giovedì, 20 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

La strategia dell’inganno.
La fine della I Repubblica
Pubblicato il 12-07-2017


prima_seconda_repubblica_940È il 1989: cade il muro di Berlino. 1992: il pentapartito ha ancora più del 50% dei voti, il Pds è al 16%, la Lega all’8%. 1994: si vota con il maggioritario, Berlusconi, Bossi e Fini vincono le elezioni. Il pentapartito scompare. In soli due anni l’Italia rivolta un sistema di potere, che, nel bene e nel male, aveva gestito la cosa pubblica dalle macerie della seconda guerra mondiale in poi. Nei successivi anni le principali aziende pubbliche italiane furono vendute a italiani e stranieri. Stefania Limiti, nel suo sconvolgente libro ‘La strategia dell’inganno. 1992-1993. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia’ (Chiare lettere edizioni), evidenzia che il passaggio non fu indolore. Una ricerca approfondita, certosina, con nomi, date, atti giudiziari, testimonianze inedite raccolte dall’autrice, mette in fila una serie di fatti che avrebbero messo a soqquadro qualsiasi democrazia, anche la più radicata: il 5 gennaio 1992 – elenca il libro – viene collocato un ordigno sulla linea ferroviaria Brindisi-Lecce, la strage è evitata perché il treno ha qualche minuto di ritardo. Dopo la conferma in Cassazione della sentenza del maxiprocesso a Cosa Nostra (30 gennaio 1992), il mese successivo Toto’ Riina invia a Roma un gruppo scelto per uccidere Costanzo, Barbato, Martelli e Falcone. Ma l’operazione viene interrotta, c’è qualcosa di più urgente da fare in Sicilia, la strage di Capaci. E nei progetti di Cosa Nostra ci sono anche le uccisioni di Andreotti, Mannino, Ando’, Di Pietro, La Barbera e De Caprio (il capitano Ultimo).

Il 12 marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima. Il 23 maggio si consuma la strage di Capaci e il 19 luglio quella di via D’Amelio. Il 17 settembre 1992 viene ucciso Ignazio Salvo, l’imprenditore legato a Cosa Nostra. Alla fine del 1992 sul pavimento di un museo di Firenze viene versata della benzina che per fortuna non prende fuoco. Il 5 novembre una bomba da mortaio viene scoperta nei giardini di Boboli. Il 14 maggio 1993 l’attentato di via Fauro: Maurizio Costanzo è illeso per miracolo. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 l’esplosione di via dei Georgofili a Firenze uccide 5 persone. Il 2 giugno 1993 viene scoperta un’autobomba in via dei Sabini, a due passi da Palazzo Chigi, dove abitualmente passa il Presidente del Consiglio Ciampi. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 tre bombe quasi in contemporanea: via Palestro a Milano (5 morti), Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma. Quella stessa notte a Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche. L’entourage di Ciampi teme un colpo di Stato. Il 30 luglio viene ritrovato un ordigno accanto al carcere militare di Forte Boccea, dove è rinchiuso Bruno Contrada. Il 18 settembre un’autobomba esplode davanti alla caserma dei carabinieri di Gravina di Catania (quattro militari feriti). Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre un ordigno esplode sul davanzale di una finestra del Palazzo di Giustizia di Padova. Nel novembre 1993 nasce il partito indipendentista ‘Sicilia Libera’, rientrante “in un piano strategico messo a punto da Provenzano, Bagarella, Graviano e Ciancimino”.

Nello stesso mese la mafia progetta di uccidere il capo della Dia De Gennaro. Nel gennaio 1994 fallisce la strage più clamorosa: l’autobomba posteggiata in viale dei Gladiatori, vicino allo stadio Olimpico di Roma. Il 18 gennaio 1994 due carabinieri perdono la vita in un agguato mortale a Scilla in Calabria. Il 24 gennaio 1994 viene sventato un attentato contro Luca Pistorelli, pm di Trapani, titolare di inchieste su Gladio e massoneria. Il 14 aprile 1994 il fallito attentato a Formello al pentito Totuccio Contorno. E’ finita? No: in quegli anni abbiamo la banda della Uno bianca (24 morti tra Emilia Romagna e Marche), Unabomber (bombarolo seriale con 30 ordigni tra Veneto e Friuli), lo scandalo dei fondi neri del Sisde (le indagini sui cento milioni al mese concessi o meno ai ministri dell’Interno), il progetto di un assalto alla sede Rai di Saxa Rubra, i contatti tra mafia e ‘ndrangheta per una Cosa Nuova, il ruolo nei servizi segreti di Adolfo Salabe’, amico di Marianna Scalfaro. In Italia si sviluppò la tempesta perfetta. Nel novembre 1991 Antonio Di Pietro, pm di Milano, preannunciò Tangentopoli al console Usa Peter Semler. “Le indagini – riferirà Semler anni più tardi – avrebbero raggiunto Craxi e la Dc” e il Consolato tenne sempre al corrente Washington. Cosa Nostra – scrive Limiti – aveva deciso già nel 1991, prima dell’introduzione dell’odiato regime di carcere duro, di esprimere il suo potenziale di vendetta contro una classe politica che le aveva voltato le spalle. Agli occhi dei mafiosi Andreotti e Martelli avevano tradito.

