giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Marsili e Varoufakis. “Terzo spazio” e superamento della crisi
Pubblicato il 04-07-2017


Diem25-Napoli-1024-259x190Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis hanno scritto un “Manifesto” per lanciare un movimento volto al superamento, a livello europeo e nazionale della crisi attuale, che ha colpito il capitalismo globalizzato dal 2007/2008; il manifesto, il cui titolo è “Il terzo spazio. Oltre establishment e populismo”, sintetizzato nell’acronimo “DiEM25” (Democracy in Europe Movement 2025), illustra le ragioni per cui è oggi necessario creare una forza in grado di proporre un disegno politico in grado di rilanciare la crescita e la democrazia, nonché di sconfiggere le disuguaglianze sociali.
Nei vent’anni successivi alla caduta del muro di Berlino – affermano gli autori del manifesto – l’economia globale ha vissuto un periodo di crescita economica moderata, “seguita dalla rapida espansione della finanza speculativa e dai guadagni di produttività dovuti alla rivoluzione di Internet”. Ciò ha trovato il supporto nell’allargamento e nell’approfondimento della globalizzazione, che integrato progressivamente nell’economia mondiale il grande mercato della Cina, favorendo un processo di delocalizzazione senza precedenti di molte attività produttive delle economie di più antica industrializzazione verso mercati a più basso costo della forza lavoro; tutto ciò senza alcuna considerazione degli effetti “perversi” procurati a livello sociale all’interno dei Paesi che subivano in tal modo la de-industrializzazione che ne seguiva.
In Europa, tale processo ha condotto all’adozione della moneta unica da parte dei principali Paesi membri dell’Unione Europea della moneta unica, alla stabilizzazione del debito pubblico e alla creazione di alti livelli di benessere “dai piedi di argilla”; erano gli anni in cui, a parere di Marsili e Varoufakis, “un ceto politico subalterno non si faceva domande sulla sostenibilità del sistema e cancellava l’idea stessa di cambiamento dalla lotta apolitica”, salutando il crollo dell’Unione Sovietica come l’”avvento di un’epoca priva di conflitto sociale e politico, caratterizzato dal trionfo definitivo della democrazia liberale e del libero mercato”. Le nuove condizioni di operatività dell’economia-mondo hanno anche affievolito le tradizionali differenze tra destra e sinistra, mentre è stata teorizzata la “Terza Via, interpretata da Bill Clinton e Tony Blair”, che è servita a depotenziare la politica della sua “carica utopica”, motivando le forze che si identificavano negli establishment a credere che i singoli sistemi economici potessero essere governati attraverso la semplice gestione dell’esistente e senza immaginare la possibilità di un qualche cambiamento.
Dopo l’inizio della Grande Recessione, l’urgenza di “grandi cambiamenti” è tornata a proporsi con “prepotenza”, diventando “ogni giorno più palese che il pensiero unico che ha fatto da base a un’Europa politicamente immobile [fosse] ormai giunto al capolinea”. La fiducia nel fondamentalismo di mercato ha incominciato a perdere credibilità nell’immaginario collettivo; è stato sfatato il mito che i mercati, lasciati a se stessi, potessero impiegare le risorse nella maniera più conveniente e si è iniziato a credere sempre meno che il sistema finanziario potesse “essere la leva di un nuovo sviluppo – anzi è diventato un thanatos rapace e distruttivo che attacca a dismisura l’economia reale”. In particolare, l’opinione pubblica ha compreso che il modello economico costruito sulla base delle idee neoliberali affermatesi negli anni Ottanta del secolo scorso “non ha prodotto altro che disuguaglianze e polarizzazione della ricchezza”. La rivoluzione industriale indotta dalla digitalizzazione ha trasformato il tradizionale modello produttivo, mettendo in crisi il “binomio lavoro e consumo di massa” e contribuendo a promuovere una “grande trasformazione che cambierà alla radice il nostro modello di sviluppo, le nostre democrazie, la distribuzione della ricchezza e il senso stesso delle parole”.
La grande trasformazione in atto – affermano Marsili e Varoufalis – non è qualcosa di nuovo, considerato che la storia del Vecchio Continente “poggia su una doppia rivoluzione, quella francese e quella industriale”; sono state le grandi trasformazioni determinate dai due grandi eventi rivoluzionari a promuovere l’inizio della modernità dei Paesi europei, i cui sistemi sociali, sulla spinta della partecipazione politica e della democrazia, sono stati continuamente stravolti e ricostruiti. In pochi anni, i Paesi membri dell’Unione hanno vissuto l’”inizio della crisi finanziaria, la sua trasformazione in crisi del debito e crisi dell’euro”; negli stessi pochi anni, i Paesi europei sono precipitati in una crisi economica e sociale “apparentemente senza fine”, mentre i corrispondenti sistemi politici, che hanno dominato incontrastati per tre decenni, dalla fine del secondo conflitto mondiale alla metà degli anni Settanta, sono entrati in una crisi terminale.
