mercoledì, 23 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Gli effetti economici e sociali della velocità del cambiamento del mondo
Pubblicato il 25-07-2017


mondo che cambiaIn “Grazie per essere arrivato tardi. Un ottimista nell’epoca delle accelerazioni”, Thomas Friedman, saggista ed editorialista del “New York Time” (NYT), illustra le cause che stanno accelerando il cambiamento dello stato del mondo e gli effetti che esso determina sul piano economico e su quello sociale. Friedman è del parere che non sia possibile avere un’idea delle forze che stanno modellando il mondo, e del modo in cui esse sono influenzate, se non si ha la percezione della loro natura, sempre mutevole, in quanto essa “si costruisce e si modifica a mano a mano che si ottengono informazioni e che il mondo cambia”.

Quando si uniscono i propri valori – afferma Friedman – all’analisi delle forze che sono all’origine del cambiamento e alla comprensione del loro impatto “sulle persone e sulle culture in contesti diversi, ecco che si ha una visione del mondo applicabile a ogni tipo di situazione”; in altre parole: si acquisisce la possibilità di produrre le proprie opinioni, e “come uno scienziato ha bisogno di un algoritmo per mettere ordine in una massa di dati non strutturati per fare emergere uno schema rilevante, un opinionista ha bisogno di una visione del mondo, se vuole creare luce a calore”. Un confronto azzardato, questo di Friedman, considerato che lo scienziato ordina i dati non strutturati sulla base di ipotesi sperimentate e non su valori individuali, dai quali possono derivare solo opinioni personali che non possono essere assunte a “verità” (oggi relative anche per le scienze) valide per tutti e per ogni luogo.

Friedman afferma che le sue idee personali sulle cause e sugli effetti del cambiamento che sta modellando il mondo sono state “fortemente influenzate da Lin Wells, docente di strategia alla National Defense University”; da lui l’editorialista del NYT avrebbe appreso che è “illusorio pensare di poter esprimere opinioni o spiegare il mondo restando immobili all’interno o all’esterno di qualsiasi filtro interpretativo rigido, o di qualsiasi disciplina chiusa in se stessa”.

L’analista della National Defence University avrebbe insegnato a Friedman che la spiegazione del mondo attuale può avvenire seguendo tre approcci alternativi: “negli schemi”, “fuori dagli schemi”, “senza più schemi”; quindi, poiché l’unico approccio possibile alla rappresentazione del come cambia il mondo attuale “è quello che fa a meno di ogni schema”, nell’esporre le sue opinioni personali sul cambiamento, Friedman dichiara che si atterrà al suggerimento di Wells, integrando nella propria narrazione “il maggior numero possibile di persone, processi, discipline, organizzazioni e tecnologie: fattori che di solito vengono tenuti separati o semplicemente esclusi da una certa indagine”.

Sulla base di questo tipo di approccio, Friedman tenta di spiegare in che modo le forze che stanno plasmando il mondo (che egli chiama “Macchina”, attivata dal motore della globalizzazione, identificata col “Mercato” internazionale) si strutturano, cambiando di continuo nel tempo, assumendo l’ipotesi che esse siano “guidate” dalle “simultanee accelerazioni nel campo della tecnologia, della globalizzazione e del cambiamento climatico, accelerazioni che interagiscono l’una sull’altra”.

L’intento di Friedman è quindi quello di fornire un “gigantesco editoriale sulla realtà di oggi”, al fine di identificare le risposte più appropriate per la gestione delle forze che la stanno plasmando, “in modo che il maggior numero di persone possa trarre da esse il maggior beneficio ovunque si trovi, smorzando nel contempo i loro effetti negativi”. Al riguardo, Friedman osserva che, a lungo, molti economisti sono rimasti fermi nel convincimento che “la globalizzazione riguardasse semplicemente lo scambio di beni fisici, servizi e transazioni finanziarie”.

