sabato, 20 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Nicola Barbato, indimenticato apostolo del socialismo
Pubblicato il 19-07-2017


Nicola_BarbatoPiana degli Albanesi, nell’hinterland palermitano, a metà dell’800 era un piccolo comune di poche migliaia di anime, in gran parte braccianti agricoli di ascendenza schipetara, che da secoli sperimentavano la precarietà dell’occupazione, la vita stentata nei latifondi, lo sfruttamento dei proprietari col sottosalario, e la spietatezza dei campieri.

In questa realtà così povera e bisognosa di riscatto il 5 ottobre del 1856 nacque Nicola Barbato. Era ancora ragazzo quando perdette il padre, sicchè non ebbe una infanzia e una prima giovinezza facili. Iniziò gli studi nel Seminario greco-albanese, con difficoltà per le ristrettezze economiche della famiglia, ma seppe portarli a compimento con risultati brillanti fino all’Università, che frequentò a Palermo, dove si iscrisse ai corsi di Medicina.

Intelligente, curioso di sapere, venne subito coinvolto nell’ambiente culturale palermitano, allora vivacizzato dalle dottrine positivistiche ed evoluzionistiche attraverso docenti universitari, gruppi studenteschi e operai aderenti al socialismo e impegnati a promuovere conferenze e fogli di propaganda. Conseguita la laurea, lavorò presso l’Ospedale di Palermo, dove alla cura dei pazienti unì gli studi di psichiatria riferiti in particolare alla psicopatologia della paranoia, Fece anche le prime esperienze nel campo del giornalismo, collaborando tra l’altro a “L’Isola” del Colaianni. Nominato medico condotto nel paese natale, conobbe ancor più aderentemente la miseria di tanti e si trovò naturalmente tra quanti ai primi degli anni 90 si aggregavano nel movimento dei Fasci dei lavoratori. Nel marzo del 1893 promosse il Fascio di Piana dei Greci, che presto contò più di 2.000 aderenti, tra i quali c’era un folto gruppo di donne vivaci e combattive. Attivo anche nei comuni viciniori, Barbato divenne popolarissimo, e presto fu in primo piano tra i quadri dirigenti della provincia. Con parola semplice, calda di sentimento, animata da forte passione parlava ai lavoratori di socialismo, di giustizia e di libertà, e il suo messaggio di liberazione era sempre ascoltato religiosamente e suscitava volontà di lotta per una vita più umana e più giusta.

L’azione dei gruppi di potere volta a contrastarlo non tardò. Il 12 maggio del ’93 egli venne arrestato con l’accusa, allora frequentemente usata, di odio tra le classi e associazione a delinquere, e nel successivo novembre venne condannato a 6 mesi di reclusione e a una forte pena pecuniaria Non ebbe perciò la possibilità di partecipare ai congressi dei Fasci e del Partito socialista tenuti a Palermo il 21 e 22 maggio, che portarono alla costituzione ufficiale del Movimento e del Partito nell’isola con regolari organi di direzione, ma i delegati non lo dimenticarono e lo elessero membro del Comitato centrale del Partito socialista. Come Rosario Garibaldi Bosco e altri, egli riteneva che l’organizzazione isolana del partito e dei Fasci dovesse considerarsi sezione di quella nazionale, coordinata ad esse; sulla linea di Turati e della “Critica sociale”, credeva nel gradualismo socialista e nella rivoluzione socialista quando le masse avessero raggiunto una piena coscienza.

Alle assise regionali fece seguito nelle varie province l’intensificazione dell’attività organizzativa, che produsse la costituzione di un vasto movimento nel cui programma si chiedevano aumenti salariali, il rinnovo migliorativo dei contratti agrari, l’alleggerimento del gravame fiscale in favore degli strati popolari.

La risposta del governo Crispi, interprete della volontà reazionaria delle forze politiche ed economiche dominanti, fu lo stato d’assedio, proclamato il 25 dicembre del ’93, lo scioglimento dei Fasci, l’arresto dei capi per cospirazione contro i poteri dello Stato e incitamento alla guerra civile.

Portato davanti al Tribunale militare, Barbato pronunziò una difesa che fu una accusa contro la classe dominante, ancor oggi considerata, per contenuto e passione, tra le cose più belle nella vicenda del socialismo italiano.

Affermò tra l’altro che la rivoluzione costituisce un fattore evolutivo dell’umanità e avviene quando la situazione economica e politica giunge a maturazione. Questo in Sicilia ancora mancava. In atto c’era un profondo disagio economico che accomunava contadini, operai, artigiani, piccoli proprietari coltivatori.

