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Opinioni e commenti
 

I danni economici e sociali della disuguaglianza distributiva
Pubblicato il 18-07-2017


franzini maurizioEsistono molte e giustificate ragioni per ritenere che le disuguaglianze distributive siano dannose, non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale; vi sono, perciò, anche valide ragioni per sostenere, come afferma Maurizio Franzini, docente di Politica economica presso l’università di Roma La Sapienza, in “Combattere la disuguaglianza per tornare crescere” (MicroMega, n. 4/2017), che il loro approfondimento e consolidamento sia dipeso dalle politiche che sono state attuate, soprattutto negli ultimi venticinque anni. Da ciò consegue la necessità che, chi porta la responsabilità di governo, a livello di singoli Paesi ed a livello globale, si impegni per il loro contenimento e la loro riduzione, in considerazione del fatto che si conoscono le cause della loro origine e che non mancano i mezzi materiali da destinare alla soluzione del problema. E’ dunque solo una questione di volontà, quella di voler effettivamente affrontare il problema; ma come tradurre tale volontà politica in utile prassi di governo?

Il mondo economicamente avanzato – afferma Franzini – è oggi “molto diverso rispetto a trent’anni fa, e lo è per molte ragioni e sotto vari aspetti. Tra questi vi è certamente la disuguaglianza, in particolare quella economica che non è l’unica rilevante, ma che certamente è tra le più rilevanti, anche perché influenza la disuguaglianza in altri importanti dimensioni; tra queste dimensioni, merita di essere considerato l’impatto negativo che la disuguaglianza economica esercita sulla capacita di tenuta della coesione sociale dei Paesi che maggiormente ne soffrono.

Nel suo articolo, Franzini fornisce alcuni dati essenziali sulla consistenza e sulla tendenza della disuguaglianza economica in Italia e in alcuni altri Paesi occidentali; egli illustra anche i principali meccanismi che alimentano l’approfondimento e l’allargamento del fenomeno, sostenendo che esso, oltre ad essere “indesiderabile di per sé”, è causa del blocco della crescita e di tutto ciò che dall’interruzione del processo di crescita del prodotto sociale consegue. Franzini, insiste perciò sull’urgenza del contenimento e della riduzione della disuguaglianza, illustrando la possibilità di attuare politiche alternative a quelle realizzate, che sono all’origine del fenomeno indesiderato.

La prima causa del formarsi della disuguaglianza riferita ai soli redditi di mercato (al netto dell’attività ridistribuiva dello Stato), è la riduzione della quota del prodotto nazionale che va a rimunerare il lavoro; tra i primi anni Ottanta e il 2007, nei Paesi economicamente avanzati, la quota è diminuita di 10-15 punti percentuali, variando oggi dal 55% al 70% del reddito nazionale; della riduzione della quota imputabile al lavoro si sono avvantaggiati i percettori di profitti, cioè di coloro il cui reddito origina dall’impiego di capitale nei processi produttivi. Le cause del fenomeno sono molteplici, ma alcune – afferma Franzini – sono dominanti: tali risultano la politica di liberalizzazione a partire dagli anni Novanta dei movimenti di capitali, l’indebolimento della forza contrattuale delle forza lavoro e la proliferazione delle attività speculative sui mercati finanziari.

La seconda causa del formarsi del fenomeno della disuguaglianza è la sua crescita nei redditi da lavoro; nei Paesi avanzati, nel corso degli ultimi due decenni, “le retribuzioni dell’1% più ricco sono cresciute del 20%, mentre il reddito dei lavoratori più poveri è perfino diminuito”. In Italia, ad esempio, nel settore privato, tra il 1990 e il 2013, secondo il coefficiente di Gini, relativo alle retribuzioni annue della forza lavoro, è aumentato del 17,5%. Il coefficiente di Gini è una misura della disuguaglianza di una distribuzione, usato come indice per misurare la concentrazione nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1; valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione omogenea, mentre valori alti indicano una distribuzione più diseguale.

