giovedì, 24 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Emidio e Ubaldo Lopardi una vita per il socialismo e i lavoratori
Pubblicato il 31-07-2017


Tra i socialisti che nello scorcio dell’800 vissero le difficoltà di un Partito socialista impegnato da una parte a radicarsi nell’humus politico italiano, dall’altro a resistere alla marea reazionaria pilotata dai Crispi, dai Rudinì, dai Pelloux,  troviamo Emidio Lopardi. Nato a L’Aquila il 28  novembre del 1877, in una famiglia abbiente, Emidio compì gli studi primari e secondari rivelando una forte intelligenza, confermata nei successivi anni quando a Napoli frequentò i corsi universitari di Legge fino al conseguimento della laurea. Nel 1895, l’anno del congresso di Reggio Emilia tenuto dopo i provvedimenti repressivi che avevano  portato tra l’altro allo  scioglimento dei Fasci dei lavoratori e del Partito socialista, nato appena tre anni prima, decise di aderire ai gruppi che da qualche  tempo  si sforzavano di suscitare  volontà di impegno tra i lavoratrici. Apprezzato per le qualità di propagandista e di organizzatore rivelate, nel successivo anno era già tra i delegati al Congresso nazionale di Firenze, che  si proponeva di rilanciare l’azione del partito, pur nelle difficili condizioni del momento.

Rientrato nella città natale, si impegnò nella organizzazione dei contadini e  degli operai della sua terra e fu tra i promotori della ricostituzione del Circolo socialista dell’Aquila e in primo piano nella fondazione di circoli, leghe e gruppi, attraverso cui prendeva corpo un movimento discretamente articolato. Già nei suoi primi atti rivelò una forte convinzione, secondo cui le chiusure municipalistiche costituivano un pericolo mortale per un partito ancora fragile ed esposto ai tentativi di assorbimento delle formazioni personali, allora molto diffuse nel Meridione. Egli proponeva  la costituzione di un centro sovracomunale, capace di coordinare  le articolazioni del partito pur nel rispetto delle particolarità dei singoli luoghi. Impegnò a questo fine molte energie nella costruzione di una Federazione provinciale che fu di esempio ad altre.

Cercò anche di dare un indirizzo unico alle varie organizzazioni sulla base di alcuni punti fermi, tra i quali l’internazionalismo, che lega ai lavoratori nel mondo, il classismo e l’intransigenza, che distinguono e formano nei confronti delle altre forze politiche,  la moralità assoluta, che deve caratterizzare i socialisti a livello di quadri dirigenti e di base. Nel 1897, già abbastanza noto  e apprezzato nel partito e tra i lavoratori, entrò a far parte del Consiglio nazionale del PSI. Contemporaneamente lavorò per la nascita de “l’Avvenire”, un settimanale più tardi divenuto organo della Federazione, che amministrò con bravura  e su cui scriveva occupandosi del problemi locali e nazionali. Dal 1901, per 20 anni, fu consigliere comunale, nel  1907 venne eletto consigliere provinciale e nel 1912 deputato provinciale.

Presiedette inoltre il Consorzio delle cooperative nell’aquilano, rivelando notevoli capacità e lavorando per far sì che quegli strumenti concorressero fortemente  allo sviluppo economico delle realtà in cui nascevano. Dal 1919 al 1924 fu deputato per il collegio de L’Aquila, e  alla Camera svolse con serietà il mandato ricevuto dai lavoratori, mentre nel collegio difendeva in ogni modo le organizzazioni del proletariato, contro le quali si esercitava, insaziata, la furia distruggitrice delle “squadracce” in camicia nera. L’uccisione di Matteotti lo collocò naturalmente tra gli “aventiniani”, sicchè nel 1926 i fascisti lo dichiararono decaduto assieme ai compagni del PSI e del PSU, ai Popolari, ecc. Conobbe allora un doloroso periodo di persecuzioni, detenzione nelle carceri e privazioni, ma mon si piegò: come negli anni di Crispi e dei successori, seppe tener viva e salda la fede nel socialismo e nella libertà. Con la caduta del fascismo, nel luglio del ’43, fu nuovamente  al lavoro: i partiti del CLN  in riconoscimento dei suoi meriti e delle sue capacità lo vollero alla direzione della Prefettura de L’Aquila. In un momento particolarmente difficile per la  complessità  e la mole dei problemi da affrontare,  mentre  diveniva  sempre più vivace la dialettica tra i partiti e il sindacato, tenne quell’importante incarico con saggezza ed equilibrio, guadagnando  nuovi  motivi di ammirazione e stima. Nel giugno del ’46 i lavoratori lo elessero deputato all’ Assemblea Costituente, mentre nel ’48 fu senatore di diritto. Morì  a  L’Aquila il 1 ottobre del 1960.

Ne proseguì l’opera  in favore del socialismo il figlio Ubaldo, che, nato il 25 novembre del 1913 a L’Aquila, aveva percorso lo stesso cammino del padre, superando senza difficoltà i vari gradi di studi,  fino al conseguimento della laurea in Legge. Ubaldo aveva due passioni: quella per lo sport e quella per la politica. La prima venne riconosciuta e premiata con l’elezione, nel 1948, a presidente dell’Associazione sportiva aquilana, carica che tenne per un quadriennio e che gli venne  riconfermata dal 1964 al 1969. L’altra si tradusse  nella partecipazione  alla vita del Partito socialista fin dalla Liberazione, e  gli valse la conoscenza piena dei problemi e delle esigenze della terra aquilana. Profondamente convinto della  specificità inconfondibile del socialismo e del partito, suo concreto e più diretto rapprentante, sostenne posizioni autonomistiche nei confronti del PCI, pur  riconoscendo la comunanza di impegno delle forze di progresso “per il riscatto del lavoro”. Nel  gennaio del ’47 fu  tra  i promotori del PSLI, diversamente dal padre che non aveva abbandonato la vecchia casa, e nel ’48 e poi nel ’53 venne eletto  deputato. Però nel ’59, avendo il PSI abbandonato la posizione, visibilmente paralizzante, dell’unitarismo col PCI, ricollocandosi nella grande famiglia del socialismo democratico e autonomo, che prevaleva dovunque in Europa e nel mondo, assieme a Zagari, Matteo Matteotti, e altri, politici e sindacalisti, rientrò nella casa madre.

Nel ’68 fu per qualche mese senatore per subentro a Giuseppe Borrelli, appena defunto. Nel ’75 compì una nuova esperienza: venne infatti eletto sindaco dell’Aquila con una amministrazione di sinistra, e per la risoluzione dei problemi della città lavorò con la passione che lo distingueva e che lo assomigliava fortemente al padre. La morte lo colse a 67 anni, il 24  luglio  del 1980.

Giuseppe Miccichè

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