lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La bicicletta: nascita di
un mito. Anche socialista
Pubblicato il 21-07-2017


biciclettatagliato

“La bicicletta: nascita di un mito” è il titolo di una bella mostra aperta ad Asiago (VI) fino al 3 settembre, nel Museo ricavato con molta cura nel fabbricato delle ex carceri.

Asiago, tappa del Giro d’Italia quest’anno, ha accolto un bel numero di pezzi storici della collezione Cenzi. C’è un signor Cenzi, in carne e ossa – di nome fa Luigi – che, nella sua casa di Noventa Vicentina, ospita un piccolo museo della bici: più di 150 pezzi disseminati dal granaio al salotto.

Per l’occasione, un buon numero di questi è in mostra ad Asiago. Vi posso garantire che, se la visitate, avrete la sorpresa di vedere una mostra molto bella e interessante.

Intanto perché potete toccare con mano l’imperscrutabile mistero di come si è sviluppata un’invenzione semplice semplice come la bicicletta. C’è un disegno preciso e chiarissimo della bicicletta nel Codice Atlantico di Leonardo da Vinci: ruote di eguale dimensione, catena, pedali… e siamo agli inizi del 1500!

Eppure solo sul finire del ‘700 ci sono prototipi, come il celerifero, che iniziano a dare l’idea della futura bici. Ma, niente pedali, niente catena, due ruote fissate su un telaio di legno, senza sterzo. Il conducente siede a cavalcioni e spinge il mezzo con l’uso alternato dei piedi. La primissima idea di bici è chiamata draisina per ricordare il suo inventore, il barone Karl von Drais. Nel 1817 Drais copre la distanza di 13 km in meno di un’ora; ma di pedali non se ne parla ancora! Per circa 50 anni il velocifero resta una creatura così, senz’arte né parte. Poi, verso il 1855, inizia lo sviluppo del velocipede a pedali. Si producono, in quegli anni, continue innovazioni: ruota enorme davanti con pedale diretto, ruote rivestite di ferro (scassa ossa, in inglese dette boneshaker). Poi arrivano i copertoni di gomma, i primi tentativi di trazione posteriore, la catena, le prime pedivelle, le ruote con i raggi, i cuscinetti a sfere, i telai di acciaio a sezione cava. Nel frattempo si sperimentavano anche modelli a tre e quattro ruote, considerati più stabili per gli anziani, modelli che poi saranno abbandonati o riservati, come i tricicli, per chi deve imparare a stare in sella in equilibrio.

Nella mostra di Asiago si può notare anche l’evoluzione di selle e sellini. In legno (ahi, che male!), in cuoio, in un modello venne provato anche un sellino molleggiatissimo, sostenuto da elastici. Non venne più usato perché, alla prima buca, il ciclista decollava con gravi conseguenze.

La bici socialista

Lasciamo un momento la mostra di Asiago (altrimenti vi racconto tutto e non ve la godete più) e parliamo un po’ della bici in salsa socialista. Durante i moti di Milano del 1898, quelli di Bava Beccaris, la bici, per la prima volta, venne percepita come al servizio dei moti popolari, come strumento di lotta politica, per l’uso evidente nei servizi di esplorazione e informazione da parte dei rivoltosi. Nel 1905, nasce la Federazione Ciclistica Trentina: la propaganda irredentista nell’area nord-orientale del paese si giova di questo nuovo mezzo, che sta diventando sempre più popolare, anche nei prezzi.

L’idea dell’utilità sociale della bici e di un suo uso politico apre un dibattito tra i socialisti. Mussolini, ancora socialista massimalista, la vede come uno strumento di perdizione plutoborghese. I riformisti (Turati, Bonomi, Bissolati), dopo un’iniziale opposizione alla bici in quanto espressione del lusso e della ricerca del puro divertimento borghese, iniziano a considerarla come strumento di nuova democrazia. Bonomi, in un editoriale dell’Avanti! scritto per l’esordio del Giro d’Italia, la indica chiaramente come strumento di nuova democrazia, che ha livellato ricchi fondiari e contadini, uomini e donne. Nei primi anni del secondo decennio del ‘900, inizia la costituzione delle prime sezioni di ciclisti rossi. Segue il 10 agosto del 1913 la costituzione della Federazione nazionale dei Ciclisti Rossi.

L’Avanti!, sempre nel 1913, pubblicizza l’acquisto del nuovo ciclo AVANTI, chiamato come la testata. Lo diciamo a Renzi, che ne dite? E’ pubblicizzato come un “velocipede popolare, solido, elegante, a buon mercato, con lo sconto per i compagni, da viaggio, da corsa e…pure da donna”. E vai!!!! Però, c’è un però. I veri socialisti lo usano per fare propaganda e devono approfittare del ciclismo per stringere vincoli di amicizia e fratellanza, insomma, per far proselitismo. Siamo ancora nel guado del rapporto tra proletariato e sport, o per dirla nei nostri toni moderni, tra socialismo dionisiaco (la libertà e felicità del singolo) e socialismo del risentimento (lotta di classe al servizio delle masse).

Isabella Ricevuto Ferrari

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