domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Enrico Maria Pedrelli
Eretici di quale Chiesa?
Pubblicato il 01-07-2017


Gli animali della foresta erano tutti in festa quel giorno: finalmente la giornata tanto attesa era giunta. Una grande maratona, che attraversava la boscaglia i campi e le colline; una bella sfida per gli animali più audaci; la vittoria, un premio ambitissimo da tutte le fazioni degli animali. E alla riga di partenza erano rappresentate tutte! C’era il gatto anarchico, il topo repubblicano, il serpente democristiano, la scimmia liberista, il cinghiale comunista, e naturalmente il buon leprotto socialista.

Il leprotto socialista, è bene dirlo, era un socialista riformista; anzi “liberalsocialista, prego”. Insomma un animale di grande stile, tant’è che anche il giorno della corsa si presentò col panciotto e il garofano all’occhiello. E’ bene anche ricordare come il leprotto socialista avesse nel cinghiale comunista il suo più grande rivale. Benché frequentassero più o meno le stesse parti della foresta, erano l’uno il contrario dell’altro, e si odiavano da matti. Ma finalmente per il leprotto socialista era venuto il momento della rivalsa, e dopo tante angherie subite era venuto il momento di vincere quella corsa e di dare una lezione a quel cinghiale antipatico.

E infatti appena dopo il “via” partì veloce come una lepre, cercando di staccare sempre di più il cinghiale comunista. Non gli toglieva gli occhi di dosso: “Va troppo lento, lo supererò in un batti baleno”. Ed effettivamente fu così! E continuava a guardarlo mentre lo superava e ormai gli era davanti. “E’ stanco, si vede…ho la vittoria in pugno!” diceva tra sé e sé, mentre continuava a guardare l’affannante cinghiale e mentre lo distaccava sempre di più. Il leprotto socialista andava velocissimo, e in quel momento non gli importava degli altri animali: in quel momento aveva solo in mente la sua vittoria, e la sconfitta del cinghiale comunista.

Così facendo andava sempre più veloce, continuando a guardare il cinghiale che a poco a poco si rimpiccioliva sempre di più fino a che non scomparve dall’orizzonte. “Ce l’ho fatta!” esplose di gioia il leprotto socialista, mentre continuava a correre guardandoall’indietro. Ma continuando a non vedere nessuno, finalmente si decise a girarsi per dedicarsi ora agli altri concorrenti.

Si accorse subito però che era solo. “Possibile che io sia stato così veloce?” si interrogava, mentre pian piano rallentava guardandosi intorno. Non ci volle molto al leprotto socialista per capire che in realtà si era perso, e aveva abbandonato il tragitto. Si fermò disperato, in cerca di qualche punto di riferimento.

Ad un certo punto – finalmente! – si avvicinò qualcuno: era il passerotto, che avendo visto tutto dall’alto gli venne in aiuto. “Mi sono perso! – lamentò il leprotto socialista – com’è stato possibile?”

Subito la risposta del passerotto: “Sei stato velocissimo leprotto, ed hai staccato tutti! Ma guardavi solo indietro, verso il cinghiale, e quando l’hai perso di vista pian piano sei uscito dal percorso fino in aperta campagna”. “Impossibile…non me ne capacito! – balbettava il leprotto disperato – e quindi? Chi è in testa?”

“Chi ha già vinto, vorrai dire…” ribattè il passerotto: “ha vinto la scimmia, correndo in motocicletta”. “Ma che storia è mai questa? In motocicletta? Ma se era una gara di corsa…ma è legale?” disse il leprotto socialista. “No, non è legale..” disse il passerotto. Il leprotto rimase in silenzio, sconsolato, mentre l’uccellino volava via, lasciandolo con un “ti rifarai la prossima volta!”.

“Beh…almeno non ha vinto il cinghiale” si disse da solo il leprotto.Una magra consolazione, mentre in lontananza si sentivano gli animali acclamare la scimmia vincitrice.

 

Ho scritto questa favola in stile Esopo accettando il rischio di apparire ridicolo, agli occhi di qualcuno; rischio accettabile se mi è servita ad essere più chiaro ed esaustivo in quello che ora voglio dire.

Il carattere “eretico” del PSI è quello che sin da subito mi ha affascinato, se non convinto. L’idea di rifiuto di qualsiasi dogmatismo, l’idea di una libertà quasi anarchica nel pensiero e nell’azione, l’idea di dar fastidio al potente. E’ quest’ultima caratteristica, forse, ad essere quella più significativa: gli eretici sono quelli che combattono un sistema dominante, che spezzano il pensiero unico, che contrastano una certa “chiesa”. Lo fanno a loro rischio, ma anche a loro eterna gloria.

Ebbene, mi chiedo: di quale chiesa il PSI oggi fa l’eretico?

Sono sicuro che, se ogni compagno che legge questo articolo mi rispondesse, mi arriverebbero le risposte più disparate. E questo non è un problema, anzi una ricchezza: si è socialisti per intime e personali ragioni ideali, e così facendo ognuno prende il suo posto in quella che è una battaglia totale che dura da più di un secolo. Il problema però è quando si perdono i punti di riferimento, e invece che essere un Giordano Bruno si diventa un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento.

