giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Ebree, musulmane e cristiane insieme per la pace
Pubblicato il 28-07-2017


Moschea di al-Aqsa,Giovedì 27 luglio, centinaia di donne ebree, musulmane e cristiane si son riunite a Gerusalemme, di fronte ad Har a Bayt, in prossimità della Moschea di al-Aqsa, per manifestare a favore del dialogo. Il loro canto è diventato una preghiera comune per la pace; preghiera che ha superato la “voce della guerra”. Infatti, nonostante fossero udibili gli spari causati dagli scontri sulla limitrofa spianata dell’al-Aqsa, le donne hanno continuato a cantare; ai loro canti si son unite, in sottofondo, le voci dei muezzin. Tuttavia, oggi, a Gerusalemme lo scenario è un altro. Stando agli ultimi aggiornamenti, trentamila agenti sono stati collocati agli ingressi di Gerusalemme e della Città Vecchia: fatta esclusione delle donne, ai fedeli d’ età inferiore ai 50 anni è vietato l’accesso alla spianata delle Moschee.

“Abbiamo deciso, insieme alla giovane rappresentante del movimento Woman Wage Peace, di dare il via – con la collaborazione della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa #Cristianinmoschea, e insieme al Movimento Uniti per Unire – a una serie di incontri che coinvolgeranno donne di diverse religioni, ebree, musulmane e cristiane, per abbattere i muri della paura e della diffidenza”: lo sottolinea con emozione la scrittrice ebrea Shazarahel, Vice Presidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa denominata #Cristianinmoschea, che ha contributo alla realizzazione della manifestazione delle donne di ieri. “Il gesto di ieri – aggiunge – segna un passo decisivo nel cammino del dialogo. Solo unite possiamo contrastare la paura, la guerra e la violenza, riscoprendo e valorizzando i tesori che le nostre religioni hanno in comune”.

“Non dobbiamo mai perdere la speranza e non dobbiamo mai fermarci dinnanzi agli ostacoli e ai muri, come quello del divieto di accesso ad un luogo sacro”, aggiunge .Foad Aodi, Presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e Fondatore di #Cristianinmoschea (la confederazione nata, a dicembre scorso, dallo sviluppo dell’iniziativa che, a settembre, vide la partecipazione di migliaia di italiani alle funzioni religiose nelle moschee, dopo un’ estate punteggiata di attentati, da Nizza in poi, N.d.R.).

La nostra missione, quella del dialogo e della conoscenza oltre i confini, si rafforza giorno dopo giorno grazie al contributo dei nostri movimenti, delle Confederazioni e delle comunità aderenti, che portano avanti il nostro messaggio in tutti i continenti. Credo inoltre – prosegue il Presidente – che le donne possano avere un ruolo decisivo in questa “missione oltre gli ostacoli”; in particolare, le #ledonnedeldialogo ebree, musulmane e cristiane e di altre confessioni possono dare una grande lezione alla politica, che è in ritardo rispetto al corso degli eventi di sangue, e si trova in difficoltà a riprendere un processo di pace che porti a una una soluzione duratura. Ringrazio sinceramente Shazarahel per la sua forza e per il suo nobile e costante impegno. Siamo la dimostrazione concreta, io come palestinese, lei come scrittrice ebrea, insieme a tutti quanti ci sostengono al di là della loro religione e del loro Paese di provenienza, che il dialogo esiste e si rafforza quando camminiamo su un binario che parte dal popolo, lontano dalla politica e dalla diplomazia internazionale.

Auspichiamo che dopo la decisione di rimuovere i metal detector e – come speriamo – anche le telecamere all’ingresso dell’al-Aqsa, si riprenda al più presto il processo di pace: sperando che sia possibile arrivare ad una soluzione a due Stati, convivendo in pace e in serenità, senza paura e senza odio, religioso o razziale”, conclude Aodi. Annunciando che si recherà di persona, questo agosto, in Terra Santa, dove si unirà alla Shazarahel per organizzare nuove iniziative targate Uniti per Unire, Co-mai e #Cristianinmoschea, a favore della pace e del dialogo interreligioso.

Fabrizio Federici

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Commenti all'articolo
  1. Intanto sembra calare l’allerta sicurezza a Gerusalemme dopo le fortissime tensioni delle scorse settimane. Situazione in controllo, riferiscono le forze di polizia. “Credo che stiamo arrivando alla fine di una crisi” ha detto in televisione Avigdor Liberman, ministro della Difesa del governo Netanyahu.
    Parole che arrivano a pochi giorni da un’altra potenziale situazione di difficoltà per l’ordine pubblico: il digiuno ebraico del 9 di Av, che ricorda la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
    Oltre un migliaio le persone che martedì dovrebbero recarsi all’area del Monte del Tempio durante il digiuno. Un flusso non irrilevante che dovrà essere tutelato con tutti gli strumenti possibili: basandosi sugli accordi stabiliti per regolare l’ingresso alla zona a fedeli non islamici ma anche in ragione di eventuali segnali di pericoli delle ultime ore. In caso di grave allarme, riferisce la stampa israeliana, non è escluso che si decida qualche accorgimento particolare.
    Nel suo intervento al secondo canale della televisione il ministro Liberman ha parlato anche del modo in cui Israele ha gestito la recente crisi, che ha avuto origine proprio in quel luogo dopo l’attentato mortale a due soldati israeliani (14 luglio), cui erano seguite una stretta sulla sicurezza, diversi episodi di terrorismo e la sollevazione di una parte significativa di cittadini palestinesi, aizzati anche dagli appelli di Hamas a una guerra santa.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  2. “La Santa Sede considera Gerusalemme unica e sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani e già da tempo ha dato i suoi criteri e indicato le condizioni. E cioè che Gerusalemme sia riconosciuta come luogo di cittadinanza per tutti i credenti, sia ‘città aperta’ nel senso di riconoscere la libertà religiosa e i diritti di tutti e che questi siano rispettati”. È quanto dichiara il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin in un’intervista su Avvenire.

  3. Belle parole, bei gesti, belle iniziative. Ma finché gli arabi di Palestina continueranno a essere cittadini di serie b in casa propria, a vivere come prigionieri di Israele e sottoposti a umiliazioni e angherie di ogni tipo, la pace resterà una chimera.

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