sabato, 15 dicembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Due pulsioni a perdere: annessione e scissione!
Pubblicato il 19-07-2017


Parlo di pulsioni a perdere perché, nell’area del centrosinistra e segnatamente in quella che era il PD, prevale l’irrazionalità delle strategie perseguite, annessione e scissione, che si alimentano e si elidono vicendevolmente. L’annessione dopo la sbornia europea, come la punta di un iceberg, è emersa in una forma da ballo in maschera, nella formulazione renziana del partito della nazione. Altro non era che la riproposizione della vocazione maggioritaria in salsa veltroniana, la velleità di accelerazione del processo unitario del centrosinistra comprimendo le forze minori attraverso gli sbarramenti elettorali, il famoso 8% auspicato quando ancora c’era in piedi il governo Prodi accelerando il processo di disgregazione di una maggioranza composita ed eterogenea.

La lezione non è bastata anzi dopo la sbornia europea si è teorizzato col partito della nazione che c’erano le condizioni per procedere per annessioni così come avvenne per l’unità d’Italia. Eppure in quella formulazione c’era l’intuizione di una risposta da dare ad una situazione nuova in grado di rimescolare le carte politiche ed istituzionali, l’essere in presenza di una composizione tripolare, con tre possibili vincitori e quindi con la necessità di un nuovo leader, novello Mosè, che avrebbe portato, con una forza intermedia del 40%, ad essere il cuneo vincente tra centrodestra da una parte e i grillini dall’altra.

Era naturale che l’asse del PD guardasse come area di ampliamento dei consensi in direzione dell’elettorato di centrodestra proprio per evitare depotenziandola il ricorso all’alleanza col centrodestra. Ne è la riprova che in cambio dei capilista bloccati (il pacchetto di mischia dei fedelissimi a tutela dei propri interessi) Renzi impose a Berlusconi di introdurre il secondo turno con relativo ballottaggio, una misura prima sempre respinta dal centrodestra perché controproducente sul piano elettorale. Nella situazione data e l’ostracismo dei grillini verso qualunque alleanza l’unica strada percorribile era quella che salvaguardava dall’inciucio con Berlusconi temuto dalla sinistra poi scissionista del PD. Che questa non avesse elaborato il lutto della fine di una pretesa egemonia degli eredi del PCI sul PD è apparso ancora più evidente dal non aver appreso anche lei, oltre Renzi, la lezione del referendum. L’esito infatti è stato disastroso anche per loro perché si aspettavano di essere determinanti per la vittoria del no mentre la sommatoria degli altri due poli, in funzione di indebolimento del governo e del PD, il possibile cuneo vincente, ha dimostrato nella contesa a tre, l’assoluta marginalità del loro peso elettorale, utile solo a dimagrire il PD e a fargli perdere la corsa a tre.

Ebbene nel momento in cui potevano essere determinanti nel PD e condizionare Renzi sia sul piano programmatico che della rappresentanza alle politiche, la pulsione distruttiva contro Renzi è prevalsa sugli interessi del Paese e del PD attraverso una sciagurata scissione. Come non ricordare la frase di Lenin che definì l’estremismo la malattia infantile del comunismo? La coazione a ripetere lo stesso errore è diventata una maledizione, altro che figli di un dio minore! E Renzi cosa ha fatto per mantenere unito quel 40% il cuneo vincente nel sistema tripolare perché fa scattare il premio di maggioranza che assicura la governabilità del Paese? Non si è reso conto che le molte analogie politiche col Macron francese, con le nostre regole del gioco possono solo produrre dei Micron italiani e che l’unica strada percorribile è quella delle coalizioni ed ancora ci sono le condizioni se si parte dal basso ricostituendo quel tessuto connettivo lesionato dal regime dei nominati cooptati dall’alto, dalla cui logica tutte le oligarchie dei partiti non riescono ad uscire. Eppure l’unica eredità ulivista che potrebbe soccorrerci contro la cooptazione sarebbe il ricorso alle primarie anche per legge, sia pure non obbligatorie, liberando anche la base grillina dal burka della rete.

Roca

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. La mia impressione è che nel cittadino comune, di fronte alle varie “pulsioni” del mondo politico – delle quali non si comprendono di sovente logica, ragioni, finalità, e che non di rado paiono essere questioni essenzialmente interne – vada acuendosi, e progressivamente crescendo, un sentimento di distacco, freddezza e disincanto, fino alla indifferenza (riguardo alla legge elettorale, ma non solo, per fare un esempio fra i tanti che si potrebbero portare).

    Se fosse realmente così, se cioè non si trattasse soltanto di una mia sensazione, gli effetti potrebbero tradursi in una maggiore tendenza all’astensionismo e in una sempre più difficile riproposizione dei partiti identitari, oppure spostare via via l’attenzione dell’elettorato verso quelle personalità che danno l’idea di poterci “ tirar fuori dalla palude”, per usare una terminologia oggi in voga (il che marginalizzerebbe di fatto anche il dibattito sulle coalizioni).

    Paolo B. 20.07.2017

  2. Bella la battuta sul “micron”!
    Con Renzi, o si mangia la sua minestra, o si salta dalla finestra, Ecco, Bersani & C. hanno avuto delle remore a saltare subito, ma poi l’hanno dovuto fare. Tra un po’ ci saranno altri che salteranno di sotto.

Lascia un commento