sabato, 20 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

I tre della (finta) riforma
Pubblicato il 24-07-2017


Tutto, o almeno moltissimo, dipenderà dalla legge elettorale. Leggo che ormai anche Renzi sarebbe orientato a sottoporre ai suoi interlocutori, che il segretario del Pd continua a individuare in Berlusconi e Grillo, proposte di modifica al testo approvato con le varianti introdotte dalla Corte. Ha un senso chiamare a raccolta l’opposizione nella definizione delle regole del gioco democratico, ma forse non sarebbe male partire da una proposta capace di unire la maggioranza che per quasi cinque anni ha tenuto insieme il governo. Le questioni di fondo riguardano i meccanismi per assicurare la governabilità e la questione delle coalizioni.

Sulla prima é evidente che, scattando, come avverrebbe con la legge attuale, il premio alla lista capace di raggiungere il 40 per cento, risulterà impossibile costruire un governo sancito dal voto degli elettori. Ma anche nell’ipotesi peregrina che alla Camera una lista raggiungesse il tetto previsto, difficilmente la stessa lista, a causa dei particolari meccanismi di rispetto delle territorialità regionali, avrebbe la maggioranza al Senato. L’attuale configurazione legislativa potrebbe tuttavia sancire una sorta di ius, tutt’altro che previsto in Costituzione e peraltro mai applicato, ma che pare sancito de facto oggi, secondo il quale il presidente della Repubblica dovrebbe affidare il mandato di formare il governo al leader della lista che si é guadagnata più voti. E tutti i sondaggi, nonostante un calo negli ultimi mesi, ritengono sia quella dei Cinque stelle.

Evidente che né il centro-destra, né il centro-sinistra si possano permettere di correre questo rischio. E perfino Renzi, il più restio, forse sotto la pressione dei suoi che vedono franare la terra sotto i piedi con sondaggi sempre più negativi, sta meditando di allacciare un dialogo per modificare la legge. O abbassando il premio (sarebbe un ulteriore favore ai Cinque stelle) o introducendo le coalizioni e magari contemporaneamente abbassando la soglia per il premio (ma sarebbe un gran favore al centro-destra). Il premio alle coalizioni potrebbe rimettere in gioco una lista Pisapia non più in funzione di federatore del polo a sinistra del Pd (operazione peraltro ai limiti dell’impossibile), ma come alleato, sia pur da sinistra, del Pd. Questo darebbe ossigeno al centro-sinistra ma procurerebbe ulteriori problemi al Pd (primarie di coalizione, perdita di consensi verso la lista Pisapia).

La verità é che l’unico che ha capito come muoversi e che ha fiutato aria di vittoria é Berlusconi. Forza Italia ha ripreso vita, molti sono i rimpatri avvenuti e altri annunciati, mentre Salvini e Meloni si godono percentuali previste mai toccate prima. Il cavaliere pensa a una coalizione per vincere fondata non solo sui tre, ma anche su una quarta lista liberale di centro. Una disposizione a testuggine quanto mai azzeccata. E la sinistra che fa? Litiga, si mette le dita negli occhi, si divide, o come nel caso di Renzi (non parlo di Orfini per carità) tace. Certo il premio alla lista favorisce Grillo e quello alla coalizione il centro-destra. Sapere cosa favorisca il Pd é un mistero. Ma se il segretario del Pd non capisce che una riforma della legge elettorale a tre non é possibile, allora non capisce la politica. E siccome tutto si può pensare di Renzi tranne che sia un ingenuo, allora tenere fermo lo schema della riforma a tre significa non volere alcuna riforma. Per fare cosa? Per puntare a un governo extra large dopo il voto, magari passando attraverso due passaggi: il probabile mandato senza esito di un incarico grillino, il distacco di Berlusconi da Salvini e Meloni. Se naturalmente la somma arriverà al 51 per cento dei seggi. Condizione anche questa molto difficile da realizzare. Mi pare che il Pd abbia scelto di navigare a vista, senza un ormeggio sicuro, senza considerare che già un’imbarcazione che ha fatto storia é finita contro un iceberg. E anche se qualcuno continuava a suonare contento é drammaticamente affondata.

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Commenti all'articolo
  1. Questo Fondo del Direttore mi sembra molto illuminante, ed in effetti si possono prefigurare diverse “combinazioni”, intorno alle quali costruire per l’appunto una molteplicità di ragionamenti , e ipotizzare “scenari” politici differenti, ma l’insieme degli elementi a disposizione mi fa pensare che non si arriverà facilmente ad una nuova legge elettorale, vuoi per l’obiettiva difficoltà a trovare un accordo, vuoi perché ai vari protagonisti in campo potrebbe alla fine non dispiacere il meccanismo uscito dai pronunciamenti della Consulta.

    Se ho ben capito il procedere delle cose, in assenza di una nuova legge elettorale si andrebbe alle urne con un sistema di fatto proporzionale, che rimanderebbe al dopo voto eventuali intese ed alleanze, e ho più volte la sensazione che ciò possa andar bene a più d’un partito, forsanche perché in questo momento viene considerato troppo gravoso ed impegnativo il guidare in solitudine il Paese, e si preferisce piuttosto la condivisione delle responsabilità (la mia è ovviamente una semplice ed opinabile ipotesi, o meglio una impressione).

    E d’altronde va pure ed altresì considerato che se il voto viene suddiviso tra una pluralità di forze politiche – anziché concentrarlo su alcune soltanto, come fin qui è sostanzialmente avvenuto – potrebbe significare che una parte del corpo elettorale non intende assegnare troppo “potere” ad una sola formazione, e preferisce invece una sorta di bilanciamento, il che, se non fosse del tutto privo di fondamento, dovrebbe far riflettere quanti propendono per la “governabilità innanzitutto”, e si orientano di riflesso sul maggioritario.

    Paolo B. 24.07.2017

  2. Le nebbie delle varie leopolde e della rottamazione sta svanendo. Peccato che non si veda niente all’orizzonte. Renzi prese un PD battuto alle elezioni, ma forte comunque in Parlamento. Che ne ha fatto? Ha tirato la corda emarginando i vecchi compagni di provenienza post comunista, lavorando per farsene un partito personale, spingendo gli avversari a lasciargli campo libero. Ma ora, che il suo partito, bene o male, ce l’ha, non è in grado di tirar fuori un briciolo di “linea politica”, senza la quale si può anche vincere al superenalotto, ma si sbatte se si vuol governare un paese.
    Insomma, Renzi va “avanti” verso uno strapiombo.

  3. Secondo me la forza di Berlusconi sta nell’avere intuito che agli italiani, in fondo in fondo, della legge elettorale interessa poco, mentre contano di più altre questioni.
    L’ultimo quarto di secolo dimostra che l’abbandono del proporzionale non ha reso i governi più stabili, in quanto quello che conta non sono tanto i risultati delle votazioni e le conseguenti distribuzioni di seggi, ma le logiche, spesso illogiche…,sulle quali si fondano le coalizioni e le maggioranze. Berlusconi, che ha buon fiuto, questo gli va riconosciuto, lo ha capito, e non a caso sulla legge elettorale non si sbatte e non si logora.

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