Mi riferisco alla recente tendenza, di molti compagni che rappresentano la nostra classe dirigente, a farsi eretici di una chiesa che da tempo è morta. Mi riferisco alla chiesa comunista, che dopo il crollo del muro di Berlino è crollata, e ora sta nelle catacombe assieme a noi. L’argomento per cui “i socialisti hanno vinto ma sono scomparsi, i comunisti hanno perso ma sono ancora qui” è una verità storica, che però rischia di diventare un falso mito nel momento in cui non ci si accorge che il mondo è cambiato.

Facciamo un esempio. L’egemonia culturale che i comunisti in Italia hanno creato, non è stata poi certo usata per il comunismo; che non siamo un paese sovietico è chiaro a tutti. Ma anzi, cambiando padrone – e riciclandosi un’intera classe dirigente del vecchio PCI – è andata a servire a quello che oggi potremmo definire il “pensiero unico del nuovo ordine mondiale”. Ho usato un termine da complottista, ma sto parlando di quell’egemonia che l’Internazionale Capitalista (termine coniato da Ugo Intini nel suo libro “La privatizzazione della politica”) ha ormai su tutte le sfere della società. Pensateci.Chi si azzarda più, tra opinionisti ed intellettuali, a mettere in discussione il sistema economico? Chi si azzarda a mettere in discussione quei disequilibri geopolitici che stanno creando un macello nel mondo? Chi si azzarda a parlare, realmente, dei diritti dei lavoratori? Chi lo fa viene messo al rogo dai media. Quei media su cui si parla sempre delle stesse cose…e questo lo diciamo spesso anche noi.

Io ritengo mediocre definirsi oggi “eretici” senza toccare questi argomenti; perché non si può esserlo servendo il pensiero unico. Un pensiero unico che si alimenta anche decidendo di trattare solo piccoli argomenti del tutto marginali e circoscritti. Ed è mediocre anche credere che ci sia ancora una battaglia tra riformisti e massimalisti. Innanzitutto perché riformismo e massimalismo hanno significati molto diversi da quelli che qualcuno gli vorrebbe attribuire. Sono due metodi per arrivare al socialismo: uno tramite la rivoluzione armata (l’obbiettivo massimo del “tutto e subito”) e l’altro tramite un graduale processo di riforme, istituzionali e materiali. Capite bene che definire Renzi un riformista, e Landini un massimalista, è una vera e propria “operazione equivoco”. Una scelta comunicativa sbagliata e controproducente.

Io credo che su questi argomenti faccia capolino una vera e propria questione generazionale, all’interno del PSI e del socialismo italiano. Cambia veramente la percezione delle cose tra chi è vissuto negli anni ’80 e chi è nato ora. La mia impressione è che molti dirigenti di un tempo, che han passato la vita a fare gli spiriti liberi della sinistra – rispetto ai comunisti – oggi non si siano accorti che quel muro di Berlino è crollato non solo addosso a noi, ma anche addosso a loro, e un po’ da tutte le parti. La Russia era il grande “modello sbagliato”, in alternativa del quale noi costruivamo il nostro “modello giusto”: un socialismo democratico in alternativa a quello antidemocratico; una socialdemocrazia che era un compromesso con un capitalismo spaventato dall’idea di una rivoluzione occidentale, e impossibilitato ad espandersi per via della guerra fredda. Il capitalismo produce la ricchezza, il socialismo la redistribuisce. Poi tutto questo equilibrio è crollato, assieme alle nostre certezze ideologiche. Il compromesso è stato rotto: il capitalismo si è fatto internazionale e incontrollabile; è andato oltre agli stati, e ora fa concorrenza addirittura agli stati stessi. E i socialisti oggi si dividono sostanzialmente in tre categorie: chi crede si debba tornare a prima del compromesso, chi ancora non ha capito che il compromesso è finito, chi ne vorrebbe un altro.

Insomma. Non c’è che da essere felici della fine dell’URSS e del comunismo, ma se è stata anche la fine nostra, chi rimane?Il punto centrale è capire chi ha vinto realmente dopo la caduta del muro. Quale idea dominante si è imposta sulle nostre macerie. C’è chi crede che abbiano vinto i valori democratici (da globalizzare anche a suon di bombe) e il “riformismo”: pura illusione di quella seconda categoria di socialisti. A vincere è il nemico di sempre (quello che avevamo prima della scissione del 1917).  E’ quella la chiesa verso cui indirizzare la nostra eresia. Pensiamo solo al fatto che una volta privatizzare era un tabù, anche quando era necessario; oggi invece nazionalizzare è un tabù, anche quando è necessario. Io vedo un capitalismo globale selvaggio e ingiusto, un’egemonia culturale che lo sostiene, degli stati nazionali incapaci di controllare l’economia, il tramonto di qualsiasi ideologia politica.

Vedere invece solo la vittoria dei valori democratici, che oggi sono messi a repentaglio da populisti venuti dall’inferno, è da sordi e ciechi. L’intero movimento socialista, in qualsiasi variante giusta o sbagliata, è oggi piegato. Siamo ininfluenti sulle sorti del mondo, e continuare a fare gli eretici di tabù che sono caduti insieme a noi aiuta solo il nostro nemico.

“Il socialismo mantiene la sua fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico. Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti.

I mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le libertà dell’uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale”

La citazione è di Bettino Craxi. Chissà cosa ne direbbe Macron…

Enrico Maria Pedrelli

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