Secondo uno studio dell’OCSE, alla fine della prima decade degli anni Duemila, l’Italia aveva un indice di Gini, relativo alla distribuzione generale dei reddito, pari allo 0,34, superiore allo 0,30, considerato valore indicativo di una disuguaglianza avanzata. Il fatto che la concentrazione del reddito della sola forza lavoro sia aumentato del 17,5% è quindi indicativo della crescita della disuguaglianza tra i percettori della quota del prodotto sociale imputabile al solo lavoro.

Secondo una diffusa interpretazione, le crescenti disuguaglianze che si sono formate nella distribuzione del reddito da lavoro “sarebbero da attribuire all’importanza sempre maggiore del capitale umano (normalmente identificato con l’istruzione)”. Questa interpretazione vuole che, per effetto della globalizzazione e del progresso tecnologico nelle combinazioni produttive prevalenti all’interno delle economie avanzate, sarebbe cresciuta la domanda di lavoratori specializzati, che ha avuto l’effetto di migliorare la loro rimunerazione salariale rispetto a quella dei lavoratori non specializzati. I dati, però, a parere di Franzini, non confermano questa interpretazione.

Al riguardo, molti studi mettono in evidenza che la diversità di salario tra lavoratori specializzati e quelli che non lo sono non è spiegata dalla “differenza di capitale umano” e che il “motore” della disuguaglianza nella distribuzione delle retribuzioni non è la qualità della forza lavoro, essendo quindi deboli “i motivi per considerare decisive le forze ‘naturali’ delle globalizzazione e del progresso tecnologico”. Decisive al riguardo sono state, invece, le politiche adottate negli ultimi decenni, “in particolare quelle della flessibilizzazione – nelle sue diverse accezioni – del mercato del lavoro, che hanno fortemente contribuito a creare differenze retributive in funzione delle forme contrattuali, dei settori d’impiego, della dimensione delle imprese e così via. Se oggi nel mondo del lavoro coesistono i cosiddetti workind poor e working super-rich è anche per questo”.

La terza causa del fenomeno della disuguaglianza è la tendenza dei redditi di mercato a concentrarsi “sempre più in alto”; tendenza questa che ha teso ad “irrobustirsi”, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso; ovunque, infatti, da allora, è cresciuta la quota del prodotto nazionale della quale si sono appropriati i segmenti più ricchi della popolazione. Gli aumenti maggiori si sono avuti nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove l’1% della popolazione ha concentrato nelle proprie mani il 20% del reddito complessivo. Tutte le cause della disuguale distribuzione dei redditi di mercato sin qui descritte sono ascrivibili, a parere di Franzini, alle politiche adottate, e non a forze immodificabili; a determinarle sono state le politiche tributarie e fiscali, ma anche la riduzione delle aliquote d’imposta sui redditi più elevati.

Il fenomeno della disuguaglianza si ripropone anche quando, in luogo dei redditi funzionali, ovvero dei redditi determinati dalle forze di mercato, si considerano i redditi disponibili, derivanti “dall’aggregazione di tutti i redditi guadagnati nei vari mercati dai componenti il nucleo familiare, ai quali si aggiungono i trasferimenti monetari provenienti dallo Stato (pensioni, sussidi eccetera) e dai quali si deducono le imposte dirette”. I rediti familiari così determinati, sulla base di opportune “scale di equivalenza”, sono trasformati in redditi individuali.

La disuguaglianza riferita ai redditi disponibili individuali, calcolata nel 2013 con il coefficiente di Gini, è risultata, in tutti i Paesi avanzati, maggiore di quella registrata nella metà degli anni Ottanta e, quasi dappertutto, molto maggiore rispetto a quella del 2005. In Italia, nel 1985, il coefficiente di Gini, ricorda Franzini, è stato maggiore di 0,28 ed è andato nel 1995 oltre il valore di 0,32, indicativo di un aumento considerevole della disuguaglianza; la responsabilità del peggioramento nella disuguaglianza dei redditi disponibili, verificatosi in Italia tra il 1992 e il 1993, è in gran parte ascrivibile, a parere di Franzini, “alla manovra effettuata dai governi dell’epoca per fare fronte ai rischi di default e per facilitare la partecipazione dell’Italia alla nascente moneta unica”. Pur essendosi conservata costante intorno ai valori raggiunti nel 1995, la disuguaglianza nei redditi disponibili è oggi in Italia tra le più alte rispetto agli altri Paesi europei e a tutti quelli all’area OCSE.

