venerdì, 17 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Giovanni Bacci, operosità ed equilibrio di un dirigente socialista
Pubblicato il 05-07-2017


E’ uno dei tanti che, dopo avere compiuto in giovane età esperienze politiche su posizioni radicali e successivamente  liberaldemocratiche, approdarono nell’area socialista, acquistandovi presto nella base e tra i dirigenti di più elevato livello. autorità e prestigio per molti meriti guadagnati in diversi campi

La sua giovinezza rientra pienamente nella seconda metà dell’800. Egli nacque infatti il 7 marzo del 1857 a  Belforte all’Isonzo. Aveva 25 anni quando, nel 1882, assunse la direzione della “Rivista di Ferrara”, 30 quando nel 1887 passò per qualche settimana al quotidiano “Mentana”, 32 quando assunse la direzione de “La Provincia di Mantova”. Erano fogli nei quali si esprimeva l’aspirazione a un liberalismo che, inizialmente alimentato dalle idealità risorgimentali e democratiche, si rivelava sempre più sensibili alla questione sociale, approssimandosi così all’idea che più chiaramente la interpretava e per la cui soluzione indicava gli strumenti, il socialismo. Nel 1903 aderì al Partito Socialista. Ricostituito dopo le persecuzioni di Crispi, Di Rudinì,  Pelloux, il partito era allora agitato  dal confronto tra riformisti e intransigenti. Bacci preferiva un socialismo di centro, non disponibile per il moderatismo collaborazionista né per l’estremismo incostruttivo..

Sempre impegnato nel giornalismo, non ne fu interamente  assorbito. Per scelta dei socialisti di Mantova e Ravenna venne infatti richiamato all’attività di amministratore e di organizzatore: i compagni di attività e di lotta lo vollero consigliere provinciale e anche segretario della Camera del Lavoro di Ravenna, incarichi che seppe tenere con intelligenza ed equilibrio, pur di fronte a problemi di non facile soluzione.

Il travaglio del partito sotto le opposte spinte dei riformisti e degli intransigenti rivoluzionari lo portarono ad assumere  prima la direzione  dell’Avanti! subentrando per alcuni mesi del 1912 a Claudio Treves, poi al dimissionario Mussolini nel 1914, anno in cui, in parallelo, iniziò una nuova esperienza essendo stato chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI.

Per tutti gli anni della Grande Guerra condivise la  posizione  del partito, pacifista e internazionalista, secondo la formula di Costantino Lazzari “non aderire né sabotare” attenuata patriotticamente  dopo Caporetto. Poi venne il dopoguerra. Con la sua stampa, i suoi parlamentari, le sue organizzazioni collaterali il partito si trovò ad affrontare una situazione caratterizzata dalle impetuose lotte dei lavoratori nelle campagne e nelle fabbriche e dalla conquista di migliaia di comuni, e poi dall’avanzata della reazione verso il pieno recupero del potere da parte degli agrari e degli industriali.

Nel novembre del ‘19 Bacci venne eletto alla Camera. Di conseguenza i suoi impegni divennero più vasti e articolati, giornalistici, politici, parlamentari, amministrativi. Quando a Livorno, nel gennaio del 1921, si aprirono i lavori del Congresso  nazionale del partito, i delegati lo chiamarono a dirigere il dibattito e il confronto sempre più aspro tra massimalisti, riformisti e comunisti, e quando poi i comunisti uscirono dal partito costituendo il PCd’I, lo vollero nuovo segretario del PSI in sostituzione di Egidio Gennari, dimissionario. Di fronte alla crescita della violenza degli squadristi nazional-fascisti sperò di poter evitare al paese e al proletariato spargimento di sangue innocente, e per questo in agosto firmò il Patto di pacificazione coi fascisti.

Nel successivo ottobre passò la segreteria del partito al pugliese Domenico Fioritto e riprese la normale attività giornalistica e parlamentare. Nel maggio del 1924 venne nuovamente eletto alla Camera e qui approvò toto cordel’appassionato atto di accusa di Matteotti contro i fascisti e Mussolini e contro il clima di terrore che aveva caratterizzato la precedente campagna elettorale. Aderì poi alla secessione dell’Aventino, e partecipò alle riunioni tenute dai parlamentari antifascisti, ma il 9 novembre del 1926 venne dichiarato decaduto con altri 122 deputati.

Non visse ancora a lungo. Morì infatti il 9 agosto del 1928. Cremato per sua espressa volontà, le sue ceneri vennero  conservate nel Cimitero Monumentale di Milano.

Giuseppe Miccichè

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