lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Italia di fronte
al contrasto tra gli USA
e la Germania
Pubblicato il 28-07-2017


merkel-trumpL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha avuto l’effetto di fare emergere in tutta la sua estensione il latente “conflitto” esistente tra il Paese a “stelle e strisce” e quello europeo, potenza globale emersa sulle ceneri della Grande Depressione che l’economia-mondo ha sperimentato negli ultimi dieci anni. La latenza del conflitto aveva sinora nascosto il fatto che i motivi della sua nascita risalgono a molto tempo addietro; le circostanze attuali sono solo l’occasione che ne ha determinato l’”emersione”.

Come viene osservato nell’Editoriale del n. 5/2017 di Limes, a partire dalla sconfitta di Hitler, gli USA, assurti a potenza mondiale già dalla fine della Grande Guerra, hanno “ricostruito” l’Europa devastata per “controllare essenzialmente la Germania e impedirne l’aggregazione all’impero sovietico”. Ciò è stato realizzato con l’organizzazione di un’”Euroamerica”, fondata su due pilastri: “il primo, geopolitico, il Patto Atlantico, con il suo braccio militare, la NATO (1949). Il secondo, geoeonomico, la Comunità poi Unione Europea […], paradigma dell’impero [degli USA] per consenso stabilito da Washington”, del quale sono stati “premessa inaggirabile il Piano Marshall (1947) e il miracolo economico tedesco, favorito dal battesimo del marco, per unilaterale iniziativa americana (1048)”. E’ da considerarsi sorprendente che nella retorica narrativa circa i motivi e gli ideali costantemente ricordati in tutte le celebrazioni europeiste, si perseveri nel sorvolare sulla “matrice statunitense” del cosiddetto “progetto europeo”.

Com’è noto, dopo la sua sconfitta, la Germania sconfitta è stata “smembrata” fra tutte le potenze vincitrici e la “spartizione” è stata considerata la “garanzia reciproca tra i vincitori della guerra, subito mutati in rivali”, per cui nessuno poteva portarla dalla propria parte, ma tutti erano impegnati “al di qua e al di là della cortina di ferro, a impedire la rinascita della Germania unita”. Anche questo è un aspetto normalmente trascurato dalle narrazioni storiche concernenti la seconda parte del secolo scorso riferite al Vecchio Continente; ciò che viene ignorato e taciuto è il fatto che la contrapposizione Est-Ovest non escludeva la convergenza dell’interesse dell’Unione Sovietica e dei Paesi occidentali, cioè dell’America, e soprattutto, della Francia e della Gran Bretagna; Paesi, i quali, in quanto vincitori dell’hitlerismo, erano convinti che il miglior modo di preservare la pace tra i popoli fosse quello di tenere lo Stato tedesco disunito, poiché considerato “come intrinsecamente militar-imperialista”.

Fino al 1990, la creazione di due Stati tedeschi, sorti per iniziativa delle potenze vincitrici, ma dotati di scarsa sovranità, è stata “inscritta nel regime di occupazione interalleata sancito il 5 giugno 1945 dalla dichiarazione di Berlino”, con cui le quattro potenze occupanti si sono attribuiti i pieni poteri sulla Germania sconfitta. Con la creazione dei due stati tedeschi, la Repubblica Federale tedesca e la Repubblica Popolare Tedesca, i Paesi occupanti hanno evitato – osserva l’Editoriale di Limes – di “dissolvere formalmente il Reich”; fatto questo che sarebbe stato possibile realizzare solo con un trattato di pace che, però, avrebbe restituito ai tedeschi la piena sovranità statuale. Le potenze vincitrici hanno così preferito diventate collettivamente i successori dell’antico impero tedesco, generando in tal modo “un paradosso tuttora vigente: il fantasma dell’impero germanico, tenuto virtualmente in vita dai vincitori”, per assicurarsi l’un l’altro che non si ricostituisse un effettivo soggetto geopolitico desinato a diventare un futuro concorrente.

