martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Luca Fantò
Rinnovare la sinistra,
rilanciare il Socialismo italiano
Pubblicato il 17-07-2017


o letto con interesse l’intervento del compagno Cinquepalmi.
Un’analisi interessante centrato sulla necessità di un cambio di ruolo e di azione da parte dello Stato.

Ci troviamo infatti di fronte ad una situazione sociale tragica. Situazione i cui contorni emergono ormai con chiarezza. Il crollo del PIL, della produzione industriale e degli investimenti, la crescita spaventosa della disoccupazione: effetti della crisi. Una crisi che però non sembra aver colpito la popolazione in ugual maniera, anzi, in Italia la crisi, invece di “rimescolare le carte”, ha aumentato le diseguaglianze tra fra chi guadagna meno e chi guadagna di più.

Il “Corriere della sera” riportava alcuni giorni fa l’analisi di un economista della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, in cui veniva spiegato come, in Italia, il calo del reddito abbia colpito maggiormente gli ultimi rispetto ai primi che al contrario hanno spesso visto crescere la propria ricchezza. In Italia la crisi ha funzionato da amplificatore delle diseguaglianze.

Ed ecco quindi puntuali i dati ISTAT per il 2016 che descrivono un’ Italia con oltre un milione e mezzo di famiglie povere, più di cinque milioni di poveri. Un’Italia povera.
Ciò che colpisce maggiormente dell’analisi è che i poveri non sono solo coloro che non lavorano, ma anche chi lavora e percepisce troppo poco.
Il lavoro di per sé non garantisce in Italia benessere. A mio parere questa è una nostra mancanza, un fallimento dei socialisti, di coloro che sono stati e sono membri del PSI.
Lo Stato? Lo Stato è troppo debole, poco presente nell’economia, soggetto alla finanza.
La questione banche venete ne è la dimostrazione.
“Sic stantibus rebus”, lo Stato, per aiutare migliaia di dipendenti, piccoli azionisti e piccoli risparmiatori caduti nelle maglie di un capitalismo finanziario “patronale” e “localistico”, ha dovuto accettare una soluzione di fatto imposta dal sistema bancario, impiegando miliardi per far si che la crisi di queste banche danneggiasse il meno possibile, la maggior quantità possibile di cittadini. Lo Stato ha subito una situazione che non ha saputo governare. Il Decreto convertito in legge è il male minore che il Parlamento ha necessariamente dovuto accettare.

La crisi delle banche venete ha evidenziato la debolezza della classe dirigente che per decenni le ha condotte ma soprattutto è paradigma, oltre che della debolezza dello Stato, della fragilità e del provincialismo di una parte importante del capitalismo italiano.
Allora cosa fare.
Innanzitutto prendere realmente atto del fallimento del sistema economico basato sul profitto come attivatore di “buone pratiche”, prendere atto di come non sia possibile caricare l’impresa, il privato di responsabilità sociali. Il concetto di “sussidiarietà” è evidentemente fallimentare in mancanza di una solidarietà forte tra Stato e cittadino.
In secondo luogo restituire valore e forza a quella visione di una società in cui uno Stato efficace si pone al fianco dei cittadini e quindi anche delle imprese, nel percorso di sviluppo sociale ed economico del Paese.
In terzo luogo è necessario restituire dignità ai lavoratori come soggetti generatori di lavoro ben pagato e dignitoso. La certezza del lavoro (anche se ci fosse…) evidentemente non basta poiché sempre più si configura come sfruttamento dei lavoratori.
Infine restituire alla scuola pubblica il compito di attivatore di mobilità sociale di cui è stata privata scientemente. Non possiamo accettare che la scuola sia una palestra per esecutori (sostegno alle competenze a danno delle conoscenze). Senza una scuola pubblica efficace (non necessariamente efficiente) non c’è uguaglianza di opportunità e quindi non c’è giustizia sociale.
Ma tutto ciò non potrà mai essere se il mondo della politica non riuscirà a prendere nuova consapevolezza della propria funzione, a partire da noi stessi, da noi socialisti.
La politica deve tornare a Governare il Paese, non a limitare i danni fatti da chi lo governa impropriamente e a proprio vantaggio.
La politica per trovare la forza di governare deve tornare ad essere un esempio per i cittadini.
La politica non potrà contare (per fortuna) su una nuova lotta partigiana per poter disporre di decine, centinaia di esempi di rigore morale. Dovrà perciò trovare in essa stessa quella forza necessaria farne un nuovo esempio.
Tutto ciò necessità di un cambio di mentalità. Nella sinistra sostiene il compagno Segretario regionale della Lombardia, io direi nei socialisti. Dobbiamo riappropriarci con orgoglio del nome che custodiamo nella consapevolezza che tutto ciò di cui stiamo parlando è racchiuso in una sola magnifica parola: Socialismo.

