giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Difesa Comune per rilanciare integrazione UE
Pubblicato il 26-07-2017


esercitoeuropeoLe Ministre della Difesa di Italia, Francia, Germania e Spagna stanno lavorando ad un documento congiunto sulla Difesa Comune Europea che sarà presentato il prossimo mese di ottobre e che potrebbe costituire il primo passo per il rilancio dell’integrazione europea. E’ quanto emerso da un convegno che si è tenuto lo scorso 25 luglio al Centro Studi Americani a Roma, in cui è stato presentato il libro “Difendere l’Europa” di Lorenzo Pecchi, Gustavo Piga ed Andrea Truppo. Oltre agli autori, erano presenti studiosi di politica estera, militari, giornalisti e parlamentari. Marta Dassù ha presieduto i lavori, che sono stati conclusi dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti.

La costruzione di una Difesa Comune Europea rappresenta sempre più una priorità per il nostro continente e l’Amministrazione Trump – con i suoi richiami agli alleati affinché contribuiscano maggiormente alle spese militari della NATO – sta in qualche modo accelerando questo processo. Infatti, sebbene la NATO continui a rappresentare un valido presidio per quanto concerne la deterrenza nucleare e la minaccia sul fronte orientale, potrebbe non essere l’attore migliore per fronteggiare efficacemente alcune sfide che interessano oggi l’Europa, quali la minaccia sul fronte meridionale rappresentato dai flussi incontrollati dei migranti o il possibile decoupling della Turchia dall’Occidente.

Ecco quindi la necessità di una nuova alleanza – la Difesa Comune Europea – che potrebbe mettere insieme le parti migliori degli eserciti e delle forze di difesa nazionali per gestire le crisi e le missioni di stabilizzazione nel Mediterraneo Occidentale, nel Nord Africa e, per certi versi, nell’Africa Sub-Sahariana, dove il brand UE è ancora accettato. Anche se difficilmente la Difesa Comune Europea potrà fronteggiare minacce statali o parastatali, potrà certamente contribuire alla stabilizzazione del fianco sud dell’Europa.

Va anche tenuto conto che il progetto a cui stanno lavorando Italia, Francia, Germania e Spagna, costituirà uno stimolo alla razionalizzazione dell’industria bellica europea, ancora troppo frammentata, ed a processi di aggregazione tra attori nazionali. Un “must” se si paragona l’esorbitante numero dei sistemi d’arma europei, che in teoria dovrebbero dialogare reciprocamente sul campo di battaglia, con quello ben più limitato e gestibile degli Stati Uniti.

Peraltro l’industria bellica rappresenta anche un motore della crescita e dello sviluppo economico. Sono ancora pochi i Paesi che hanno compreso quanto i budget per la Difesa siano essenziali ai fini dell’avanzamento tecnologico: tra questi, oltre chiaramente agli Stati Uniti, ritroviamo Israele, la Cina ed il Giappone. In Italia, se si considerano anche i Carabinieri, lo Stato annualmente stanzia circa 23 miliardi di Euro per la Difesa, una cifra corrispondente al 1,1% del PIL. Una percentuale ritenuta dagli studiosi insufficiente: occorrerebbe arrivare al 2,5% del PIL affinché la spesa per la Difesa rappresenti un reale stimolo per lo sviluppo economico. Ma non è detto che i fondi debbano essere unicamente statali: senza il Pentagono probabilmente non esisterebbe la silicon valley, ossia il fatto che negli Stati Uniti vi sia un acquirente certo della tecnologia che viene prodotta, favorisce i finanziamenti privati dei venture capitalist agli inventori e sviluppatori della tecnologia. Qualcosa dovrebbe cambiare anche da noi visto che il Ministro Pinotti ha confermato la creazione di un “Pentagono” italiano ossia di una struttura in cui Esercito, Marina ed Aeronautica potranno operare a stretto contatto e con un coordinamento unico.

A livello europeo, grazie anche all’uscita del Regno Unito dall’Unione, si apre ora una finestra di opportunità per realizzare la Difesa Comune, una nuova alleanza complementare alla NATO, con cui gestire le crisi del Mediterraneo, rispondere a minacce che ormai non sono più solo nazionali ma condivise a livello europeo. Si tratta di una importante occasione per rilanciare il processo di integrazione europea, per colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti, per stimolare l’economia e, soprattutto, per gestire meglio i problemi di casa nostra. La Libia, a tale proposito, potrebbe rappresentare nei prossimi anni il primo banco di prova di questa nuova entità.

Alfonso Siano

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