La nascita della Repubblica federale Tedesca aveva solo parzialmente alleviato il regime di occupazione da parte dei Paesi vincitori del terzo Reich hitleriano; ma il territorio federale era divenuto, oltre che il deposito delle armi atomiche utilizzate per il contenimento dell’URSS, anche la sede nella quale l’intelligence statunitense poteva intercettare con discrezionalità tutte le comunicazioni riguardanti lo Stato federale in regime di semi indipendenza.; in sostanza, la Repubblica Federale Tedesca era nata e viveva “come satellite americano”.

Tuttavia, dopo il crollo del “Muro”, e con esso quello dell’URSS, e l’integrazione (favorita dall’America) dei Länder orientali nella Repubblica Federale, le relazioni tra gli USA e la Germania si sono aperte ad una nuova prospettiva. La scelta americana, anche contro la resistenza di Francia e Gran Bretagna, non era immotivata, ma sorretta dal convincimento che la Germania non dovesse mai più svolgere un ruolo di superpotenza; convincimento, questo, fondato sull’idea che la riunificazione dopo il crollo dell’URSS sarebbe stata inevitabile, per cui tornava comodo “controllare” il centro dell’Europa attraverso un Paese “amico”.

La realtà è evoluta prendendo una piega del tutto imprevista, che nel tempo è valsa ad aprire un solco tra USA e Stato Germanico, caratterizzatosi in modo crescente, sia in termini economici, che in termini politici. Dal punto di vista economico, la storia ha fatto sì che venissero a trovarsi di fronte il Paese, gli USA, con il più alto debito estero, e quello, la Germania, con il più alto surplus commerciale. La diversità delle posizioni finanziarie nei confronti del resto del mondo era il risultato – afferma l’Editoriale di Limes – delle differenze esistenti nelle culture politico-istituzionali prevalenti all’interno dei due Paesi: quella americana, “profondamente ottimistica, universalista e messianica, fondata sulla libertà e sulla responsabilità individuale, sulla limitazione del potere statale e sulla religione del capitalismo”; quella tedesca che, nonostante l’influenza pluridecennale del Paese a “stelle e strisce”, si è conservata “pessimista, introvertita, volta ad addomesticare gli spiriti animali del mercato in nome della solidarietà e del consenso”.

Partendo da posizioni tanto diverse è stato inevitabile che i due Paesi a confronto non si intendessero riguardo al modo più conveniente di governare le relazioni internazionali, strumentali agli Usa, per la gestione del loro impero, sia pure in fase calante, e alla Germania, in funzione, però, dei suoi crescenti interessi economici. Un obiettivo, qust’ultimo che il Paese teutonico ha inteso perseguire attraverso una presenza attiva ed egemone all’interno dell’Unione Europea.

Poiché lo spazio comunitario è divenuto troppo vasto ed eterogeneo, esso ha finito con l’essere stato lentamente percepito contraddittorio dall’establishment tedesco rispetto alle proprie ambizioni, a tal punto da aver interiorizzato l’idea di eliminare la contraddizione con un mutamento dello “stare in Europa” della Germania, attraverso un’”Europa a due velocità” o, peggio, con la realizzazione di un “nucleo centrale europeo”, costituito, oltre che dalla Germania, dagli altri Paesi e regioni europee legati alla “catena industriale” tedesca. In tal modo – afferma l’Editoriale di Limes – la Repubblica Federale Tedesca verrebbe a configurarsi “come collante dei diversi gironi europei, in una lasca ma intangibile cornice. Così rovesciando il postulato genetico Euramerica, che faceva delle Comunità uno dei due pilastri attorno a cui organizzare il contenimento della Germania”.

Lo strumento decisivo per riorganizzare l’Unione europea, in modo che questa non risulti contraddittoria rispetto all’obiettivo della tutela degli interessi tedeschi, è l’euro, “una divisa bizzarra e priva di uno Stato che la garantisca”, che non gode buona fama tra i Paesi esterni al “nucleo centrale europeo”; a tenere in vita tale divisa “resta la paura delle catastrofi” che potrebbero derivare dalla sua morte e che la Cancelliera Merkel sembra impegnata a salvare sino a che sarà possibile.