strategia dell'ingannoMa fu solo la mafia protagonista di tutta questa violenza eversiva? Gianni De Gennaro, all’epoca capo della Dia, parlò – scrive Limiti – “esplicitamente di accordi tra cupola mafiosa e altri centri di potere”. Pietro Grasso, all’epoca magistrato antimafia, dichiarò: “Cosa nostra ha agito, ma c’erano anche altri interessi, di strategia politica, di tipo economico, legati agli appalti pubblici, e di entità deviate rispetto alle proprie funzioni istituzionali”. Nicola Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, riunì a fine luglio 1993 i questori di tutta Italia e disse: “Qui ci sono forze occulte e reazionarie che vogliono spingere il Paese verso uno sbocco autoritario.
Non abbiamo dati per indicare le forze occulte che l’hanno organizzata, ma siamo davanti a un’imponente e meticolosa orchestrazione stragista con obiettivi politici”. Stefania Limiti scrive: “Mentre avviene tutto questo, e ancora altro, la pattuglia della Procura di Milano avanza con il passo delle armate del generale di Bava Beccaris e mette in ginocchio i partiti storici che coincidono con lo Stato. La borghesia europea si frega le mani: gli Stati nazionali non hanno più il controllo della moneta e della liquidità interna dopo il Trattato di Maastricht firmato agli inizi del 1992. Il concetto di ‘utilità sociale’ può sopravvivere solo dentro i binari del mercato e della concorrenza, finisce l’era delle partecipazioni statali e dell’impresa di Stato, diventa tabù il finanziamento del deficit pubblico: un quadro nel quale l’Italia è un debitore coatto.

I palati fini di alcuni nostri commentatori – prosegue Limiti – non sopportano di sentir parlare del Britannia, lo yacht da crociera della casa reale inglese messo a disposizione per un incontro al largo delle acque di Civitavecchia, dicono che è roba da complottisti. Eppure quella festa della Repubblica, era il 2 giugno del 1992, è ricordata per l’incontro tra i banchieri d’affari della City e il gotha dei dirigenti economici italiani: i primi spiegano ai secondi come si fanno le privatizzazioni, sull’esempio inglese. La torta è appetitosa, stimata in circa 100mila miliardi di vecchie lire. Le privatizzazioni sono nel segno di un furore ideologico: vanno fatte assolutamente, si dice, per limitare l’invadenza della politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche e per mettere un bel punto al sistema della presenza dello Stato nell’economia. Solo in seguito apprenderemo che non è quello il toccasana per risolvere il problema del debito pubblico e che tutto era stato realizzato senza un progetto di riorganizzazione del sistema. Del resto, chi avrebbe dovuto occuparsene? Dov’era la classe politica dirigente?”. Infine una chicca del libro di Limiti sui fondi neri del Sisde: “Il pm Antonino Vinci aveva scoperto 14 miliardi depositati in conti intestati a vari dipendenti ed ex dipendenti del Sisde nonché ai loro familiari, non seppe come gestire la situazione, forse si spavento’. Dopo consultazioni febbrile e riservate, tra il ministro dell’Interno Mancino, i capi della Polizia Parisi e del Sisde Malpica e i loro più stretti collaboratori, il magistrato propose una soluzione, potremmo chiamarla il ‘lodo Vinci’.

La trovata sembrava geniale: considerare i depositi nient’altro che conti del servizio sotto copertura; se gli intestatari avessero consegnato al magistrato i relativi libretti, lui li avrebbe girati al direttore del servizio e, con grande soddisfazione di tutti, l’istruttoria si sarebbe potuta chiudere lì. Il ‘pacco’ tuttavia non riuscì, anche grazie a un giudice di buona volontà, Leonardo Frisani. Siamo nell’estate del 1993 e sta per venire giù il mondo. I funzionari del servizio coinvolti nell’inchiesta non intendono essere i soli a pagare: tentano di coinvolgere i ministri dell’Interno dal 1983 al 1994, cioè Scalfaro, Gava, Scotti e Mancino. Indagare sull’uso di quei fondi, in pratica, significava mettere alla sbarra l’intera gestione democristiana, travolgere i vertici istituzionali di quel momento e forse ben altro. La soluzione fu innanzitutto politica: Ciampi respinse le dimissioni del ministro Mancino. Il Tribunale dei ministri si occupò della sconveniente faccenda decretando l’assoluzione per tutti gli interessati – per Scalfaro arrivò nel 2001 – ma nel frattempo, anche nella Procura di Roma, si era aperto un drammatico contenzioso. Il punto era che nessuna legge prevedeva che il Sisde dovesse fornire denaro al ministero dell’Interno, neanche per adempiere compiti istituzionali.

I ministri interessati hanno sempre negato quei versamenti mensili. Il 3 novembre 1993, alle 22,30, a reti unificate arrivò il ‘Non ci sto!’ di Oscar Luigi Scalfaro. Scalfaro evidentemente – scrive Limiti – aveva le sue buone ragioni per ritenere che le accuse che gli stavano piovendo addosso fossero un tentativo di sfidarlo e di intimidirlo, attuato da una parte della classe dirigente e degli apparati che, travolta dalle vicende giudiziarie di quei primi anni Novanta, stava cercando di inquinare la vita politica e condizionare le future elezioni. Anche con le bombe. Fu lui, con quelle frasi sibilline, dense, inquietanti, a stabilire un legame tra gli atti stragisti condotti dalla mafia sul continente e lo scandalo dei fondi neri del Sisde”.
(Fonte: AGI)

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