In queste condizioni, il Vecchio Continente appare dominato e condizionato dalla presenza di una classe politica incapace di rispondere alle grandi sfide che le si parano davanti; esso si è trasformato in un campo di battaglia fra un “establishment in bancarotta e nuovi nazionalismi reazionari”: da un lato, la politica tradizionale “arroccata” a difesa dello status quo; dall’altro lato, “l’emergere prepotente di nuove forze regressive che sfruttano un sentimento reale e dilagante di insicurezza sociale per promuovere una piattaforma identitaria, reazionarie e autoritaria”. Perdurando questa situazione ed essendo divenuto attuale che l’Europa non è all’altezza di “rispondere alle grandi sfide del ventunesimo secolo”, si impone l’urgenza di “aprire un terzo spazio”, per sviluppare la capacità di uscire da un “sistema morente”; uno “spazio che metta insieme i tanti che già lavorano per un’alternativa, costruendo un’alleanza popolare vincente in grado di rappresentare un punto di orientamento nel disordine europeo” e di radunare quanti rifiutano di essere meri spettatori dell’implosione del Vecchio Continente; uno “spazio capace di salvare l’Europa da se stessa, trasformandola. Soprattutto, capace di mettere in campo un’alternativa concreta a un sistema economico truccato e a una democrazia corrotta”.
È per tutte queste ragioni che è nato il movimento “DiEM25”, il cui scopo è quello di contribuire, da un lato, ad affrancare i Paesi membri dell’Unione da una classe politica che, negli ultimi decenni, ha dato di sé solo l’immagine di una “casta preoccupata di proteggere i propri privilegi e di escludere qualunque alternativa reale”; dall’altro lato, a rimuovere l’idea che l’unica alternativa ai mali dell’Europa e dei Paesi membri sia fra “Europa dell’austerità e la disintegrazione del Continente”, per affermare una politica “capace di restituire speranza nel cambiamento e di ricostruire una visione del futuro”, attraverso il pieno ricupero della democrazia.
Per il governo della grande trasformazione in atto, è necessario il ristabilimento del sistema democratico; ciò perché questo, a differenza di altri sistemi politici, risulta essere quello più elastico, in quanto capace “di trasformare il conflitto tra parti politiche in una lotta con regole condivise. Di regolare, quindi la richiesta di cambiamento. Permettendone l’espressione prima che si arrivi a un punto di rottura”. Il sistema democratico, infatti, ha sempre offerto con la “parlamentarizzazione” del conflitto sociale di canalizzare i disagi causati dai cambiamenti organizzativi dei sistemi sociali, portando all’adozione di politiche che rispondessero agli stati di bisogno delle parti più deboli della società, permettendo così la continuità dell’organizzazione sociale ed economica in trasformazione. Oggi, però, la crisi del sistema democratico è tale da rendere impossibile un razionale governo dei cambiamenti che si impongono per superare la crisi sociale, politica ed economica in atto.
La vera crisi dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri + crisi della democrazia, dovuta all’impossibilità e incapacità delle élite di potere di affrontare le sfide che emergono dalla crisi in atto, pervase dal pensiero unico dell’immodificabilità dello status quo; i sistemi sociali sono così conservati in una condizione di sopravvivenza fallimentare, perché le forze politiche che si riconoscono negli establishment sono incapaci di offrire un’”alternativa reale alla miseria e all’esclusione di un numero sempre maggiore di cittadini”. Perché, si chiedono Marsili e Varoufakis, si è giunti a quest’empasse?