Questa ristretta definizione mancava di rappresentare che la globalizzazione indica oggi anche la “possibilità di ogni individuo e azienda di entrare in competizione, connettersi, commerciare o collaborare a livello globale”; inteso in questo senso è impossibile non riconoscere che il Mercato globale, cioè la globalizzazione, sia in continua espansione. Che ciò stia realmente accadendo, a parere di Friedman, è dimostrato dal fatto che, sebbene lo scambio di prodotti e servizi finanziari si sia ridotto rispetto al periodo precedente la crisi si del 2007/2008, la globalizzazione, espressa in termini di “flussi” di informazioni, è invece in rapida espansione, trasmettendo idee e innovazioni in tutto il mondo, ampliando la partecipazione di tutti i Paesi all’economia globale; fatto, quest’ultimo, che rivela un mondo totalmente interconnesso come mai si è verificato in passato.

Di sicuro – afferma Friedman – i flussi di informazioni che caratterizzano l’attuale Mercato globale “sono diventati così ingenti e poderosi da rappresentare per il XXI secolo quello che i fiumi […] sono stati per le civiltà e le città dei tempi passati”; i corsi d’acqua davano “energia, mobilità, nutrimento e la possibilità di entrare in contato con i vicini e le loro idee”. La stessa cosa accade oggi con i “flussi digitali”, i quali prendono nomi diversi rispetto a quelli dei fiumi naturali; “Amazon” o “Microsoft Azure” sono nel mondo attuale i “giganteschi snodi” di connessione che permettono a persone e ad attività produttive di “accedere a tutte le applicazioni possibili”, per l’elaborazione delle informazioni stoccate nelle banche-dati gestite da quegli “snodi”. E’ proprio questa opportunità che ha originato ciò che alcuni esperti del mondo digitale hanno chiamato il “grande cambiamento” (the big shift).

Quest’ultimo, per i manager che si sono affermati nel Mercato globale facendo largo uso della digitalizzazione, progettando e gestendo in modo integrato e collaborativo i processi interni alle loro attività produttive, sarebbe la risultante del fatto che è stato abbandonato “un lungo periodo storico nel quale le scorte – ovvero la quantità di ogni possibile risorsa che si poteva accumulare per poi distribuirla e sfruttarla – erano la misura della ricchezza e il motore delle crescita”; oggi non è più così, perché il mondo sarebbe entrato in un periodo in cui “i parametri più importanti per indicare il vantaggio di una società su un’altra saranno la quantità e la ricchezza dei flussi che attraversano un Paese o una comunità, unite alla capacità dei cittadini-lavoratori di sfruttare al meglio questi flussi”.

Perché ciò possa avvenire – afferma Friedman – non basta sfruttare occasionalmente i flussi dall’esterno; occorre che i cittadini-lavoratori siano “nei flussi”, contribuendo tra l’altro anche alla loro creazione. Infatti, quando i cittadini-lavoratori sono esterni ai flussi, ovvero quando mancano di una cultura informatica adeguata ad integrarli nel Mercato globale, è inevitabile che finiscano per percepirlo come una minaccia, che li motiva a “disconnettersi” da un mondo che, a parere di Friedman, è destinato a divenire sempre più “connesso digitalmente”, nel quale i flussi di informazioni diventeranno “una fonte vitale di idee fresche e stimolanti, di innovazione di energia commerciale”. Per tutte queste ragioni, a parere dell’editorialista del NYT, disconnettersi dal Mercato globale, perché percepito come una minaccia, anziché un’opportunità, non costituisce un valido presupposto per soddisfare l’aspirazione alla crescita economica e culturale.

Quasi ad affievolire l’entusiasmo e la fiducia che egli mostra di riporre nelle chance offerte dal Mercato globale, Friedman riconosce che le persone, ovvero i cittadini-lavoratori, “hanno un corpo e un’anima” e quando viene “nutrito” solo una di queste due componenti è inevitabile l’insorgenza di problemi; nel senso che, quando un cittadino-lavoratore sente minacciata la propria esistenzialità, tende a trascurare la soddisfazione dei propri interessi economici, “scegliendo i muri piuttosto che le ‘reti’, la chiusura piuttosto che l’apertura”. Il problema allora, secondo Friedman, si sposta dalla sfera dei singoli individui a quella dello Stato di appartenenza.