Luca Fantò
Segr. Reg. PSI del Veneto

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Commenti all'articolo
  1. Se non ne ho frainteso il senso, questo articolo sembra orientato verso una concezione piuttosto “statalista” della economia, e della società, il che non si confà molto coi canoni e principi del liberal-riformismo, cui dovrebbero ispirarsi, a mio avviso almeno, gli eredi autentici delle socialdemocrazie.

    In ogni caso, che la si condivida o meno, si tratta di una posizione abbastanza chiara – sempreché, come dicevo, l’abbia ben interpretata – e a me sembra che i socialisti siano chiamati sempre più spesso a dover scegliere tra opzioni di segno “riformista” oppure ad impronta “massimalista”.

    Paolo B. 17.07.2017

  2. Per rilanciare il Socialismo occorre rimodulare la politica del PSI partendo dai dettami della Conferenza Programmatica di Rimini del 1982.Venne auspicato un cambio di mentalità per evitare la nostra collocazione politica nella “sinistra” o nella “destra”.Il Socialismo,allora riformista e Craxiano,doveva crescere mediante un progetto “autonomista”.Si volevano assorbire consensi dell’elettorato sensibile di destra e di sinistra verso la convergenza centripeta di governo senza impronta “massimalista”.Manfredi Villani

  3. Io sono d’accordo con Fantò. Essere socialisti democratici non significa affatto lasciare le grandi multinazionali libere di fare profitto senza un minimo di rispetto per la condizione umana.
    Il profitto non sarà mai un elemento di progresso di per sè. Qualcuno dei liberal-liberisti obietterebbe che mettere lacciuoli al sistema frena gli investimenti nel nostro paese; per quanto mi riguarda questo motiva il rilancio dell’internazionalismo. Non si deve essere liberi di sfruttare le persone, nè in Italia, nè altrove.
    Rilanciare la giustizia sociale come principio cardine del socialismo non è massimalismo!

  4. Io sono d’accordo con Fantò. Essere socialisti democratici non significa affatto lasciare le grandi multinazionali libere di fare profitto senza un minimo di rispetto per la condizione umana.
    Il profitto non sarà mai un elemento di progresso di per sè. Qualcuno dei liberal-liberisti obietterebbe che mettere lacciuoli al sistema frena gli investimenti nel nostro paese; per quanto mi riguarda questo motiva il rilancio dell’internazionalismo. Non si deve essere liberi di sfruttare le persone, nè in Italia, nè altrove.
    Rilanciare la giustizia sociale come principio cardine del socialismo non è massimalismo!

  5. Io ricordo che un tempo vigeva da noi il cosiddetto capitalismo industriale il quale, dal momento che dava profitto a chi lo conduceva, venne di sovente osteggiato da quanti, fin da allora, si proponevano di “far piangere i ricchi”, e successe poi che non poche di quelle imprese dismisero la propria attività, o la passarono a mani straniere, e altre ancora la delocalizzarono fuori dai confini nazionali, con la perdita dei relativi posti di lavoro (bisognerebbe interrogarsi sulle cause che hanno portato a tale cambiamento).

    Poi è intervenuto il cosiddetto capitalismo finanziario che, anche in virtù della globalizzazione, sfugge di fatto al “controllo” dei singoli Paesi, e loro corpi sociali, stando almeno a quanto leggiamo e sentiamo dirci, e in queste condizioni l’applicazione del principio di “giustizia sociale”, come lo abbiamo comunemente inteso, può riuscire più difficile, e potrebbe altresì indurre la multinazionale di turno a trasferirsi o comunque investire altrove, con ulteriori ricadute negative sui nostri livelli occupazionali.

    A questo punto, volendo introdurre un qualche correttivo o elemento di riequilibrio e contrappeso, quantomeno a casa nostra, anziché ricorrere all’internazionalismo, come suggerisce Piero, bisognerebbe forse percorrere in questa fase una strada abbastanza diversa, se non opposta per certi versi, ipotizzare cioè una qualche dose di “protezionismo” o “autarchia”, cui forse qualcuno in Europa sta già pensando, così da bilanciare in qualche misura il libero mercato, o piuttosto le sue eventuali forzature.

    So bene che il termine “autarchia” è per molti parecchio indigesto, anche perché richiama un periodo storico che si vorrebbe dimenticare, ma in economia occorre essere nondimeno pragmatici, quando le circostanze lo consigliano, cercando se possibile di mettere in sintonia i modelli nuovi con quelli più convenzionali, in modo che si compensino a vicenda, onde evitare il rischio di incognite ed imprevisti se si abbandona del tutto la “vecchia via” (ma occorse sapersi muovere con maestria e avvedutezza tra presente e passato, ovvero fra modernità e tradizione).

    Paolo B. 30.07.2017

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