Ritenendo inutile difendersi dall’accusa che gli veniva rivolta, essendo nella logica della classe al potere condannare, concluse il suo intervento affidando alla storia il giudizio sul suo operato in difesa dei lavoratori e nel nome del socialismo, e augurandosi solo che nessuno dei socialisti chiedesse la grazia. “Voi dovete condannare: – disse – noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre. Voi dovete condannare: è logico, umano. E io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che son fuori: Non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo le condanne – non chiediamo pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunque propaganda. Condannate!”.

Come molti dei suoi compagni, venne condannato a 12 anni di reclusione e a due anni di vigilanza speciale.

Nel maggio del 1895 i socialisti lo vollero candidato -protesta alla Camera in 30 collegi, tra cui Milano V e Cesena dove venne eletto, ma l’elezione fu annullata. Ripresentato e nuovamente eletto, in mancanza di opzione venne assegnato a Cesena, mentre a Milano gli subentrava Turati, che iniziava così la propria esperienza parlamentare.

Amnistiato nel marzo del ’96, Barbato si impegnò nella organizzazione del partito, rendendosi presente in diversi comuni anche lontani per tenere conferenze e riunioni orientative. Di lì a qualche mese era tra i volontari che si recavano nell’isola di Creta in occasione della guerra greco-turca. Al rientro tornò all’attività di propagandista tra i contadini che avevano ripreso la lotta, e la magistratura lo gratificò di un altro anno di reclusione.

Nel 1900 entrò nella Direzione nazionale del PSI; contemporaneamente venne eletto deputato del collegio di Corato di Puglia, e iniziò in quella regione, tanto simile alla sua terra natale, un rapporto destinato a consolidarsi attraverso l’attività propagandistica e organizzativa.

Sempre fedele alla concezione gradualista del socialismo, da lui confermata nel congresso di Imola del 1902, si oppose all’intransigentismo parolaio di Enrico Ferri, ma anche al riformismo “estensivo” che in diverse aree della sua isola portavano a transigenze incontrollate. Accogliendo l’invito che gli veniva da più parti, tenne conferenze in diverse città italiane, e poi a Basilea, Lugano, Londra, Cannes, Marsiglia, dovunque suscitando grande entusiasmo. Venuto in contrasto con la centrale di Milano del PSI, ma anche con i dirigenti socialisti della sua città natale, e al tempo stesso bisognoso di lavoro, nel 1904 emigrò negli USA, dove visse per alcuni anni, dedicandosi alla professione medica e svolgendo una feconda attività propagandistica e organizzativa in favore degli emigrati italiani.

Rientrato in patria, dimenticando ogni contrasto coi dirigenti locali e nazionali tornò a lavorare per il partito. Il PSI attraversava un momento non facile per lo scontro tra le correnti. Nel 1912 Barbato criticò i socialriformisti bissolatiani per la posizione assunta, che considerava di cedimento alla borghesia e di rottura del proletariato, e condivise il provvedimento di espulsione adottato dal Congresso di Reggio Emilia, pur sapendo che in Sicilia esso allontanava dal partito uomini come De Felice, Macchi, Montalto, Drago, Marchesano e gran parte delle leghe, dei circoli e delle cooperative. Divenuto il simbolo della linea ufficiale del PSI, lavorò per tenere uniti i gruppi superstiti, che assistette in ogni modo, e a Catania II si volle presentare la sua candidatura contro De Felice, anche se destinata a sicura sconfitta, come d’altra parte a Bivona, Palermo IV, Monreale e in tantissimi collegi della penisola.

Negli anni della Grande Guerra, coerente con la sua posizione di internazionalista e pacifista, Barbato fu assolutamente contrario al conflitto in generale e all’intervento dell’Italia, prevedendo l’inutile spargimento di sangue e le disastrose conseguenze politiche che avrebbe provocato. Ciò concorse a far sì che nelle nuove elezioni del 1919 venisse eletto con larga messe di voti deputato per il collegio di Bari.

Quando i comunisti, considerando “oggettivamente rivoluzionaria” la situazione post-bellica, lavorarono per “sovietizzare” il partito in vista del “grandioso evento” che avrebbe affermato la “dittatura del proletariato”, egli fu nettamente avverso, certo che quella scelta non avrebbe recato buoni frutti al proletariato.

Nel gennaio del ’21 si schierò con gli unitari per la continuità del vecchio partito, e di questa posizione diede testimonianza in un documento indirizzato al segretario Lazzari, nel quale dimostrava errate le analisi dei “bolscevichi” e si diceva assolutamente contrario al cambiamento di nome del PSI.

Fortemente debilitato per un tumore maligno che lo aveva costretto a ridurre di molto l’attività politica, morì a Milano due anni dopo, il 23 maggio del 1923, e il compianto, sincero, profondo, fu unanime: secondo un giudizio espresso anni prima da Alessandro Tasca di Cutò, era stato “la coscienza più pura e più giusta” che la politica avesse offerto.

Giuseppe Miccichè

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