La risposta, è data dagli autori in termini che ormai sono entrati nella consapevolezza dei più: il capitalismo sociale inaugurato nel dopoguerra è entrato in crisi negli anni Settanta a seguito delle crisi energetiche e monetarie che si sono succedute in quegli anni, vanificando gli effetti delle politiche keynesiane sino ad allora attuate e dando inizio al processo che ha portato alle grandi trasformazioni ed ai problemi che l’Europa e gran parte delle economie di mercato del mondo stanno ora sperimentando; poiché, come l’esperienza insegna, solo una “crisi, reale e percepita, produce vero cambiamento” (com’è avvenuto in alcuni Paesi all’indomani della Grande Depressione, o all’indomani delle fine del secondo conflitto mondiale), è giunto il momento – affermano Marsili e Varoufakis – di sferrare una vera e propria battaglia” all’l’ideologia del neoliberismo e alla sua versione europea dell’ordoliberismo; ideologia che è servita a legittimare un “modello di politica economica e monetaria che vede nell’autonomia del mercato, nella centralità della finanza e nella riduzione del ruolo dello Stato i capisaldi di una strategia vincente”; che vincente però non è stata.
Il ruolo della politica, a seguito dell’egemonia dell’ideologia neoliberista (o ordoliberista) è uscito trasformato, nel senso che il potere decisionale è passato dalla sfera pubblica a quella economica; a sua volta, quest’ultima è stata “posta fuori dal controllo della democrazia e resa impermeabile alla volontà popolare”. La scissione dell’economia dalla democrazia non è stato l’esito di un qualche “coup de théâtre”; è stata la stessa politica a separare i due domini, in quanto ha aderito acriticamente all’idea che solo il mercato senza regole potesse rendere possibile il superamento dei motivi di crisi degli anni Settanta.
In tal modo, ha preso a dilagare un “senso della modernità” proprio di un mondo post-democratico, nel quale sono scomparse le distinzioni tra destra e sinistra, mentre le forze di centro-sinistra e di centro-destra hanno concordato di mettere a punto politiche pubbliche “dettate dal consenso emerso dalla rivoluzione di Ronald Reagan e Margarert Thatcher”; politiche che sono valse ad affermare una crescente svalutazione del lavoro, il primato del privato sul pubblico e la primazia dei mercati finanziari su quelli reali; mercati, quelli finanziari, che sono stati la causa dello scoppio della Grande Recessione del 2007/2008.
Lo smarrimento dell’elasticità del sistema democratico, seguito alla separazione della politica dall’economia, ha impedito che le trasformazioni iniziate a partire dagli anni Settanta del secolo scorso potessero essere governate attraverso le “istituzioni dello stato sociale e lo sviluppo di una nuova politica economica spinta da una domanda popolare capace di trasformare l’offerta politica ed elettorale”, in un “riformismo profondo” verificatosi in circostanze simili a quelle attuali, come nel caso del “New Deal”; un’esperienza affermatasi negli Stati Uniti per rimediare ai guasti del capitalismo liberista che aveva causato la Grande Depressione del 1929/1932, ma che in Europa sarebbe stata vissuta solo dopo la “tragedia della seconda guerra mondiale”.
Le élite politiche di oggi sono lontane dall’idea di proporre politiche sul tipo di quelle adottate in passato negli Stati Uniti e in Europa; anzi, le forze tradizionali di centro-sinistra e di centro-destra tendono sempre più a fare fronte alle difficoltà per assicurare la governabilità e la continuità dello status quo, trasformando la convergenza delle forze di sinistra e di destra dell’Unione Europea e dei sistemi sociali dei Paesi membri in un blocco politico da “ultima trincea” prima della prevedibile rotta irreversibile.
Di fronte alla situazione descritta, quale obiettivo può darsi il “Terzo Spazio”? L’obiettivo, secondo Marsili e Varoufakis, non può che consistere nel tentativo di riunire “sotto lo stesso ombrello” i mostri nazionalisti reazionari, i populismi di sinistra e quant’altri siano disposti a battersi per “legittimare aspirazioni di cambiamento di un sistema finito”; ciò perché, la protesta dei molti movimenti, pur diversamente orientati sul piano ideologico-politico, gode di un’ampia legittimazione sociale, in quanto rifiuta ciò che l’estremismo di mercato ha concorso a causare, con il mix di austerità, di iperglobalizzazione, di disoccupazione di massa irreversibile, di ineguaglianze e di “ritirata democratica”.
Che dire dei propositi di Marsili e Varoufakis? Il loro obiettivo potrà esser percepito dagli establishment europei come estremista e velleitario; tuttavia è difficile sottrarsi all’idea di un’urgente azione politica innovatrice per contrastare forze sociali destinate a provocare un caos politico incontrollabile. Se ciò accadesse, il superamento dello status quo non ammetterebbe altra alternativa che un salto nel buio, che varrebbe a proiettare i singoli sistemi sociali europei in una crisi politica ed economica dalla quale sarebbe impossibile uscire in tempi brevi.

Gianfranco Sabattini

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