in stereotipi scambiati per tradizioni, in rancori spacciati per linea politica, in una antica vocazione egemonica e discriminatoria, all’insegna del celebre motto Dalemiano “Capotavola è dove mi siedo io”.

Questo si imputa a Pisapia: il tentativo di unire e di dare una forma dignitosa ad una Sinistra che, ad oggi, risulta soccombente sul piano elettorale.

Naturalmente, come da tradizione, gli attacchi, sempre più virulenti e tendenti a richiamare la vecchia usanza medievale di “impiccare in effigie”, vengono tutti da una Sinistra di duri e puri, impermeabili alla contemporaneità, indisponibili a mettere in discussione il candore delle proprie anime per quisquilie quali sono salvare il Paese dall’avanzata delle Destre, l’antieuropeismo montante, il declino sociale e culturale del Paese.

E se invece fosse solo paura? Paura di chi ha l’ambizione di governare mettendo al centro l’Europa solidale, l’immensa questione sociale, i diritti, l’emergenza ambientale? Paura di dovere dismettere il riflesso condizionato di essere solo “contro” ed invece scegliere di sporcarsi le mani con una realtà aspra e foriera di insidie e di pericoli?

La strada che ha scelto Pisapia, pur nel nobile solco della tradizione Riformista italiana, è tutta da costruire, velocemente ma senza fretta. Basta con i processi alle intenzioni, soprattutto quando certe intenzioni sono del tutto inventate.

Prima si dialoga, poi si giudica.

Luca Pellegri

Luca Pellegri

Commissione Nazionale Garanzia PSI

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Commenti all'articolo
  1. Questo tentativo di “federare” può avere diverse letture, ma l’idea di “una Sinistra di governo che non si riconosce più nel PD, pur considerandolo un interlocutore obbligato” porta a fare una qualche considerazione, la prima delle quali starebbe a dirci che la linea politica di questa nuova Sinistra è piuttosto lontana da quelle del PD, tanto appunto da staccarsene, e non si vede pertanto come possano poi riavvicinarsi e interloquire e, soprattutto, concordare un’azione condivisa di governo (e per governare, lo sappiamo bene, occorre che i partiti sostenitori dell’Esecutivo abbiano intenti comuni).

    L’idea di “ricostruire un centro sinistra credibile di governo, inclusivo ed autorevole” può essere apprezzata da chi vota in tale direzione, e si augura il dialogo, ma il percorso dovrebbe verosimilmente partire da un programma su cui convergono le varie componenti, mentre di programmi ancora non se ne vedono, a meno che mi siano sfuggiti, e si può dunque pensare che lo stare insieme venga di fatto inteso su base ideologica, nel senso di coabitazione “forzata” perché non si può andare o stare da altra parte, ma credo che in questo modo non si governi a lungo, semmai il centro sinistra ottenesse la maggioranza, e le coalizioni così percepite hanno per solito corto respiro

    L’altra ipotesi, o alternativa, è che si confidi sostanzialmente nella autorevolezza del Leader, una volta che sia stato accettato e riconosciuto come tale all’interno del propria
    “compagine”, e che venga altresì ritenuto in grado di ottenere un significativo consenso elettorale, e non a caso finora abbiamo sentito quasi sempre parlare di nomi e primarie, ma andando su questa strada sarà poi lui, cioè il Leader, a “dare le carte”, e ad essere il principale se non unico punto di riferimento, il che farebbe sì che il senso e il significato della coalizione vadano giocoforza a sfumare, e financo a perdersi, per comprensibili ragioni.

    Noi stiamo vivendo un’epoca in cui la personalizzazione della politica, ossia le Leadership, hanno un peso rilevante se non prevalente, e la loro individuazione si affida per solito a due
    vie, ovvero il ricorso alle “primarie”, talvolta un po’ travagliato perché richiede il benestare di tutte le parti in causa, oppure il lasciar decidere alle urne, soluzione tutto sommato più semplice perché rimanda la scelta agli elettori, ed è quella tipica dei sistemi proporzionali e che alla fine potrebbe prevalere se, come non sembra improbabile, si andrà al voto con la legge vigente, come ridefinita dai pronunciamenti della Consulta (legge che per quanto ne so dovrebbe essere per l’appunto ad impronta proporzionale).

    Paolo B. 28.07.2017

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