Se oggi molti cittadini-lavoratori si sentono sopraffatti dal Mercato globale, è perché in molti Paesi democratici lo Stato ha lasciato che “tutte le componenti fisiche” che hanno promosso l’allargamento delle globalizzazione “avessero un vantaggio eccessivo rispetto alle componenti sociali”, ovvero rispetto all’istruzione e alla formazione; di queste, infatti, tutti i cittadini-lavoratori avrebbero dovuto disporre, per adattarsi al “grande cambiamento” che il mondo ha subito, e continua a subire, per l’avvento delle tecniche digitali nell’uso dei flussi informativi.

Un’istruzione e una formazione appropriate avrebbero motivato i singoli cittadini-lavoratori a trovare un giusto equilibrio nelle loro reazioni agli effetti dell’allargamento del Mercato globale sulle loro condizioni di vita; l’istruzione e una formazione appropriate avrebbero consentito, da un lato, di ammortizzare gli esiti negativi dell’impatto delle componenti fisiche della globalizzazione sulle condizioni di vita dei cittadini-lavoratori; dall’altro lato, di ancorare questi ultimi ad un orizzonte di certezze, che sarebbe valso ad affermare la loro disponibilità a evitare l’idea di costruire muri di chiusura, controproducenti rispetto al loro miglioramento economico.

Se c’é una ragione per adeguarsi al “meglio della globalizzazione digitale”, disinnescando il peggio, è – conclude Friedman – sicuramente il fatto che essa ha allargato le condizioni utili a consentire “a un numero sempre più grande di persone di uscire dalla povertà”, smentendo che essa sia solo sinonimo di delocalizzazione e causa di sottrazione di opportunità lavorative per molti cittadini-lavoratori di quei Paesi che, pur avanzati, hanno assistito alla “fuga” di consistenti parti dei loro sistemi produttivi. Se i partiti tradizionali di destra e di sinistra dei Paesi democratici sapranno adattarsi alla nuova realtà del Mercato globale, governando le loro economie e le loro società in modo innovativo rispetto al passato, i vantaggi e le opportunità offerti dal Mercato globale potranno essere acquisiti da tutti.

Tuttavia, Friedman, pur entusiasta della globalizzazione digitale, nutre il fondato sospetto che buona parte delle componenti degli establishment ora esistenti si rivelerà inadeguata, non appena aumenterà la pressione ad adattare i sistemi economici e sociali dei singoli Paesi alle nuove modalità di funzionamento del Mercato globale; ciò perché, nell’”Epoca dell’Accelerazione”, l’adattarsi a queste nuove modalità, rappresentando per gli establishment dominanti un ostacolo sovradimensionato rispetto alle “loro rigide ortodossie, non mancherà di far nascere nelle loro componenti più conservatrici atteggiamenti di resistenza e di repulsione.

Deve essere anche notato che alla resistenza al mutamento degli establishment sarà inevitabile associare anche quella dei cittadini-lavoratori, i quali, anche se dotati di un’istruzione e di una formazione adeguate, potrebbero risultare sprovvisti dei mezzi materiali necessari per inserirsi con successo nel mondo di oggi.

E’ strano il fatto che Friedman, dopo aver illustrato “perché il mondo sta cambiando così in fretta” e individuato nell’istruzione e nella formazione le condizioni utili a che tutti i cittadini del mondo possano fruire dei vantaggi del rapido cambiamento, abbia trascurato la condizione primaria perché il suo auspico possa realmente materializzarsi: la ridistribuzione, a tutti i livelli, della ricchezza che la globalizzazione ha consentito si concentrasse in pochi Paesi e, all’interno di questi, solo in gruppi privilegiati. Usando le parole di Friedman, gli uomini “hanno un corpo e un’anima”; l’”anima” potrà anche essere nutrita di istruzione di formazione professionale, ma se il “corpo” manca di essere nutrito attraverso una ridistribuzione della ricchezza accumulata, le aspirazioni dell’”anima” sono destinate ad avvizzire.

Gianfranco Sabattini

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