Tuttavia, la comprensione del trend della disuguaglianza e delle caratteristiche delle forze che ne supportano l’intensità si ricava dall’applicazione del coefficiente di Gini, non tanto ai redditi disponibili, quanto ai redditi di mercato, cioè ai redditi che “affluiscono ai componenti del nucleo familiare dalle loro prestazioni nel mercato del lavoro o dal rendimento di beni patrimoniali in loro possesso, calcolati prima di pagare le imposte e senza tener conto dei trasferimenti dello Stato”. Dagli studi dell’OCSE è risultato che il coefficiente di Gini relativamente ai redditi di mercato è passato, nel periodo 1985-2010, da un valore maggiore di 0,38 a un valore maggiore di 0,50; si tratta di un aumento molto consistente che si è conservato sino agli anni più recenti. L’Italia, nota Franzini, è uno dei Paesi con la disuguaglianza più elevata nei redditi di mercato.

La tendenza dei redditi di mercato ad alimentare sempre più un peggioramento della disuguaglianza può essere compresa tenendo conto delle cause, precedentemente indicate, che la determinano; in più, tenendo conto, sia del fatto che lo spostamento del prodotto sociale dal lavoro al capitale ha teso a peggiorare la disuguaglianza, in quanto il reddito da capitale si è distribuito “tra le famiglie in modo più disuguale del reddito da lavoro”; sia del fatto che la “concentrazione dei redditi al top” si è tradotta “quasi automaticamente in maggiore disuguaglianza nei redditi familiari”; sia infine del fatto che la distribuzione della ricchezza è risultata ancora più concentrata di quella del reddito. Quale la conseguenza della crescente concentrazione del prodotto sociale?

Se la sola logica di funzionamento dei mercati produce una crescente concentrazione dei redditi di mercato, che i redditi disponibili non riescono a contenere, la conclusione non può essere che il riconoscimento che il welfare State realizzato non è in grado di contrastare la disuguaglainza. Di ciò occorrerà tener conto se si vorrà realmente affrontare il problema di una più equa distribuzione delle condizioni di benessere tra i componenti delle popolazioni dei Paesi economicamente evoluti e rimuovere tutti gli aspetti negativi che il fenomeno della disuguaglianza produce, per altri versi, sul sistema economico e su quello sociale.

Tutti gli economisti che non condividono l’ideologia neoliberista, ad esempio, sottolineano che la disuguaglianza ha un impatto frenante sulla crescita; essi perciò rifiutano la tesi secondo cui l’ineguale distribuzione del prodotto sociale sarebbe una “sorta di prezzo da pagare” per migliorare il benessere di tutti. Gli stessi economisti, e con loro sociologi, politologi e giuristi, concordano nel ritenere che la disuguaglianza influenzi negativamente la mobilità sociale e la dinamica dei processi decisionali propri della democrazia, o quantomeno renda le istituzioni democratiche inefficaci, trasformandole così in un’ulteriore causa dell’aggravamento della disuguaglianza reddituale.

In conclusione, Franzini è del parere che, per contrastare la disuguaglianza, non bastino “le politiche tradizionalmente ridistributive”; occorrono anche “politiche che modifichino le regole del gioco”, utili per una riduzione sostanziale del potere economico e per l’affievolimento di quei meccanismi interni al mercato responsabili della disuguaglianza, che il welfare non è in grado di contrastare e, tantomeno, di eliminare.

Franzini non dice quali regole del gioco dovranno essere cambiate; sarà però inevitabile un intervento pubblico ax-ante, finalizzato ad assicurare un contenimento della disuguaglianza delle opportunità; unico modo questo per contrastare i meccanismi di mercato costituenti il motore che origina la disuguaglianza. Le regole del gioco dovranno essere modificate in tal senso, pur in presenza delle potenti resistenze, nell’unico modo possibile, cioè facendo tesoro di quanto un crescente numero di economisti da tempo propone: introdurre il cosiddetto reddito di cittadinanza incondizionato, da finanziarsi con la riorganizzazione del welfare esistente, ma conservare anche un appropriato intervento ridistribuivo ex-post, al solo fine di rendere reale una condizione di equità distributiva.

Gianfranco Sabattini

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