giovedì, 23 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La letteratura che parla di se stessa. Giorgio Bassani visto da Italo Calvino
Pubblicato il 10-07-2017


9_giorgio_bassaniIl 21 ottobre del 1964, a Gian Carlo Ferretti, autore del libro Letteratura e ideologia. Bassani, Cassola e Pasolini (Roma, Editori Riuniti 1964), Italo Calvino scrive: “Il tuo libro non l’ho letto, primo perché speravo che me lo mandassero in omaggio e non l’ho avuto; secondo perché in questo momento quei tre non m’interessano tanto. Dirò meglio, in questo momento non nutro un interesse problematico per nessuno di loro”.

Non era stato così diversi anni prima, quando, in una lettera del 3 dicembre 1952 Calvino aveva manifestato vivo interesse per la ricerca narrativa del Ferrarese: “Ho letto iersera il suo racconto. M’ha fatto molta impressione; lo sto rimuginando ancora ma posso già dirle che mi pare molto bello. Mi interessa molto questo Suo ficcarsi dentro la cronaca più cronaca, per tirarne fuori un vero solido racconto morale; e questo giro di frase ‘verboso’ che pare voglia fare tutto esplicito, e poi invece quello che conta è implicito; e questo modo di apparire (contraddittorio?) dei personaggi”. Interesse ribadito in un’altra lettera, stavolta al critico letterario ed editor Niccolò Gallo, datata 12 luglio 1954: ”…è ormai chiara la linea che tu proponi e sostieni per la giovane letteratura italiana: una linea che potremo definire coi nomi di Cassola e Bassani[…]ed hai ragione, è su questa linea nutrita di memoria e di moralità, controllata da vigile misura lirica e coscienza intellettuale, che si è fatto il lavoro più serio degli ultimi anni, al di là delle sortite più chiassose del neorealismo”.

Mentre in una cartolina da Sanremo del 20 maggio 1955 l’autore del Sentiero dei nidi di ragno esprime il seguente giudizio: “Caro Bassani, ti ringrazio della Notte[Una notte del ‘43] È bello con questo senso della provincia dove tutti si conoscono e tutto avviene in un giro noto e i giorni e le ore sono nel sangue. Non è bello come la Lapide e la Trotti però. Barilari è forte ma come personaggio muto e giudicatore Geo Josz lo batte”. Non sorprende perciò che nella lettera del 22 luglio 1958 indirizzata a Francois Wahl, fine italianista e “ministro ombra” delle Editions du Seuil, che chiede notizie sulla figura di Bassani, Calvino si cimenta in una acuta analisi della narrativa del Ferrarese: “Sono molto contento che Le piaccia Bassani. È uno dei due o tre scrittori italiani di valore rivelatisi negli ultimi anni. E Gli occhiali d’oro, il sesto racconto che egli ha scritto, è il più denso di significati di tutti.[…]Pur muovendosi da questo piano squisitamente letterario tutta la narrativa di B. ha argomento politico, deriva tutta dal suo trauma fondamentale: la persecuzione antisemita vista nella società borghese di Ferrara. Il rapporto di B. per Ferrara e per la sua borghesia è duplice: da una parte è amore nostalgico per un tempo in cui si sentiva integrato con essa, dall’altra odio mortale per l’offesa. I due sentimenti si confondono e sovrappongono continuamente e fanno la peculiarità dell’accento di Bassani, che sta tra l’amore nostalgico delle vecchie cose[…] e il risentimento engagé. Ma i due poli dello stile narrativo di B. sono Henry James[…] e Flaubert.” A rimarcare l’interesse che Calvino in quegli anni nutre per Bassani, va ricordato il testo della conferenza Tre correnti del romanzo italiano d’oggi, letta in inglese in alcune università americane negli anni 1959-1960, e i risvolti di sopracoperta per Le storie ferraresi, Il giardino dei Finzi-Contini e dello sfortunato romanzo Dietro la porta. E’ vero, infatti, che due anni dopo il successo del Giardino dei Finzi-Contini, salutato da un pubblico strabocchevole, accorso nelle librerie e nei teatri delle varie città italiane, perché interessato a conoscere lo scrittore che aveva creato la figura della enigmatica e affascinante Micòl, la pubblicazione di Dietro la porta fa nutrire rosee aspettative all’autore, all’editore e ai librai. Insistite sono perciò le richieste di tirature e lancio in libreria. Così alle cinquantamila copie iniziali del libro, quasi subito se ne aggiungono (non necessarie) altre ventimila. Il mercato non risponde e le vendite del romanzo saranno deludenti. I lettori chiedono allo scrittore di replicare la storia dell’aristocratica famiglia dei Finzi-Contini. Lo aveva intuito Italo Calvino nel bellissimo risvolto della sopracoperta di Dietro la porta, scritto nel gennaio del 1964, leggibile come un microsaggio illuminante della poetica bassaniana: “Continuando a evocare ambienti e atmosfere con precisa fedeltà storica, l’arte di Giorgio Bassani si è questa volta calata nel piccolo inferno d’una prima liceo: né la definizione sembrerà esagerata per il mondo chiuso e ossessivo e dilaniato che l’autore qui ci presenta, e che ingloba eletti e reietti.[…] Un libro assai diverso, tecnicamente, dal Giardino dei Finzi-Contini: aspro, duro, spesso crudo, quanto l’altro, abbandonato al piacere di raccontare, era invece intessuto di commozione e di rimpianto,[…]Ferrara stessa vi compare appena”. Dopo la pubblicazione di Dietro la porta, i rapporti tra Bassani e Calvino si raffreddano perché, come scrive Cristiano Spila nel saggio Bassani e Calvino: due intellettuali operativi. Notizie dal carteggio, compreso nel volume collettaneo Bassani nel suo secolo (Giorgio Pozzi Editore, Ravenna, 2017), l’attività di ecologista a tempo pieno di Bassani, la sua “svolta ambientalista sollecita probabilmente l’allentamento circa i rapporti col parallelo lavoro letterario”, mentre Calvino, aggiungiamo noi, dismesso l’impegno a raccontare l’Italia del suo tempo, si ostina a perseguire un tipo di letteratura occupata a parlare di se stessa.

Lorenzo Catania

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