Il pericolo di una crisi irreversibile dell’Eurozona preoccupa l’Amministrazione americana, perché se la moneta unica fallisse porterebbe al fallimento anche il progetto di Unione Europea, cioè del disegno col quale gli Stati Uniti hanno cercato di tenere sotto controllo la rinascita di una Germania, la cui forza economica potrebbe spingerla a maturare obiettivi politici globali. A preoccupare gli Stati Uniti, oltre alla possibile crisi irreversibile dell’Eurozona, è anche la “svolta tedesca sul fronte militare”, non solo perché la Germania intende dotarsi di forze armate moderne, ma anche perché analisti e politici tedeschi hanno avviato un dibattito sull’opportunità che il Paese si doti da solo, o assieme ad altri, di un arsenale atomico.

La crisi della Germania con gli USA, che si trascinava latente da anni, è fragorosamente emersa dopo la conclusione “traumatica” del G7 di Taormina, portando lo scontro a vivere “una fase acuta”, a causa soprattutto della riaffermata vocazione mercantilistica di Trump e della sua intenzione di chiamare gli Stati che sinora si sono avvalsi dell’”ombrello protettivo” della NATO a spese del Tesoro americano ad accollarsi il peso di una maggiore partecipazione al costo del suo mantenimento. Da quest’ultimo punto di vista, in particolare, “con 50 miliardi di dollari di avanzo commerciale nei confronti della superpotenza americana – afferma Dario Fabbri in “Così gli Stati Uniti attaccheranno la Germania” (Limes n. 5/2017), e con 179 installazioni militari del Pentagono sul suolo tedesco, “agli occhi di Trump la Germania incarna il nemico perfetto, la nazione parassita che approfitta dell’altrui generosità”. Il neo presidente americano è deciso a “stravolgere” la tradizionale relazione bilaterale che sinora è stato possibile conservare tra i due Paesi, “costringendo Berlino a incrementare il budget della difesa. Per realizzare l’aumento dell’export statunitense e la diminuzione del fardello militare promessi al suo elettorato”.

D’altra parte, Berlino non può trascurare il fatto che gli USA rappresentano un importante sbocco per le esportazioni tedesche; nel 2016, ad esempio, gli Stati Uniti sono stati “il terzo partner commerciale della Germania, con 165 miliardi di euro di interscambio, pressoché alla pari della Francia (167 miliardi) dietro soltanto la Cina (170 miliardi), nonché il primo mercato per l’export teutonico con 107 miliardi di euro”. Inevitabile, quindi, il risentimento tedesco di fronte alle “minacce trumpiane” che, se attuate, ostacolerebbero la politica economica tedesca, orientata all’esportazione in tutto il mondo. E’ ancora inevitabile, quindi, che la Germania guardi l’altra sponda dell’Atlantico “con occhi lucidamente antiamericani, decisa a sottrarsi alla “eterodirezione e […] perseguire unilateralmente i propri interessi, specie nei confronti di Russia e Cina”.

Quale potrà essere la conclusione dello scontro in atto? Difficile dirlo; si può tuttavia concordare con chi ritiene che la disgregazione dell’Occidente, come esito di un ulteriore approfondimento del confronto tra i due Paesi interatlantici, non convenga né all’America, né all’Europa; gli Stati Uniti non possono rinunciare all’”ordine mondiale” in nome della nazione, mentre l’Europa, ovvero ciò che resta ancora dell’originario progetto europeo, ormai ridotto a “vaga categoria dello spirito”, sia pure afflitta dalla contrapposizione tra i diversi interessi nazionali, potrebbe materializzarsi in una “Piccola Europa Confederata” in salsa tedesca.

Quali le possibili scelte dell’Italia in tutto questo rimescolamento delle carte a livello di politica internazionale? Si osserva che non sceglierà l’America, perché il protezionismo trumpiano, se attuato, sarebbe messo in discussione il perno intorno al quale gira l’export nazionale; sceglierà forse la Piccola Europa a trazione germanica, oppure non sceglierà affatto, perché l’Italia preferisce spesso subire le scelte altrui, piuttosto che esprimere le proprie.

Gianfranco Sabattini

 

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